29.01.2026

Mordere un’arancia a Qaanaaq 

Tra storia e curiosità, un breve, erratico e creativo reportage su come le contraddizioni e le bizzarrie della nostra epoca si manifestano in uno dei luoghi più remoti del mondo

Qaanaaq, estremo nord della Groenlandia, è quasi un posto immaginario

In effetti Pitea, il geografo greco del IV secolo a.C. ne alludeva forse con il toponimo di Thule. Certo, si potrebbe far notare che Pitea non avesse alcuna contezza della Groenlandia. E questo forse è vero.
Parliamo di Pitea, che merita una cospicua digressione.

Pitea nacque a Massalia, odierna Marsiglia, colonia focese su preesistente abitato ligure (circa VII secolo a.C.). Compì un viaggio che definire avventuroso è riduttivo; il nostro circumnavigò la Gran Bretagna, tra il 330 e il 320 a.C., periodo durante il quale Alessandro Magno stava sottomettendo la Persia.
Pitea partì da Massalia, oltrepassò le colonne d’Ercole, navigò sotto costa dinanzi al Portogallo, risalì la costa oceanica della Francia e giunse fino alle isole britanniche. 

Descrisse la sua periegesi in un’opera, sull’Oceano, che sfortunatamente non possediamo, se non per citazioni di altri autori che la sintetizzano o per pochi frammenti salvati dal tempo. 

Diciamo che viaggiare fino alla Gran Bretagna non fosse così inusuale al tempo, erano attestati già  secolari commerci tra Celti e Galli, perfino tra Celti e Cartaginesi (lo stagno!). Però gli altri approdi sono al limite della leggenda: Isole Ebridi e Orcadi (Scozia), Far Oer, descritte come «l’isola dove  bevono il frumento fermentato e dove il sole non tramonta mai», l’ISLANDA! 

Giunto lì, fu il primo greco ad osservare l’aurora boreale e a descrivere il «mare di gelatina», cioè il Mar Glaciale Artico. Dopo aver concluso la rotta a ovest, si mosse verso est: Bergen in Norvegia, Finlandia, l’odierna regione di San Pietroburgo, e il Baltico, dove vide i siti di produzione dell’ambra, l’«elektron». 

È discussa, tra noi topi di biblioteca, la possibilità che Pitea abbia raggiunto la Groenlandia. Se Pitea dice il vero, e ha incontrato realmente il «mare di gelatina», potrebbe aver visto l’isola groenlandese. 

Quindi dove sta Thule? Non si sa. Le Far Oer? L’Islanda? O la Groenlandia? Non è certo. Chiaramente invece sappiamo che passati parecchi secoli, l’ultima Thule scappa verso il bordo superiore della cartina geografica. 

A metà Novecento, in piena Guerra Fredda, arrivò nei pressi di Qaanaaq, la cui posizione geografica è 77°28′01.2″N 69°13′58.8″W. Insomma. Molto in alto. Qui c’era una gigantesca base aerea statunitense, sempre all’erta, in tempi difficili come questi quelli. 

Insomma, finalmente Qaanaaq, che come si può notare è uno strepitoso nome palindromo.


Arrivare a Qaanaaq

Torino → Copenaghen, Malta Airlines, comodi cinquanta euro il 15 di giugno. Da qui si complica. Copenaghen → Nuuk, meno agevoli 380 euro, cinque ore di viaggio, con AirGreenland. Nuuk → Qaanaaq. Da qui ci si affida alla stagionalità dei voli, perché non sempre il meteo permette  gli spostamenti. AirGreenland programmando una “fermata” a Ilulissat, promette di portarci a destinazione in comode tre ore.

Giunti a Qaanaaq, si inizia a pensare alla propria sopravvivenza. I tre chilometri che separano l’aeroporto dalla città possono essere piacevoli se fatti in macchina, ma potenzialmente letali qualora fatti a piedi, infatti, in inverno le temperature scendono facilmente sotto i −30 °C. Inoltre, il vento può creare il whiteout: non si vede nulla, neppure la direzione. 

Fatto non trascurabile, ci sono orsi polari nella zona: definiti “rarissimi” vicino al villaggio, non impossibili da incontrare. Il viaggiatore in questione chiarisce definitivamente che: «non è consigliato muoversi a piedi da soli. Gli abitanti infatti usano motoslitte  o slitte trainate da cani, o chiedono un passaggio ai locali con pickup o snowmobile».

Giunti a Qaanaaq centro, il panorama è questo.

Nota per chi volesse fare davvero questo viaggio: giunti qui a giugno, il sole non tramonterà mai, e sarà lì, celato dalle nuvole, ancora per tre mesi. Consigliate le mascherine per dormire. 

La città ha 646 abitanti, ed è in una delle zone del pianeta meno densamente popolata. Qui vive una  ancora la comunità Inughuit. 


Da qui partì Rasmussen

Knut Rasmussen nacque a Ilulissat, quel posto della “fermata”, nel 1879. Rasmussen diciamo che nacque ibrido: figlio di un pastore luterano danese e di una madre Inuit, incarnava le due metà del 

mondo artico. Parlante danese, però conosceva il kalaallisut: con la prima si fece conoscere al  mondo, con la seconda contrattava grasso di foca sulla banchisa. 

Tra il 1921 e il 1924 organizzò la celebre Settima spedizione di Thule, partendo appunto da Thule, cioè Qaanaaq. Attraversò su una slitta un continente di ghiaccio lungo diciottomila chilometri. E lo fece dormendo in igloo, che imparò a costruire, trascrivendo canti e leggende tramandate oralmente. 

Morì pochi anni dopo, nel 1933, di una banale intossicazione alimentare, nel suo letto a  Copenaghen. Va bene, il pasto non era proprio dei più digeribili. Mangiò infatti il kiviak.


Seconda digressione. Il Kiviak. 

Il kiviak è un piatto tradizionale invernale della cucina degli Inuit groenlandesi: si prepara  fermentando delle gazze marine all’interno di una pelle di foca. 

Le gazze marine PRIMA di essere kiviak. 

Le gazze marine DOPO esser diventate kiviak.

Preparazione

Si devono inserire cinquecento gazze marine intere all’interno di una pelle di foca: nota bene, si deve cercare di eliminare più aria possibile dall’interno della stessa. La pelle viene quindi cucita e sigillata con  del grasso di foca, per tenerla al “pulito”. Si mette la pelle sotto un cumulo di pietre, però aprendo  ingegnosamente uno sfiato per i gas che si creano nel lungo periodo di circa tre mesi, pena l’esplosione del tutto. 

Le carcasse degli uccelli fermentano e possono essere mangiate crude, durante l’inverno. Il kiviak  viene considerata una prelibatezza, cibo d’elezione per le feste di matrimonio. Rasmussen morì  così, per il mal di pancia seguito a un kiviak fermentato male. 


Consiglio vivamente la lettura Aua, il suo libro migliore. Aua è il nome dello sciamano da cui Rasmussen trovò ospitalità; lo possiamo considerare un ponte in un momento di incredibile cesura. Gli Inuit infatti si stavano per “aprire alla modernità”, e i contatti con il Kabloona “l’uomo bianco”  erano oramai stabili. 

Dopo essere partito da Qaanaaq ed esser giunto in Canada, presentatosi all’igloo di Aua, a Rasmussen furono concessi una incredibile serie di incontri. Un piccolo dettaglio. Aua era ancora pagano, e professava la religione tradizionale eschimese. 

Tra gennaio e febbraio 1923, Aua abbracciò la fede cristiana. Avendo «congedato i suoi spiriti  ausiliari» perché non ne aveva più bisogno, si sentì libero di narrare la sua esperienza e il suo sapere  occulto a Rasmussen. 

Alcuni passaggi sono incredibili, tipo questo, nel quale Rasmussen chiese ad Aua dove fosse il  paese dei morti. 

«Il paese dei morti, ma dov’è? Dove vanno gli uomini quando muoiono?» chiesi io.
«Quando gli uomini muoiono, la loro anima lascia la terra e i luoghi in cui vanno sono due.  Alcuni vanno in cielo e diventano uvdlormiut, “il popolo del giorno”. Il loro paese è nella  direzione dell’alba. Altri vanno sotto il mare, dove c’è un istmo sottile che ha il mare da  entrambi i lati. Questi vengono chiamati qimiujarmiut, “il popolo dell’istmo sottile”. Si sta  bene in entrambi i posti e c’è sempre abbondanza di cibo. 

Nel paese del giorno giungono solo le persone annegate in mare o in un lago, oppure quelle  che perdono la vita per omicidio. Si dice che il paese del giorno sia la terra delle persone  gioiose e felici. È un grande paese con molte renne e il suo popolo vive solo per la gioia;  giocano quasi sempre a palla, con i piedi, giocano, ridono e cantano, e giocano col cranio di  un tricheco. E sono così abili a giocare a palla, che prendono a calci una testa di tricheco che  ricade sempre sulle zanne. È per questo che l’aurora boreale ha quel suono, un suono  fischiante, sibilante, scricchiolante. Quel suono sono i movimenti dell’anima. Quando uno è  fuori in una notte di aurora boreale e lo sente, può fischiare, e tutte le luci si riuniranno e si  avvicineranno.» 


In conclusione a questo articolo vi voglio porre la domanda delle domande. Ma gli Inuit, quelli che vivono ancora sulla banchisa, hanno mai mangiato un’arancia?

Ovviamente la prima risposta è NO, il luogo non permette neanche la crescita di arbusto, figurarsi  di un albero di arance. Nella Groenlandia pre-moderna, non esisteva alcun frutto. Niente alberi,  niente erba, niente vitamina C; nulla. 

Gli Inuit ottenevano i nutrienti necessari da cibi poco intelligibili per noi: ad esempio, il muktuk (pelle e grasso di balena) contiene più vitamina C di un’arancia. 

Ecco i dati: 

  • Muktuk di balena della Groenlandia → circa 36 mg di vitamina C per 100 g.
  • Muktuk di narvalo → tra 30 e 38 mg per 100 g. 
    Arancia fresca → circa 50 mg per 100 g. 
  • Quindi, praticamente un’arancia polare. 

Ora è diverso. 

In alcuni villaggi, le arance sono un regalo di Natale: ci pensate che per i piccoli Inuit, è il primo  cibo colorato che vedono in mesi di bianco e ghiaccio. Cosa devono provare? Che sensazione può provare un bambino che mastichi e succhi un’arancia per la prima volta? Penso che le papille  gustative vengano travolte da quell’esperienza. Ma poi, ce l’avranno una parola per Arancia? 

In ogni modo, le arance oggi si comprano nei piccoli negozi statali: arrivano via aereo. I prezzi sono diciamo sconcertanti: un’arancia può costare quattro o cinque euro. Insomma, a Qaanaaq vendono arance, e la cosa di per sé è straordinaria. 

Un frutto del sole, a 77° di latitudine, dove il sole non tramonta ma non scalda. Gli Inuit le  comprano in estate, a caro prezzo, e ne fanno scorta nel ghiaccio. Hanno scoperto che la vitamina C era già tutta nella pelle di narvalo, ma non credo che sia più ormai una questione di necessità.





Photo credits
Copertina – Immagine di Qaanaaq scattata dai satelliti Copernicus Sentinel-2 il 29 giugno 2022. Autorizzazione Wikimedia Commons.

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