La stimolante lettura del volume Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa (Guerini Next), a cura di Marco Vitale e Vittorio Coda con la postfazione di Gianfranco Dioguardi, si può paragonare al seguire una cometa, il cui bagliore illumina, senza lasciare zone d’ombra, l’intero scenario dell’enorme patrimonio della cultura d’impresa del sistema industriale italiano.
Il volume è il frutto di un rilevante sforzo di riflessione corale da parte di studiosi, imprenditori e professionisti che conducono, da punti di vista diversi e integrati, in modo coinvolgente il lettore all’interno delle tematiche di cosa sia e soprattutto di cosa rappresenti la cultura d’impresa. Diviso in cinque parti, il testo utilizza il concetto di approccio strategico come guida, intervallando contributi teorici a case history firmati da Marco Vitale, Vittorio Coda, Paride Saleri, Giovanni Siri, Laura Oliva, Giovanni Comboni, Alberto Bubbio, Giacomo Manara, Fiorenzo Marco Galli, Stefano Rangone, Michele Garulli, Josip Kotlar, Francesco Giuliano, Fabio Cappellozza, Federico Butera, Ruggero Frezza, Rosita Cocozza, Emanuele Morandi e Damiano Santini, fino a tracciare un percorso capace di toccare tutti gli elementi che costituiscono storicamente il patrimonio comune della cultura manageriale grazie un impianto scientifico chiaro e soprattutto a una curatela, mi si permetta di dire, degna della migliore tradizione accademica italiana.
Seguendo la cometa dell’approccio strategico il lettore comincia, pagina dopo pagina, a costruirsi una sua traiettoria di senso e di competenza che lo accompagna nel pensare a cosa possa essere la cultura d’impresa nella sua professione, sia in modo analitico che critico, dal momento che i contributi presenti sono privi di qualsiasi retorica autoreferenziale e vanno diritti al punto, facendo trasparire tra le righe una forte passione per i risultati raggiunti da imprenditori e dirigenti attraverso l’approccio strategico verso le loro attività. Le testimonianze inserite nel volume formano delle vere e proprie masterclass che portano il lettore dentro le imprese, nel modo in cui pensano e operano, facendolo partecipe del loro orgoglio di essere parte di un processo intellettuale e imprenditoriale al tempo stesso, in quello che è anche un viaggio virtuoso che da alcune apprezzate realtà aziendali del nord Italia, a partire da Brescia, si muove sull’eccellenza milanese del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci arrivando a fondere visione aziendale e visione culturale.

Il volume ha il pregio di offrire, inoltre, una ricchissima bibliografia sul pensiero strategico e il ruolo del management, a cui affianca una proposta di testi provenienti da settori diversi – da Senofonte a Sun Tzu, dal poco conosciuto economista quattrocentesco Benedetto Cotrugli ad Adriano Olivetti – che mostrano e dimostrano come la cultura d’impresa sia un patrimonio comune frutto di un processo storico progressivo. Le radici della Scuola italiana della cultura di impresa sono quindi molteplici, antiche e moderne, e hanno diramazioni molto trasversali nella cultura italiana: basti pensare a quanto scriveva nel 1823 Giacomo Leopardi tra le note dello Zibaldone: «Tutto è arte, e tutto fa l’arte fra gli uomini. Galanteria, commercio civile, cura de’ propri negozi o degli altrui, carriere pubbliche, amministrazione, politica interiore ed esteriore, letteratura; in tutto queste cose, e se altre ve ne sono, riesce meglio chi v’adopra più arte», parole che paiono in qualche modo specchiarsi in quanto scriveva in Il libro dell’arte di mercatura il già citato Cotrugli quasi quattrocento anni prima: «Mercatura è arte overo disciplina intra le persone ligiptime, iustamente ordinata in cose mercantili, per conservatione de la humana generazione, con isperanza niente di meno di guadagno».
Il volume può essere anche inteso come manuale, capace di proporre modelli e sperimentazioni, per tutte quelle organizzazioni complesse, profit e nonprofit, che utilizzano una struttura differenziata per raggiungere obiettivi multipli, sia interni che esterni, e che cercano di comprendere e mettere in atto i principi dell’etica di business per fronteggiare il cambiamento. A questo riguardo gli autori pongono una domanda importante: il profitto prodotto da un’impresa è fertile o sterile? Una domanda che rimanda proprio alla responsabilità etica del management, chiamato a rendere conto del proprio operato non solo agli azionisti e alle altre parti coinvolte nel processo produttivo, ma anche ai territori, alle comunità e a tutti gli stakeholder che, a diverso titolo, animano il contesto sociale. Per rispondere a questa domanda viene riportata la frase dell’economista Peter Drucker, tra i pensatori più influenti in materia di teoria e pratica del management, che, a proposito del connubio tra profitto e integrità morale, scrive: «L’istruzione intellettuale non sarà sufficiente da sola a fornire a un dirigente i mezzi necessari per far fronte ai compiti che lo attendono nel futuro. Il successo del dirigente di domani sarà sempre più strettamente connesso con la sua integrità morale». Un’affermazione alla quale fa eco il pensiero di Adriano Olivetti, che oggi torna ad essere attualissimo in questo cristallino frammento tratto dal volume Il Dente del Gigante (Edizioni di Comunità): «Cosa faremo, cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo».

Centrale nel volume è inoltre l’urgente riflessione sulla sostenibilità, intesa non come moda o tanto meno come pratica di greenwashing, ma come responsabilità verso le generazioni future e, aggiungerei, anche verso quelle attuali, al fine di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere quelli futuri, responsabilità che oggi è inserita a tutti i livelli nel pensiero e nell’approccio strategico attraverso obiettivi e parametri (SDGs, ESG, DNSH, per citarne alcuni dei più noti) che definiscono nello loro applicazione il patrimonio comune di tutte quelle organizzazioni complesse che nascono per fini diversi ma che crescono e si sviluppano verso orizzonti di sostenibilità condivisa. Riscoprendo alcune rare riflessioni di Marx, nella sezione finale del volume Marco Vitale annota che «sostenibilità, senza equità, non può esistere. E questa è una grande verità. Ed equità vuol dire anche responsabilità».
In conclusione, Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa è un invito al settore imprenditoriale italiano, sia esso una grande azienda o un museo, a fare sistema non solo di quello che progetta e produce ma anche di come ragioni e si rapporti con il contesto attorno a sé, fornendo strumenti di pensiero strategico e sistemico a una società che, uscendo dalla retorica sterile della transizione, si avvii finalmente verso quel processo di trasformazione, utilizzando “a pieni polmoni” tutto il capitale, accademico, organizzativo e imprenditoriale, che un Paese come l’Italia fortunatamente possiede e che ha come epigrafe ideale la frase di Carlo Cattaneo tratta da Del pensiero come principio di economia pubblica del 1861: «Non c’è lavoro, non c’è capitale, che non cominci con un atto di intelligenza».
Atto di intelligenza che pervade le pagine di questo volume che, per rigore e ampiezza di prospettiva, si candida a diventare punto di riferimento per chiunque cerchi risposte sul destino delle organizzazioni complesse del XXI secolo.