«Nel 1924, una donna che sosteneva appassionatamente i rivoluzionari fotografava rose. A quell’epoca le avanguardie con le loro teorie in materia di arte e le loro teorie politiche radicali, sembravano poter condividere un letto, un sogno, un percorso: potevi essere a favore dell’arte, della bellezza e della rivoluzione.» 1
L’artista indimenticabile, a cui si confà Rebecca Solnit tra le pagine di un saggio potentemente commovente, è Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942). Le rose candide accompagnarono l’intensa vita della giovane operaia italiana, divenuta il raggio di sole di un’America Latina che intonava la bellezza, il cambiamento, una vera Rivoluzione. Le rose del Messico furono assai care alla figura controcorrente delle Vergine di Guadalupe, probabilmente una dea azteca rievocata, assieme al suo fiore, nel canto e nel credo cattolico per tempo imposto dai conquistadores. Come ha brillantemente ricordato la scrittrice e giornalista californiana: «Viva la Vergine di Guadalupe divenne il grido di battaglia degli indigeni e dei meticci, e la sua immagine, quella del mantello miracoloso [colmo di rose], la bandiera degli insorti»2.
Discorrendo lungo le rotte che videro intere generazioni di donne invocare prima il diritto al voto e, di lì, una serie di nuove e portentose istanze, Bread and Roses (1911) non fu solo un richiamo (derivato) alla poesia di James Oppenheim, ma un vero e proprio canto della lotta per le femministe e i manifestanti di ogni tempo e ogni dove. A tal proposito emoziona constatare che la madrina di un pane che sposava le rose fu Helen Todd. Fu, difatti, viaggiando entro le comunità rurali del Sud dell’Illinois che l’intraprendente attivista per il suffragio universale, nel 1910, si imbatté in una giovane donna, Maggie, che senza esitazione, a proposito di un incontro femminista svoltosi il giorno precedente, ebbe ad annotare:
«Se chiedi cosa mi è piaciuto del raduno, ti rispondo […] quella storia delle donne che votano in modo che tutti abbiano il pane e anche [le rose].»3
In un tempo decisamente immerso entro il perimetro di una sala spettri assetata di restrizioni, avvisaglie del controllo e una preoccupante nuova violenza, l’artista belga Berlinde De Bruyckere è approdata negli spazi affezionati di Galleria Continua, a San Gimignano, dal 24 gennaio al 19 aprile, per rievocare non solo i passi di una progettualità avviata negli anni Novanta, ma anche e soprattutto per intessere il filo di un presente trafitto da non sempre floreali ritorni.

Le solite cose, la solita storia (Same Old, Same Old, questo il titolo della personale) è già una potente evocazione delle istanze e delle narrazioni che l’arte, con il suo impegno, può scardinare e rendere intellettualmente comprensibili. «Dalle gabbie alle coperte colorate», le opere condotte in mostra da De Bruyckere sembrano fare appello alla misura di un itinerario sociale limitato, punito, tormentato, dove ogni gabbia, seppur vuota, sa evocare la cattività e l’incombente terrore di ogni perdita. Discorrendo lungo piccole stanze – che sanno farsi ora dormitorio, ora cella del carcere più tremendo -, l’artista di una fisicità sofferta e precaria rimembra la più sensibile necessità di restituire ai corpi la libertà dell’ibridazione e dell’incontro. A coprir una brandina dall’essenzialità, spoglia come un brutto sogno della restrizione e della prigionia, sopraggiungono strati su strati di tessuto colorato, in ogni modo ferito e consumato dal tarlo del pericolo e di ogni più umana paura (Slaapzaal IV, 2000).

Come recita il comunicato stampa, che ha accompagnato l’inaugurazione dell’evento: «Molte grandi narrazioni di crisi, violenza e spostamenti forzati non si sono concluse, semplicemente hanno visto un acceso radicamento». Ben cosciente dell’assurda, e spesso dolorosa, ciclicità di una Storia che non sa imparare dai suoi errori, Berlinde De Bruyckere restituisce gabbie erte a soffitto (Kooi,1989), la cui usura è anche la più preziosa feritoia intenta a cantare la bellezza di ogni agognata libertà. Le opere di Berlinde sono Resistenza nella misura in cui, attraverso di esse, è illuminata la propensione intellettuale di un’artista, che, partendo dalla componente materica dell’involucro pelle, ha saputo sensibilmente restituire la necessità di un corpo sociale libero di conoscere e sperimentar sé stesso.

Con I Never Promised you a Rose Garden (1992), l’artista ricorda un avvio della creazione in cui l’immagine candida della rosa venne sovversivamente affidata al ricamo manuale delle ceste di vimini in accompagnamento a una realizzazione di pieghe e tagli eseguiti su sottili fogli di piombo e restituenti la parvenza del più odoroso fiore della Rivoluzione. Investigando la traiettoria di decenni, in cui il canto delle manifestazioni di piazza è andato scontrandosi con la brutalità delle armi e del piombo, le rose di Berlinde sono l’invito a prestare ascolto alla realtà, ai desideri e ai cuori, diffidando dei timori incanalati e di un’idealizzazione restia a mostrare il volto più puro e disinteressato.
Immagini: Berlinde De Bruyckere, Same Old, Same Old, 2025, exhibition view Galleria Continua, San Gimignano. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio