Il pop muore sempre giovane. È il suo destino. Non è destinato al futuro, semmai all’eterno presente che il futuro può solo ordirlo, immaginarlo ma mai viverlo veramente. Questo perché il pop — dove per pop intendiamo «tutto quel che non nasce come colto o classico» — è una mutazione perenne, un’evoluzione continua, e ogni volta che muore, sappiamo che è destinato a tornare sotto nuove spoglie, ogni tanto davvero inaspettate.
Nel maggio del 1993, cinque ragazzi di Oxford lo avevano già messo in bara: Pop Is Dead, singolo fuori tempo massimo dopo l’esordio di Pablo Honey, era un brano dimenticabile accompagnato da un video grottesco in cui Thom Yorke veniva seppellito e risorto. Sembrava uno scherzo, un diversivo, l’ennesimo atto mancato di una band destinata a essere una one hit wonder ricordata solo per Creep, classico istantaneo della Generazione X, testa di ponte tra il decadente movimento grunge americano e il nascente brit pop inglese. Trent’anni dopo, quel titolo diventa la chiave con cui Fernando Rennis decide di raccontare l’intera parabola dei Radiohead, nel volume appena uscito per nottetempo dal titolo Pop Is Dead. La vera storia dei Radiohead.
Come da tradizione — questo è il suo settimo libro — Rennis non scrive una biografia in senso classico. Non c’è agiografia, non c’è cronaca pedissequa. Non sarebbe stato minimamente interessante. C’è piuttosto una lunga indagine sulla relazione tra la musica dei Radiohead e il destino del pop negli ultimi quarant’anni. Il che sembra davvero l’unica chiave per analizzare la band pop che forse più di tutte è riuscita a imprimere alla storia della musica «di comunicazione» (questa la prendo in prestito da Battiato perché è stupenda) delle svolte decisive. Partendo dall’Inghilterra di provincia degli anni Ottanta, passando per l’esplosione globale di Creep, arrivando al doppio salto mortale di Ok Computer e Kid A, fino al silenzio carico di attesa che segue A Moon Shaped Pool, il libro non solo ricostruisce una discografia, ma interroga le ossessioni, le fragilità e le intuizioni che hanno reso la band di Oxford un punto di riferimento imprescindibile anche per chi non li sopporta.

L’approccio è duplice: da un lato la ricostruzione archivistica, nutrita di bootleg, vecchi nastri, interviste, saggi accademici (Rennis non trascura nulla, dalle tesi universitarie ai blog di culto); dall’altro lato la memoria personale, quella di un fan che è stato “da transenna”, con la tessera della Radiohead Public Library, i biglietti custoditi in un cassetto e le ore spese a decifrare i tempi impossibili di Pyramid Song. È in questo intreccio che il libro trova la sua forza: l’oggettività della ricerca si intreccia con la soggettività della passione, senza mai scivolare nel fan service.
I Radiohead sono stati il gruppo che ha saputo mettere in scena la morte del pop e insieme la sua resurrezione, incorporando la tensione apocalittica e la ricerca di svolte inattese del periodo storico della fine degli anni Novanta. A differenza di altre band, Thom Yorke e soci hanno seguito una traiettoria inversa: dal successo di facile assimilazione (quando è uscito The Bends la stampa pensava di trovarsi davanti ai nuovi U2) si sono spinti verso territori sempre più spigolosi e difficili, inglobando elettronica, classica, sperimentazione, senza mai perdere l’ancoraggio a melodie che, in fondo, restano pop. È in questo paradosso che si gioca la loro grandezza: per reinventare il pop bisogna prima ucciderlo, o almeno fargli il funerale.
Il libro dedica spazio alle leggende che hanno circondato la band: dalla “Binary Theory” che lega Ok Computer e In Rainbows alla presunta previsione dell’11 settembre in Kid A, fino ai codici misteriosi stampati sul retro delle copertine. Rennis le racconta con precisione e ironia, smontandole senza mai negarne il fascino. Perché i Radiohead sono stati anche questo: un laboratorio di interpretazioni, congetture, teorie complottiste e letture filosofiche che hanno alimentato una comunità di ascoltatori al limite del religioso. Non mancano le contraddizioni: la fama di «band più depressa del mondo» smentita dai dati oggettivi, il finto radicalismo del pay what you want di In Rainbows che era, più che un colpo all’industria, una soluzione logistica per la band. Né mancano i momenti grotteschi: Yorke che interrompe un concerto insultando il pubblico di Vancouver, la parodia dei Radiohead in South Park, i meme sulla danza di Lotus Flower. Tutto questo contribuisce a sgonfiare la patina sacrale e a restituire l’immagine di cinque musicisti ossessivi, geniali, ma pur sempre umani.

Il cuore del libro, però, resta il legame tra i Radiohead e il clima culturale degli anni a cavallo del millennio. Rennis mostra come Ok Computer e Kid A abbiano dato forma sonora alle stesse ansie che il cinema di quegli anni – Matrix, Fight Club, Memento, Mulholland Drive – metteva in scena: alienazione, smarrimento identitario, paura tecnologica, fine delle certezze. In quel momento, mentre la musica cominciava a smaterializzarsi nel digitale e il mondo a frammentarsi in brandelli di informazione, i Radiohead hanno offerto non solo canzoni, ma un dispositivo culturale in grado di restituire senso al caos.
I Radiohead sono stati e restano uno dei gruppi più influenti della musica contemporanea, ma non per una supposta genialità innata, bensì per la loro capacità di trasformare limiti, errori e ossessioni in strumenti di reinvenzione continua. Il loro percorso non è mai stato lineare, e forse è questo a renderli universali: hanno saputo incarnare il disagio di intere generazioni, ma anche la possibilità di resistere reinventandosi. Pop Is Dead è dunque un titolo paradossale, come paradossale è sempre stata la carriera dei Radiohead. Il pop muore, ma ogni volta che muore trova qualcuno pronto a resuscitarlo. E se oggi continuiamo a parlare dei Radiohead, è perché sono riusciti a renderci partecipi di questo rito di morte e rinascita. Ci hanno costretto, album dopo album, a fare quel piccolo movimento necessario per aggiustare la postura, per ascoltare meglio, per pensare diversamente. E questo – più di ogni premio, più di ogni leggenda – è il loro vero lascito.
In copertina: illustrazione di Alice Iuri