13.11.2025

Scrivere per vivere

Storie di donne, prigioni, speranze e scrittura

Marija

Inizio settembre. Sono seduta al tavolo di un ristorante in una piazza di Mantova. È l’ultima sera per me. Ho un volo la mattina dopo da Verona a Londra. Se parte, perché già ho guadagnato un giorno in più grazie a uno sciopero. E assieme a quel giorno, anche questa cena.
Marija è russa, è ebrea, ma ha lasciato la Russia e vive a Berlino, in esilio, da prima dello scoppio del conflitto con l’Ucraina. È poeta prima di tutto, ma scrive anche prosa. Memoria della memoria è uscito nel 2020 in Italia, mentre in questi giorni, quelli di Festivaletteratura, esce La sparizione. Un librino asciutto, breve, la si direbbe una novella. Qualcosa di completamente diverso da Memoria, che è invece una meditazione, un saggio, una riflessione e un racconto familiare impregnato di teoria e pratica della memoria. Un libro indefinibile, come indefinibile è la memoria.
Alle mie spalle rimbomba la musica del djset di fine giornata, la gente balla, beve cocktail, beve birra, chiacchiera. Così come chiacchierano le persone sedute al tavolo accanto a me. Vacanze, uscite editoriali, il menù, i giorni a Mantova, i prossimi giorni, i figli, Milano.
Non so esattamente cosa dire, le cene sociali non sono il mio ambiente, non amo lo small talk, finisco sempre per cercare dettagli di senso, frasi e frammenti da memorizzare e recuperare, storie. Potrà sembrare snobismo, ma davvero, quella della conversazione è un’arte, e a me, senza un fuoco d’interesse, non sempre riesce.
Marija ha una voce particolare, bassa ma con dei brevi picchi acuti che fanno ricordare quella di una bambina. Quando parla segue un ritmo interiore, una prosodia emotiva, sembra che i pensieri si formino in versi. È ipnotica. E dire che parliamo in inglese, una lingua che non ci appartiene, ma che abbiamo fatto nostra.
Vorrei parlarle, ho letto Memoria, sono ossessionata dalla memoria, lavoro in un archivio, ma, di nuovo, non so da dove partire. Allora le sorrido. Perché in mancanza di parole i sorrisi a volte risolvono i problemi. Sorrido guardandola, muovendo leggermente gli zigomi, stringendo gli occhi, come a dire, non è un semplice sorriso, sono complice, ti leggo.
Marija nomina alla persona che le siede accanto Anne Lister. Mi accendo. Lei si volta. Le dico che all’archivio di stato in cui lavoro abbiamo una copia del suo testamento. Le dico, aspetta che la recupero. Lo cerco online e le mostro una versione digitalizzata. Così iniziamo a parlare di Anne Lister, della ricerca che sta facendo per il nuovo libro, del viaggio nello Yorkshire, alla proprietà in cui Anne Lister abitava con la compagna, delle sue lettere cifrate, della chiave per decifrarle.

Poche ore prima ho seguito il suo incontro con Elvira Mujčić. Ha parlato di perdita della lingua, di perdita della madre patria, e del ruolo degli scrittori nel continuare a usare una lingua che oggi è associata all’orrore. Forse è per questo che mentre parliamo in inglese, di una donna omosessuale dell’Ottocento, non posso che pensare a quanto altro ci sia dietro al nostro discorso, a quanto parlare d’altro spesso significhi anche parlare di qualcosa di cui non si può o non si vuole parlare.
Fatto sta che Anne ci porta agli archivi, gli archivi ci portano alla memoria, la memoria alla scrittura, la scrittura alla censura, la censura alla lingua, la lingua, come sempre, alla vita.
Nominiamo la guerra, le dico che sono stata in Russia due volte, che ho studiato letteratura russa. Le dico anche che tutto quel boicottare i corsi di letteratura russa e cultura russa come risposta al conflitto è una cazzata. Annuisce senza dire nulla. Ho una copia de La sparizione nella borsa, ancora non l’ho letto e non so a cosa si riferisca, ma ho un presentimento.
Intano ci portano gli antipasti, e poi il secondo, e noi stiamo ancora parlando, solo di tanto in tanto toccando il cibo. Attorno i piatti si svuotano, i nostri sono ancora quasi pieni. A volte fatico a seguirla per via della musica, altre perché il suo pensiero è un palinsesto a cui non ho totale accesso e che mi rimane in parte impenetrabile.
So che non vuole essere considerata una scrittrice russa, e che la guerra l’ha resa più russa di prima, lo ha detto all’incontro, eppure, ad un certo punto della serata, dopo un silenzio più lungo dei precedenti, le chiedo, ma con tutto quel che sta succedendo, hai ancora speranza?
Marija mi guarda, non ci pensa, dice: no.
Tengo fermo lo sguardo su di lei, musica e chiacchiere svaniscono, siamo solo io e lei, sento il buio della notte che ci circonda, ci vedo dall’alto, due esseri umani seduti uno di fronte all’altro come due scogli su cui si infrangono i flutti della vita circostante.
Però, aggiunge Marija riprendendo a parlare, cosa ci vuoi fare? Anche se non ho speranza, devo continuare a scrivere. Si fa sempre così quando tutto crolla, quando non c’è più orizzonte. Si stringono le spalle e si va avanti. Nonostante tutto.
E per sottolineare il senso, si irrigidisce come un soldato sulla sedia.

Amina*

Qualche settimana prima di andare a Mantova, ricevo un messaggio da un’amica che mi chiede di aiutare una ragazzina palestinese a Gaza. Scrive poesie, due le ha persino pubblicate su delle riviste online, mi spiega. Una piccola silloge sta venendo tradotta in francese e inglese per cercare un editore. Ha diciassette anni, ha ottenuto un posto in un’università francese, ma non ha il visto e ha bisogno di provare all’autorità francese di essere determinata, di avere talento, bisogna assicurarli che se le concedono di entrare in Francia è “un buon investimento”.
C’è poco che posso fare, salvo leggere le poesie, scrivere quel che penso – quasi il mio pensiero fosse analisi scientifica – e aggiungerlo al pensiero altrui per infarcire un dossier d’evidenza.
Leggo le poesie, ho un pdf in arabo e inglese. Non leggo l’arabo, ma i caratteri disposti accanto alla traduzione inglese mi affascinano. Chissà che immagini si nascondono in quei caratteri a me impenetrabili, chissà cosa si è perso nella traduzione, chissà qual è l’etimologia delle parole scelte.
Penso a Amina, alla ragazzina di diciassette anni che sotto le bombe scrive poesie, che cos’è l’amore per la lingua e per la parola, se non questo? Che cos’è la determinazione se non questo? Continuare a scrivere nonostante le bombe? Usare la parola per studiare le proprie emozioni, per denunciare, per ricordare, per amare una terra.
Scribacchio una lettera in cui esprimo il mio apprezzamento per il lavoro di Amina, in cui spiego l’importanza, il talento. Scrollo la testa di fronte allo schermo, penso a quanto sia ridicolo quel che sto facendo. Mi chiedo da dove venga la presunta autorità di poter giudicare un lavoro altrui, perché si chiede a me – me! che vivo a Londra, con un capitale culturale, una casa, affetti e uno stipendio – di dimostrare che Amina vale. Che Amina può studiare letteratura. Eppure se questo può aiutarla davvero, beh, ci mancherebbe se non lo faccio.
Scrivo – anzi vergo, perché ogni parola è difficile da scrivere per la sua stupidità – una lettera per l’autorità. Ci vorranno settimane, forse mesi, per una risposta, e chissà, forse non servirà a niente.
Prima di mandare il mio documento, scrivo una mail ad Amina, le dico che ho letto le poesie, che non so se davvero potrò aiutarla, ma che spero continui a scrivere.
Risponde subito, appena una riga, mi ringrazia, dice che è felice e grata del mio aiuto. Poi aggiunge, of course I will not give up my pen, it is what has stayed by my side.
Alcuni giorni fa ho chiesto all’amica che mi ha messa in contatto con Amina se ci sono novità, dice, non ancora, queste cose vanno sempre per le lunghe.
Per ora speriamo solo resti in vita.

scrivere per vivere
Inji Efflatoun, Femmes accroupies, 1960

Giudi, Stefania, Marina ed Elisa*

È un sabato di ottobre. Il cielo è coperto, ma in giornata dovrebbe aprirsi. Prendo il treno da Bologna a Venezia, dove troverò Giulia R., che ha fondato e gestisce Closer, un’associazione che si occupa di portare cultura nelle carceri e di informare e responsabilizzare sulle condizioni del carcere italiano. Closer fa tante cose, organizza laboratori di sogni, incontri sull’uso delle droghe, offre opportunità di volontariato, gestisce una newsletter in cui scrivono tante penne italiane. Tra le tante cose, organizza una serie chiamata Interrogatorio alla scrittura, che crea opportunità di dialogo tra scrittori/trici e le detenute del carcere femminile dell’isola della Giudecca.
Ho scritto a Giulia R. all’inizio dell’anno, dopo la pubblicazione del mio libro. Ci conosciamo da prima, ma è la prima volta che ho un libro col mio nome. Certo non è il libro a far la differenza quando si scrive da tanto, ma alla fine un po’ la fa. Se non altro crea opportunità. Per questo scrivo a Giulia R., le chiedo se le va di organizzare assieme un incontro in Giudecca. Non amo le presentazioni in cui si è in vetrina, preferisco gli incontri in cui ci si mette in discussione, in cui ci si confronta, in cui si parla di altro rispetto al libro.
Non presumo di aver cose da dire alle detenute, dico solo che mi piacerebbe incontrarle, sedere con loro, parlare. Giulia R. è un angelo. Organizza subito, scegliamo una data, approfittiamo di un viaggio in Italia per una conferenza per ottimizzare i movimenti.
Sabato sono a Santa Lucia, di fronte a me l’acqua di Venezia, la stessa con cui ho bagnato alcune pagine di Wild Swimming. Ci sono i ricordi, le memorie, l’odore inconfondibile.
Alle tre e mezza sono seduta con sette detenute nella sala incontri del carcere. È uno spazio simbolico, quello dove alcune di loro hanno la possibilità di parlare con chi viene da fuori, ogni tanto.
Parliamo del libro, le donne e le ragazze hanno scritto alcune domande su dei fogli. A turno me le leggono, sono emozionate. Stefania accanto a me agita la gamba per la tensione. Le poggio una mano sulla spalla, le dico stai tranquilla, sorrido. Mi chiedono del rapporto con l’omosessualità, del blocco della scrittrice, Giudi mi chiede di leggere pagina 87 del libro, si vergogna, la leggo, nomino un paio di volte la parola fica, ride portando la mano alla bocca, le indico il neo che ho sotto il collo senza dire niente. Capisce che il libro che ho scritto non è tutta finzione.
Parliamo di amore, parlano di figli, parliamo di bell hooks. Parliamo di giudizi, di orgoglio identitario, di pressione sociale. Parliamo di punti fissi, di nomadismo, di lingue.
Per lo più mi fanno domande loro, ma ogni tanto chiedo anche io loro qualcosa. Non conosco la vita in prigione, sono ignorante, anche le cose basilari mi sfuggono, voglio sapere, capire. Scopro che anche gli assorbenti li devono chiedere, che c’è una piccola biblioteca interna, che però nessuno le aiuta a scegliere i libri. Se c’è qualcosa che vogliono, lo possono richiedere, ma se non sanno cosa vogliono, leggono quel che trovano. Scopro che possono ascoltare musica, ma solo se hanno un mp3, e non tutte ce l’hanno. Non possono ascoltare la musica che vogliono.

Ad un certo punto racconto loro di come scrivere il libro sia stata un’esperienza inaspettata, di come la scrittura mi abbia aiutata a dare ordine alla vita in un momento in cui ero confusa. Mi ascoltano tutte, sono prese dalla conversazione. Allora chiedo loro se scrivono. So che Elisa lo fa, ho letto un suo testo pubblicato sulla newsletter di Closer, ha talento, deve continuare, spero qualcuno le possa offrire uno spazio che non sia solo una newsletter sulla vita in prigione. Ma Elisa non dice niente, è silenziosa durante l’incontro. Sono Giudi, Stefania e Marina a rispondere.
Giudi è innamorata, ha incontrato una persona da alcuni mesi, si scrivono. La scrittura per lei è amore, è comunicazione, è desiderio. Ama le poesie d’amore, scrive poesie, vorrebbe scrivere un libro. Ha vissuto in sei carceri diversi, ma è piena di vita. È incazzata, ma è anche innamorata e la scrittura le serve per vivere questo amore, per immaginare, per dichiarare e per ricevere. Marina dice che la scrittura per lei è fuoco vivo nelle tenebre dell’esistenza. Marina è la più anziana, mi dice varie volte, prima e dopo l’evento, che lei ama la letteratura, mi ringrazia di essere venuta, io ringrazio lei, la ringrazio di essersi unita. Dice che ha dovuto lottare per esserci, rinuncia persino a una telefonata durante l’incontro per stare con me – e dire, mi spiegherà Giulia R. a fine evento, che spesso ne ricevono una sola durante tutta la settimana. Marina mi chiede di spedirle libri, dice anche che mi vorrebbe chiedere l’orecchino ma sa di non poterlo fare, poi mi chiede una dedica su un quaderno. Scrivo poche parole, penso che siano poco pensate, improvvisate, forse scritte male, ma so che quelle poche parole per Marina avranno senso e che le terrà tra le sue cose. Magari un giorno le perderà o le getterà, ma lì in quel momento hanno importanza. E poi c’è Stefania, che ama i graphic novel, e che vorrebbe tanto leggere Dylan Dog, ma non so se è permesso. Stefania dice che per lei scrivere è uno sfogo. Significa buttare fuori tutto quel sente di dover dire e non ha altra occasione di dire. Non so se si possa dire che uno sfogo sia davvero liberatorio in un carcere, sembra quasi un gioco di parole di cattivo gusto, ma da Stefania capisco che per lei è importante avere quello spazio.
La scrittura per tutte loro è qualcosa che allarga le mura della detenzione, crea uno spazio in cui esistere mentre sono dentro.

scrivere per vivere
John Ruskin, Ice Clouds over Coniston Old Man, 1880

Giorgia

Rientrando a casa dopo l’incontro a Venezia ripenso a Mantova, al giorno prima della cena con Marija, quando nel cortile di Palazzo Castiglioni una professionista dell’editoria mi chiede se sto scrivendo. Rispondo che scrivo sempre, anche quando non pubblico. Scrivere mi accompagna sempre, a volte sono stralci di idee che finiscono abbandonati, a volte articoli, a volte diverse versioni di uno stesso testo che chissà se vedrà mai la luce. Le dico che ho provato anche a scrivere in inglese, un racconto. È stata una prova. Chissà.
Mi dice, bene. È bello che tu stia continuando a scrivere. Poi aggiunge, en passant, che magari dovrei tenere presente i gusti dei lettori, pensare a cosa voglio fare col prossimo libro. Quelli letterari vendono poco, specie se di genere ibrido. L’editoria deve cercare di ridurre le pubblicazioni, ne parlano tutti, chissà quali verranno tagliate. Ringrazio per l’informazione, comprendo la prospettiva, l’editoria è pur sempre un’impresa commerciale. Devono sopravvivere, certo, come darle torto? Ma allo stesso tempo, come darle ragione?
Come posso pensare di scrivere per vendere, per rispondere alle domande del pubblico. Non è la ragione per cui io scrivo. Certo può benissimo essere quella altrui, c’è chi di scrittura prova a campare. Non dico a vivere, perché per me vivere di scrittura significa fare come Marija, come Amina, come Giudi, Stefania, Marina, Giulia e mille altre persone che ho incontrato nella vita.

Così, mentre ripenso a come ho risposto cordialmente alla professionista che quello che mi ha suggerito non è il tipo di lavoro che mi interessa, che se scrivo lo faccio perché ho una domanda che voglio indagare, che scrivere mi serve per arrivarci vicino, per muoverla come un prisma e trovare immagini che mi permettano di tenerla in mano, penso anche: qual è questa domanda che inseguo, in questo momento storico e di fronte alle esperienze di cui sono stata testimone? E se, di fronte alla disillusione per le pressioni semplificatrici e commerciali di un’impresa sempre più in crisi da un lato e la tragica realtà che ci circonda dall’altro, la domanda fosse proprio perché scrivo?
E quanto più ci penso, quanto più mi dico che non sono esiliata, non sono sotto le bombe o tra le quattro pareti di una prigione, tanto più mi rendo conto che scrivere è proprio anche questo, riunire esperienze, riunire speranze, delusioni e parole in un testo, è intrecciare le esperienze di altre persone, donne in questo caso, alla mia, e scoprire con loro che se scriviamo è per mantenere un orizzonte aperto dentro di noi, per trovare la forza di andare avanti, per continuare a desiderare, per orientarci, per sfogarci.
Scrivere è un’esperienza solitaria, individuale, ma nasce prima di tutto dalla relazione. Da una relazione che genera reazioni ed emozioni. Ed è difficile oggi, in questa epoca post-moderna, di conflitti e performatività, non rendersi conto che abbiamo sempre più bisogno di comprendere queste emozioni e creare relazioni, perché solo da loro e attraverso loro potrà forse germogliare qualcosa, anche se la speranza sembra quasi morta.
E allora perché scrivo? Scrivo per condividere e dare voce ai dubbi, scrivo per confrontarmi, per capirmi e per provare a capire. Scrivo per farmi e fare domande. Scrivo, ovviamente, anche per essere letta, perché anche questa è relazione. Relazione con me e relazione con Marija, Amina e tutte le altre tramite me.
Forse, ora che ci penso, la domanda non è più perché scrivo, ma perché scriviamo. Perché questo testo, come tutto quel che ho scritto fino a oggi, non ha mai riguardato solo me.  




* I nomi reali sono stati modificati in rispetto della privacy delle persone

In copertina: Inji Efflatoun, In the Woman’s Prison, 1960

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