23.02.2026

«Per chi rovista nel fango». Lincoln Steffens, la città e il giornalismo d’inchiesta

Una lezione di giornalismo dal secolo scorso

Alle volte mi pare che la tua voce mi giunga da lontano, mentre sono prigioniero d’un presente vistoso e invivibile, in cui tutte le forme di convivenza umana sono giunte a un estremo del loro ciclo e non si può immaginare quali nuove forme prenderanno. E ascolto dalla tua voce le ragioni invisibili di cui le città vivevano, e per cui forse, dopo morte, rivivranno.1

La riflessione illuminata, per mezzo della quale Italo Calvino fa rivivere il suo Gran Khan tra le pagine in corsivo di Le città invisibili (1972)ben accarezza la traiettoria del tempo presente: le sue dinamiche, la sua tragedia, le conseguenti paure. Per immergersi in un’analisi, che abbia a cuore la possibilità di una più che profonda riflessione, occorre allora tornare allo spirito partigiano, che non abbandonerà mai la penna di uno scrittore politicamente impegnato. Come egli stesso sottolinea nell’introduzione al volume, le città invisibili nascono «un pezzetto per volta, passando attraverso fasi diverse. Per qualche tempo mi veniva da immaginare solo città tristi e per qualche tempo solo città contente; c’è stato un periodo in cui paragonavo le città al cielo stellato, e in un altro periodo invece mi veniva sempre da parlare della spazzatura che dilaga fuori dalle città ogni giorno. Era diventato un po’ come un diario che seguiva i miei umori e le mie riflessioni; tutto finiva per trasformarsi in immagini di città: i libri che leggevo, le esposizioni d’arte che visitavo, le discussioni con gli amici».2

Nella multidisciplinarietà di evocazioni e contenuti, da poter ben considerare eternamente attuali, il famoso scritto di Calvino ha nel tempo incontrato, motivato e abbracciato l’agire di una umanità dedita alla riflessione costante sul sociale e le sue più vive istanze.
Da attento cittadino, formatosi in quella che fu la preziosa e inimitabile scuola della Resistenza italiana, lo scrittore «che veniva da Cuba» ben conosceva la portata di un mondo che, a partire dagli anni Cinquanta, anche in Italia vedrà la rincorsa al capitale e al suo sempre più omologante e pervasivo potere.
Nell’opera d’autore, per mezzo del sogno immaginifico di molteplici città, sembra tornar tutto: l’impensato, il disincanto, l’entusiasmo, la sorpresa, i vizi e le fragilità di città pensate e, quindi, erette in nome del pensiero e dalla mano dell’uomo. A ogni passo della scrittura, Calvino sa di accompagnarsi a vizi e virtù che, in fondo, rendono ed emozionano per tutta quella imperfettibilità umana che trasuda già dell’immaginazione meditata di un uomo che ha visto la guerra, e sognato la ricostruzione, sulle vette nevose di un paesaggio d’inverno.
Il «passaggio da una dimensione comunitaria a una nella quale dominava l’impersonalità del mercato», in Italia, mosse lungo le linee guida di quel Piano Marshall indirizzato alla ricostruzione di un intero Paese, per tempo dilaniato dalla dittatura, dalle bombe e dal terrore nazifascista. Il cinquantennio che anticipa il dopoguerra fu essenzialmente caratterizzato da assai diffuse partenze che, in richiesta di salario e lavoro, videro larga parte di donne e uomini d’Europa sognare l’America e le sue narrate e grandi città.
Nel 1890 fu dato alle stampe How the Other Half Lives, il libro-denuncia del fotografo e documentarista danese Kacob Riis. Nel suo vivo e sofferto reportage venne a restituirsi l’immagine gravosa delle condizioni di vita quotidiana, soprattutto degli immigrati, nella Lower East Side di New York. 

Quando si diceva “una metà del mondo non sa come vive l’altra” era vero. Non lo sapeva perché non gliene importava. Ma arrivò il momento in cui la miseria e il sovraffollamento furono così evidenti che l’altra metà divenne una realtà difficile da nascondere. Da allora il mondo intero ha dovuto rispondere della sua vecchia ignoranza.3

Restituendo un contesto abitato da esseri umani meritevoli di dignità e riscatto, Liis iniziò a ispirare l’agire e la riflessione critica di quanti osarono andare a scandagliare le cause di un’indifferenza conveniente e, per questo, assai diffusa. Dall’opera del fotografo danese fu catturato anche un giovane uomo, quel Lincoln Steffens che scriverà una nuova e potente storia del giornalismo d’inchiesta americano. Già qualche anno dopo la pubblicazione del volume citato, Steffens dedicò a Riis un contributo editoriale, dove ben incise: 

«Riis è un migrante danese vigoroso, con un corpo forte e una mente indisciplinata che coglie i fatti come li vede, un’immaginazione per ricostruire, emozioni per soffrire e uno spirito gentile e combattivo per piangere, gridare, ridere e sostenere. Come reporter vide un mondo corrotto, lo raccontò con parole piene di emozione e, nella genuinità del suo sentimento non si accontentò della netta sensazione di orrore data ai suoi lettori; non poté essere spostato ad altri incarichi; divenne riformatore; così l’uomo continuò a compatire, il reporter a riferire e il riformatore a lavorare all’interno della disperazione per modificare il torto. Come cittadino, gli affari pubblici vennero prima dei suoi interessi».4

Nell’ottobre 2025, la casa editrice DeriveApprodi porta in stampa La vergogna delle cittàuno spazio della carta in cui Lincoln Steffens, nel 1904, raccolse i volti delle città e delle assai caratteristiche, quanto diffuse, peculiarità in materia di corruzione urbana. L’edizione italiana è così curata da Raffaele Rauty che, nelle prime battute di introduzione al volume, ben evidenzia: 

«Conoscenza, comunicazione, democrazia sono state nel tempo, in misura maggiore o minore, sostanza costante del lavoro giornalistico. […] Steffens rappresentò, in una fase storica specifica ma con un metodo di lavoro che ha attraversato il tempo, una passione per l’indagine e lo sviluppo della conoscenza affiancata a una coscienza critica che misero sotto una lente di ingrandimento tutti gli attori, attivi e passivi, della corruzione urbana, quindi, anche quelli che apparentemente si limitarono a subirla. […] il suo lavoro non aprì processi, moltiplicò le notizie.»5

La missione di Steffens mosse per lo più all’interno della rinomata rivista McClure’s, un periodico illustrato che, con il suo apporto, divenne presto un’importante fucina di lancio per il giornalismo di denuncia e d’inchiesta. I passi di Lincoln Steffens e di quanti, come lui, presero a cuore la necessità di dare più volti a un presente in preda ai sogni e fallimenti, alle ricchezze e alle miserie della grande città, incontrarono presto il successo accompagnato, nondimeno, dalla contrarietà di altri. 

Tra quanti guerreggiarono con sdegno la scelta di questi strani giornalisti vi fu il presidente Theodore Roosevelt, che essendone venuto a conoscenza, non esitò ad appellare questi ultimi con la definizione dispregiativa di muckrakers, ovvero “rastrellatori del fango”.

L’immagine evocata da Roosevelt giungeva direttamente da un poema religioso secentesco, in cui si faceva riferimento a un poveruomo impugnante un rastrello, che nel momento in cui riceve la proposta del baratto tra una corona celeste e il suo esile e malridotto arnese da lavoro, disdegna quest’ultima e, come nulla fosse, torna alla sua mansione giornaliera nella terra, senza alzare lo sguardo o esprimere anche il minimo tentennamento sulla sua ostinazione. 

Indipendentemente dalla contrarietà e dalla definizione, velenosamente sorniona, avanzata dal Presidente, l’attività e le inchieste dei nuovi giornalisti immersi nelle dinamiche di città avanzarono, riscuotendo anche un certo seguito e interessamento. 

Come ha scritto, ancora, Rauty: 

muckrakers tentarono di contrastare l’idea frequente che chi critica gli assetti sociali, la corruzione, le malversazioni in realtà “sia schierato”, parla o scrive per una parte politica: questa concezione fraintende lo spirito autentico del lavoro giornalistico per il quale la capacità critica assume dimensioni difficilmente comprensibili da parte di chi detiene il potere. […] Così, recensendo il lavoro di Steffens […] lo scrittore progressista William Allen White evidenziò: «Ma ora alla presenza di Lincoln Steffens, con nessun partito da difendere, nessuna riforma da promettere o suggerire, ma con fatti evidentemente denunciati, la gente alla fine farà attenzione, e prima o dopo esprimerà giudizi cui è costretta dai fatti».6

La tutto sommato giovane America, narrata per mezzo delle sue città dal giornalismo impegnato e d’inchiesta, nel percorso esistenziale di Lincoln Steffens finisce per incontrare, assai presto, quel che stava accadendo oltre i confini di una terra reputata come eletta.7

Steffens trascorrerà parte dei suoi anni maturi in Italia, dopo aver viaggiato per territori ai più sconosciuti, come esattamente fu la Russia per tanti e molti statunitensi. 

Nel 1919 compì un viaggio in Unione Sovietica insieme al comunista svedese Karl Kilbom e allo scrittore statunitense William Christian Bullitt, divenendo sostenitore entusiasta del comunismo, soprattutto dopo aver intervistato Lenin […] Il giudizio sugli effetti di quel viaggio, sulle sensazioni create, è ancora aperto, ma certo il processo rivoluzionario lo impressionò: «Nella comprensione personale di Steffens lo sconvolgimento del quale fu testimone in Russia ebbe il sapore della redenzione, del venire meno alle colpe, di qualcosa che faceva pulizia e poteva essere applicato universalmente […] Steffens fu colpito non dalla rivoluzione, ma da quella che riteneva una lezione per l’occidente, per la sua dimensione universale». […] Stinson ipotizza tre fattori che avrebbero spinto Steffens a scrivere la sua biografia: l’incontro e l’innamoramento di Ella Winter, […] la nascita nel 1924 del figlio Peter Stanley, la guerra mondiale e, di più, la Rivoluzione Russa.8

Una buona parte delle considerazioni avanzate da Steffens nel corso dei suoi viaggi causarono di certo non pochi rifiuti e allontanamenti professionali da parte di quanti andavano già coltivando i prodromi di una certa diffidenza e avversione, che esploderà con il maccartismo degli anni Quaranta e Cinquanta. «La corruzione politica» scriveva Lincoln Steffens «non è una questione di uomini, classi, istruzione o carattere. È questione di pressione. Ovunque si faccia pressione, la società e il governo cedono. Il problema, quindi, è come gestire la pressione, come scoprire e gestire la sua causa o la sua fonte ad acquistare e corrompere».9

La pubblicazione di un saggio, che riverbera i suoi passi e il suo impegno, torna come un toccasana quantomai vivo e potentemente urgente. 





Photo credits
In copertina • Kelly O’Brien, 
Hand in letterbox (detail), 2017. Courtesy of the artist 


Note

  1. Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 1993, pp. 133-134. ↩︎
  2. Ivi, p. 5. ↩︎
  3. Jacob A. Riis, How the Other Half Lives. Studies Among the Tenements of New York, Dover Publications, New York 2003, p.5. ↩︎
  4. Lincoln Steffens, Raffaele Rauty (a cura di), La vergogna delle città. Agli albori del giornalismo di inchiesta, DeriveApprodi, Bologna 2025, p. 16. ↩︎
  5. Ivi, p. 7. ↩︎
  6. Ivi, p.10. ↩︎
  7. Si faccia a tal proposito riferimento agli scritti sull’America di Naom Chomsky. ↩︎
  8. Lincoln Steffens, Raffaele Rauty (a cura di), La vergogna delle città, op.cit., pp.20-21. ↩︎
  9. Ivi, p.19. ↩︎

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