04.02.2026

Per sempre. In scena l’amore bambino di Giovanni Testori

In un intenso spettacolo, le lettere d'amore di Testori ad Alain Toubas: migliaia di missive di ossessione, desiderio e sacralità

Come ci si immagina uno dei più grandi (e probabilmente misconosciuti) intellettuali del Novecento? Cattolico, intransigente e tormentato, tra le penne che hanno segnato il teatro, ma anche la letteratura, e con essa il cinema? Capace di creare una lingua che superasse e tenesse insieme il frammento del dialetto di un pezzo minuscolo di Lombardia, Novate – che per lui diviene lente di osservazione dell’universo intero, capace perfino di fondersi, in un lavoro filologico rigorosissimo cui si deve quasi tutto quel che ne sappiamo, con la Olate dei Promessi Sposi – con la lingua dell’assoluto, del sacro, creandone una nuova, antesignana dei gramelot e forse persino della world music. Come ci immaginiamo, insomma, Giovanni Testori? Sicuramente più come il signore anziano, canuto e vagamente arcigno che consegnano le fotografie degli ultimi anni, che come il ragazzino in pantaloncini corti e camicia bianca (un’epitome dell’adolescente dell’immediato dopoguerra) che Alessandro Bandini porta sulla scena del Teatro Studio Melato in Per sempre. E in effetti, all’altezza di cui lo fa parlare il fresco vincitore del Premio Mariangela Melato under 35, ovvero il 1959, non gli poteva somigliare, avendo (si sorprenderà e si lamenterà lui stesso) già 36 anni.

Poteva somigliare piuttosto all’oggetto, al protagonista in assenza di tutta la pièce e dei sentimenti che lo agiteranno, Alain Toubas, angelo biondo parigino che, mentre lo tempesta il diluvio di lettere da cui questa drammaturgia è tratta, ha 19 anni, non ha ancora toccato la maggiore età. Non potrebbe però avere un’immagine diversa, Gianni, la voce che scrive ad Alain oltre mille lettere, anche quattro nella stessa giornata, tra il 1959 e il 1962, prima che Alain, da Parigi – che per Gianni diventerà il luogo dove tutto ha inizio e ogni felicità si compie – si trasferisca a Milano per vivere con lui e poi per diventare gallerista, mercante d’arte, ed erede. Da quella eredità, alla morte di Toubas nel 2021, sono emerse, intatte e ordinate in cronologia quasi esatta, tutte le lettere scambiate in tre anni di devozione amorosa quasi disturbante, da quanto si dimostra travolgente, parossistica, totalizzante e devastante, al punto da aprirsi con un eloquente «Sono disperato» dal tanto amore che impedisce a Gianni di pensare ad altro che non sia l’oggetto del suo sentimento e alla sua fame di lui, o di agire altro che non sia l’urgenza di esprimerlo. Lo farà, nel 1965, in una raccolta di poesie in cui sublimerà l’amore per Alain in immagini liriche e metafore sfavillanti, simboli che – attraverso queste lettere – mutano di segno e si precisano inequivocabilmente nei loro riferimenti, e che, scoperte queste lettere, emerse in forma scenica e dai cassetti di Casa Testori, a Novate, prima di essere mai state rese pubbliche, acquistano significati nuovi e una limpidezza senza sconti.

Un esercizio di verità che alla trasfigurazione letteraria lascia solamente il gusto del barocco, della raffinatezza compositiva ed estetica che è una delle cifre del Testori maturo che in effetti si ritrova anche in Gianni: non a caso, l’amante vedrà l’amato nelle figure di Gaudenzio, nella Valsesia, in quella mappa di geografie ed echi che così radicalmente gli appartengono. A voler rintracciare una continuità, del resto, che Gianni sia tutta la giovanile vigoria anche fisica del Giovanni che sarà lo si coglie anche in un progressivo farsi corpo e urgenza carnale anche del suo amore. Si intravvede, qui, il Testori futuro dei Tre lai, dove le figure del mito hanno bisogno della scena, e delle sue parole, semmai per trovare nomi nuovi al desiderio che consuma e scovarne la dimensione sacrale. E tuttavia, più che nello sfavillante arabesco dei Trionfi, a cui Bandini dà voce come all’apice di un amplesso, che monta e poi, appagato, cede di nuovo al respiro di un momento condiviso, a sorprendere è soprattutto l’intensità – persino eccessiva – di quel che ci sta intorno. Non a caso, Bandini espunge completamente – lasciandone, a chi osserva, la curiosità – il contraltare, la risposta dell’amato, o (ecco lo scottante interrogativo) dell’oggetto di una insopprimibile ossessione, che non può fare a meno di essere gridata, di affastellarsi, di rincorrere, anche nel fiato, l’oggetto d’amore, non a caso, in poesia, trasformato in cervo. Per dar voce a tutto questo programmatico superamento di ogni confine Bandini – incantatorio e sfrenato – compone, insieme a Ugo Fiore in veste di drammaturgo, un testo che elegantemente accosta e intreccia frammenti di lettere accumulate negli anni, la cui coerenza rende evidente il loro essere, di fatto, frasi di un unico discorso, dentro cui rileggere tutto Testori.

A cominciare, usando qui il dettato di Bandini come occasione per allargare lo sguardo, dal rapporto col suo tempo e con le figure a cui lo si può accostare e poi contrapporre. A cominciare da quel Luchino Visconti con cui condividerà quasi tutto. A cominciare dal lavoro, se Rocco e i suoi fratelli è la trasposizione cinematografica del testoriano Ponte della Ghisolfa, mentre la censura dell’Arialda, bloccata dopo una sola replica per l’oscenità di aver messo in scena l’omosessualità, li colpirà entrambi, in una pagina triste qui evocata con garbo senza citarla, in una dolente apostrofe sul fascismo di ritorno che avvelena i tempi e che – in bocca a un ragazzo di trent’anni – suona più vicina a un (importante) grido di protesta verso il presente che a un esercizio di memoria storica. Eppure, il parallelo con il Conte è utile, qui, anche nella dimensione privata. Bandini sceglie di lasciare fuori, dalla tela drammaturgica, quanto scivola fuori dall’utilità scenica per diventare vissuto privato, ma vale la pena ricordare che fu proprio l’amore per Toubas – o meglio, non a caso, una parte non affidata all’oggetto d’amore dell’uno nel film che consacrò quello dell’altro, il Ludwig che fece di Helmut Berger un’icona – a rompere il sodalizio tra due figure che sembrano specchiarsi. Due uomini che hanno amato due giovani che, quantomeno in pubblico, chiameranno figli.

In questo Per sempre, non c’è però – e vale la pena dirlo, non certo per interesse voyeuristico, ma perché anche questo interroga e sorprende se si situano questi documenti storici nel momento in cui sono stati scritti – ancora nessuna parte di quella conflittualità che entrambi attraverseranno rispetto alla propria identità, non c’è il dolore che di recente è emerso da alcune lettere private di Visconti a Berger, che al giovane bizzoso domandava chi lo avesse amato più di lui, come un padre fa con un figlio. C’è, anzi, forse, persino un certo spazio di rivendicazione di sé, se ciò consente di esperire e di essere travolti da un amore tanto perfetto. Nonostante il mondo, malgrado il mondo, forse persino contro di esso. Resta ancora molto, nelle pieghe ammantate di mistero di una corrispondenza che ora esige di essere ancora approfondita per meglio capire, dopo essere stata nobilitata sulla scena da un giovane artista pieno di talento che si è lasciato incantare da un fascio di fogli nel corso di una esperienza unica e meritoria – la Biblioteca Amletica Testoriana sotto la guida di Antonio Latella. Ma emerge tutto il fulgore di un amore inevitabilmente concitato, ambivalente, totale. Come solo sa essere l’amore degli adolescenti di ogni età.

Immagine di copertina: Alain Toubas (a sinistra) e Giovanni Testori

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