29.07.2026

Paul Simon, A Quiet Celebration

Il pellegrino cerimonioso in concerto al Grand Rex di Parigi

«Di questo, sono certo: io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento». Si congedava così il viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni. Cerimonioso, diceva: un aggettivo che porta in sé la sacralità con un significato che si estende oltre alla situazione del sacro, raccogliendo la venerazione, il rispetto, la riverenza religiosa, e infine e soprattutto la celebrazione, la liturgia, il rito. È nel Trecento che questa parola viene recuperata dal latino per essere inclusa nel nuovo italiano, aderendo immediatamente alle celebrazioni cristiane. La cerimonia si presenta nella nostra lingua come funzione religiosa, non senza una sfumatura di particolare solennità; ma in breve diventa il complesso di atti con cui, sempre solennemente, si compie una celebrazione pubblica, anche del tutto laica.

“Cerimonioso” potremmo definire Paul Simon nel suo ultimo tour A Quiet Celebration che ha toccato le principali città europee in primavera per poi proseguire negli Stati Uniti e in Canada, fino allo scorso 18 luglio. Teatri e sale dalla forte identità acustica hanno fatto da cornice a questo inatteso ritorno, otto anni dopo l’annuncio del suo ritiro dalle scene. A Parigi la scelta è caduta sul Grand Rex. Situato sui Grands Boulevards, è una vera leggenda della città: inaugurato nel 1932, incarna lo spirito del grande cinema Art Déco parigino. Poco distante dal Pathé Palace, è impossibile non notare la torre angolare che si alza a 35 metri all’angolo di boulevard de la Poissonnière, con le tre lettere del suo nome alte due metri e mezzo. La sera del 3 e 4 maggio, quella torre si è accesa con i colori dell’album Seven Psalms: le tinte tenui del dipinto Two Owls di Thomas Moran, paesaggista della Hudson River School, hanno avvolto la facciata. Nel quadro, due civette, antico simbolo di sapienza, ma anche, più semplicemente, allegoria dell’autore e della moglie, la cantautrice Edie Brickell che lo affianca in scena, scrutano da un ramo il cielo dell’alba che schiarisce gli alberi intorno. Un’immagine simbolica e intima, proiettata sul cielo della Ville Lumiére ad annunciare l’arrivo dell’artista.

paul simon

A Parigi, il cantautore del Queens è arrivato con quindici minuti di ritardo. Quindici minuti in cui il pubblico ha atteso in silenzio sotto la volta stellata della grande sala, nella piena consapevolezza di essere lì per qualcosa di irripetibile. Con grande compostezza, Simon ha raggiunto il palco in abiti scuri, ha sussurrato un leggero e commosso thank you e con un inchino misurato ha cominciato ad officiare la sua quiet celebration con una band composta da ben undici elementi. Quel tono di pacata solennità si è riverberato anche nella voce. Paul Simon ha 84 anni, e si sente. La sua vocalità è palpabilmente diminuita, non solo rispetto alle epoche in cui guidava folle di centinaia di migliaia di persone ai concerti gratuiti di Central Park, ma anche rispetto al cosiddetto tour d’addio del 2018.

Allora, propriamente, il tour si chiama A Quiet Celebration e gli ingegneri del suono sembrano prenderlo molto sul serio. Per gran parte dello spettacolo il volume è estenuantemente basso. Il Grand Rex ha una capienza di tremila posti: il minimo colpo di tosse, il fruscio di un cappotto, l’applauso di chi non regge il silenzio spezza l’incantesimo etereo di questa performance. Una fragilità pericolosa ma anche, forse, la sua condizione necessaria.
È in questo equilibrio che Paul Simon si è rimesso in cammino, con un repertorio declinato in forme più sottili e raccolte. Un pellegrino spirituale e meditabondo, elegante e infaticabile che vuole ancora dirci qualcosa. Il semplice fatto della sua età dà forza alla sua riflessione sulla fine: i testi, per quanto labirintici, trasmettono una profondità conquistata nel corso di una vita intera di creazione artistica, un collage a più strati di consapevolezza sulla vera natura delle cose.

Concentrato, interiore, solenne. Il pubblico si è raccolto nell’ascolto della suite ininterrotta, concepita come un libro di preghiere e costituita da sette movimenti, quasi interamente acustici, ispirati ai Salmi del re Davide. L’album nasce da un sogno: il 15 gennaio 2019 Simon racconta di essersi svegliato con la certezza di stare lavorando a un pezzo intitolato Seven Psalms. Da quella notte ha cominciato a scrivere tra le tre e mezza e le cinque del mattino, tre o quattro volte a settimana, per più di un anno. Del Salmo, in verità, non aveva un’idea precisa, ha preso la Bibbia e si è lasciato guidare da quei testi attribuiti a Davide.

The Lord is my engineer
The Lord is the earth I ride on
The Lord is the face in the atmosphere
The path I slip and I slide on

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Paul Simon sul palco del A Quiet Celebration Tour, 2026

Questa l’antifona scelta, una direzione che guarda alla dimensione temporale e che si intreccia nello spazio fisico. Vi è, in questi quattro versi, un’eco che David Maria Turoldo avrebbe riconosciuto. Nel suo commento al Salmo 23, il religioso friulano individuava nella relazione tra il pastore e il gregge più di una semplice metafora di guida, ma una forma di comunione vissuta, in cui le ore, i rischi, la sete del gregge diventano le ore, i rischi, la sete del pastore stesso. È la stessa prossimità che Simon sembra cercare quando chiama il Signore “ingegnere” e “terra”, sottraendo la divinità all’astrazione per farne compagno di cammino, presenza che si manifesta nel paesaggio fisico (la terra su cui si corre, il sentiero su cui si scivola) prima ancora di affiorare come volto. Non stupisce che la tradizione pastorale e quella dell’ospitalità, le due unità simboliche che Turoldo riconosceva a fondamento del salmo davidico, tornino qui trasformate: l’ospitalità di un Dio che è insieme rifugio e inciampo, certezza e caducità.
Eppure Simon non si ferma alla consolazione ma spinge la mano del Signore verso territori che la devozione tradizionale stenterebbe a pronunciare:

The Covid virus is the Lord
The Lord is the ocean rising
The Lord is a terrible swift sword
A simple truth, surviving

Simon non giustifica il male ma lo nomina, semplicemente, come nomina qualsiasi altra manifestazione del divino. È un’onnipresenza in cui Dio abita il bello e il devastante. «L’eterno ha dato, l’eterno ha tolto» diceva Giobbe nel momento della perdita più totale, così l’artista eredita questo sapere e accetta la transitorietà come condizione stessa dell’essere.
In Trail of Volcanoes Simon racconta di aver portato la sua chitarra down to the crossroads: il riferimento è al crocevia di Robert Johnson, il luogo mitico in cui il bluesman del Mississippi avrebbe ceduto l’anima al diavolo in cambio del genio musicale. Su quella stessa strada, adesso, camminano i rifugiati, esplodono i vulcani, si consuma la rovina che non lascia tempo per gli emendamenti. La traiettoria è quella di tutta l’umanità, we’re all walking down the same road / to wherever it ends, siamo anche noi coinvolti nella Great migration della strofa iniziale di tutto il componimento e il punto di arrivo rimane incerto e sconosciuto.

Il messaggio così diventa universale e sfiora la dimensione cosmica, nell’aspirazione a cogliere una connessione che attraversa ogni cosa. L’immagine più compiuta di questo slancio abita il salmo Your Forgiveness, quando dice: «All of life’s abundance in a drop of condensation». L’intero universo può rivelarsi in una goccia d’acqua. Un’immagine che ricorda William Blake quando scriveva: «Vedere un mondo in un granello di sabbia / e il cielo in un fiore selvatico» ma anche Borges e la sua sfera cangiante della cantina di Buenos Aires.
A chiudere la suite il brano Wait:

Wait
I’m not ready
I’m just packing my gear

Il gear è l’attrezzatura del musicista ma è anche, inevitabilmente, l’equipaggiamento di un’intera esistenza. Come se il momento del commiato richiedesse ancora un ultimo allestimento, come se ci fosse ancora qualcosa da preparare prima di consegnarsi. Qui Edie Brickell ricompare in scena, dopo aver cantato The sacred harp, illuminata da un cono di luce mentre intona l’ultima strofa: Heaven is beautiful / It’s almost like home / Children! Get ready / It’s time to come home. «È perfetta per quel personaggio», ha detto Simon, «come un angelo che canta del paradiso». Così si concludono i primi trentatré minuti di concerto. Come Hopper desiderava dipingere la luce del sole su una parete, l’istante della sovrapposizione, così Simon ha voluto cantare il punto esatto in cui Dio e la morte si sfiorano nella coscienza di un uomo.

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Paul Simon al Grand Rex di Parigi, 3 maggio 2026

Il nostro artista cerimonioso esce tra gli applausi di un pubblico scosso, e rientra dopo una decina di minuti in altre vesti: l’abito nero ha lasciato il posto a una giacca rossa, un paio di jeans e l’immancabile cappellino da baseball. Where have you gone, Joe DiMaggio, verrebbe da pensare. Il concerto riprende con i classici ma anche con componimenti meno conosciuti. «Sono pur sempre miei», afferma, e inizia con Graceland, accolta da un coro di meraviglia, quasi un sollievo unanime. Paul Simon è davvero con noi, davanti a noi, per noi. A un certo punto dedica Under African Skies a Bakithi Kumalo, ricordando che è l’ultimo superstite della band di Graceland. Miriam Makeba, Hugh Masekela, Ray Phiri, Joseph Shabalala sono tutti scomparsi. Il rito ricomincia, forse ancora più sacro del precedente, quando tutti si ritrovano a cantare lie la lie di The Boxer: generazioni diverse e commosse che si riconoscono nel poor boy alla stazione, o nel desiderio di essere homeward bound.
Tutti portano dentro di sé un Paul Simon costruito pazientemente fin dall’adolescenza ed assistere a questo concerto va ben oltre il desiderio di ascoltare una selezione del repertorio. Essere lì è ritrovare una voce che ci ha accompagnato, anche guidato, una voce che ci appartiene. Essere lì è vedere quel ragazzo che voleva fare il giocatore di baseball e che è diventato la colonna sonora di più generazioni. Essere lì è ritrovare un amico che credevamo di non poter più incontrare.

Dagli undici elementi iniziali, Simon rimane solo sul palco per congedarsi dalla notte parigina e regala una versione solista di The Sound of Silence, il capolavoro del 1964, spoglia di ogni orpello, capace di tenere il pubblico in una sospensione che dura fino all’ultima nota. Voce e chitarra a sostenere il peso di mezzo secolo di storia della canzone d’autore. Siamo testimoni del suo dialogo intimo con l’oscurità, quella stessa oscurità che Simon ci ha insegnato a considerare come una persona. La vecchia amica che ciascuno di noi è andata a trovare, almeno una volta.

Hello, darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again

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