Tra le pagine di un saggio, La memoria e la lotta. Calendario intimo della Repubblica (Feltrinelli), sulla cui copertina campeggia lo scatto della felicità del fotografo emiliano Luigi Ghirri, lo scrittore Maurizio Maggiani rimembra a chiare lettere: «Io sono ciò di cui ho memoria, la Repubblica è ciò di cui ha memoria».
Torno amaramente a pensarci nei giorni in cui, lungo il perimetro della scrivania, la presenza fresca di stampa del mirabile volume Né oblio né perdono (Laterza) di Nicolás Rapetti sembra costretto a condividere il suo più genuino battito con una mediaticità della carta stampata italiana invasa da, malamente velati, attacchi alla memoria partigiana dell’ottantenne Repubblica italiana.

Si è già all’indomani del 25 aprile 2026 e come per il più netto degli ossimori quei capitoli carichi delle testimonianze, dei sogni e della violenza subita dai partigiani di una seconda stagione dei diritti e della libertà mondiali li avverto sensorialmente oltraggiati dagli editoriali (anche illustri) di un tempo presente, immemore della sua più dignitosa storia del riscatto. Come un pugno allo stomaco le pagine di Rapetti sanno portarmi a una stagione che emozionalmente ho imparato a conoscere sulla pelle e nel ricordo di un allora giovane padre, politicamente impegnato, che ha vissuto i Settanta nella passione e nel timore angosciante di quanto larga parte dei suoi coetanei stava vivendo al di là dell’oceano.
Come il sociologo argentino osserva:
«Se la desaparición fu la tecnologia del potere costituito, il suo correlato istituzionale fu il campo di concentramento e di sterminio. La diffusione di centinaia di centri clandestini di detenzione in tutto il Paese fu il fulcro della macchina repressiva, un anello fondamentale dell’irradiazione del terrore verso tutta la società. […] Le morti erano il mezzo, non il fine.»1
Se, infatti, oggi sembra ricorrere a suon di moda un solerte, e troppo spesso fittizio, richiamo analitico alla storia del lungo Sessantotto italiano2 (traslato negativamente nei cosiddetti anni di piombo), urge parimenti ricordare quali spettri e temibili orizzonti andarono a impersonare le trame oscure e gli intrighi dei vinti nella più tossica orgia con gli organi deviati e le forze incorreggibili di una giovanissima Repubblica italiana. Andando dal Piano Solo (1964), scovato da un giovanissimo Luciano Violante, al mistero del Golpe Borghese (1970) non fu vano il timore di quei partigiani del nord Italia che, quasi nel segno di uno scongiuro, scelsero di seppellire nei boschi vicini le poche armi di battaglia superstiti, pronte all’uso nel caso in cui fosse stata necessaria una ripresa della lotta in lode della tanto faticata e conquistata libertà.

Lungo le rotte della più salvifica indignazione, la memoria della conoscenza sa così condurmi al discorso che il leader socialista Filippo Turati tenne alla Camera dei deputati ai tempi d’oro della sempre più sanguinosa dittatura fascista:
«Quando le percosse, le minacce, il dileggio, l’assassinio non rispettano neppure le donne, i vecchi, i bambini; quando vi è gente che impazzisce sotto il terrore; quando insomma la lotta selvaggia è rivolta contro tutte le organizzazioni proletarie, o rosse, o bianche, o incolore, ossia contro il proletariato, ossia contro la patria, ebbene, allora non v’è più vita civile, non v’è più patria, non v’è più civiltà.»3
Con uno slancio temporale anticipante di oltre un quinquennio l’inventiva dell’estremismo di destra nell’organizzazione di un convegno in lode de La fine dell’antifascismo, lo storico Carlo Greppi, nel 2020, aveva già condotto all’attenzione del pubblico l’illuminante saggio L’antifascismo non serve più a niente (Laterza). Se risulta superfluo ribadire la vena sarcastica del titolo prescelto, lo stesso purtroppo non può più dirsi per l’animo di quanti pavidamente (oltre il sentire nostalgico di un’eredità di matrice chiaramente fascista) hanno smesso di onorare i giorni in cui la parte sana di una multiforme collettività italiana si liberò del peso mortifero della continua rappresaglia e della violenza nazifascista.
Come ha mirabilmente restituito Maggiani, nel ricordo vivo e indelebile di quel che è stato:
«[…] sono figlio di Dinetto, un combattente per la libertà. Figlio di un giovane che ambiva a fare l’operaio e invece è andato alla guerra, e la guerra l’ha piallato ben bene da Siwa a El Alamein, e se n’è tornato moribondo e furente in cerca di casa sua, e per trovarla ha combattuto ancora due inverni, l’ha fatto dalla montagna di Lunigiana nel battaglione che ha preso il nome da Gino Lucetti, l’anarchico attentatore di Mussolini. Non parlava granché mio padre [ma] il 25 aprile, spiegava, [è il giorno] che bisogna scrivere con la A maiuscola. Allora, fervidamente, mi parlava di libertà. Sì, perché la mia generazione ha potuto crescere sana, istruita e pratica dell’appetito e non della fame […] Così abbiamo potuto […] persino pensare a tutt’altre libertà, e la nostra giovinezza l’abbiamo vissuta lontano dalla guerra ma lottando per l’inaudito, per i diritti mai espressi e […] sconosciuti. […] Potrei forse dimenticare che il primo alunno portatore di handicap è entrato in un’aula di scuola statale […] accompagnato dal consiglio della fabbrica di suo padre, con le bandiere del sindacato? Io ero lì e quel ragazzino me lo ricordo.»

Benché se ne ignorino spesso le coordinate, vi è sempre stato un redivivo nastro della violenza e del terrore a tener strette le cinghie nefaste di una criminalità improntata al controllo della società con gli interessi fagocitanti dell’universo finanziario. Se i resoconti storici di Greppi e De Ninno (Mancò la fortuna non il valore, Laterza) sanno ben restituire quella che fu la tacita collaborazione del regime fascista con i molteplici snodi dell’imprenditoria e della gestione economica del Paese, è altrettanto evidente come, nella secolare e tragica questione latino-americana, la grande influenza dei militari golpisti ha potuto sempre godere delle linee guida dettate dalla politica del mercato estero.
Come ha evidenziato Eduardo Galeano in Le vene aperte dell’America Latina (SUR):
«Esiste una struttura di progressive umiliazioni che inizia nei mercati internazionali e nei centri finanziari e termina nelle case di ogni cittadino. […] Dittatori, torturatori, inquisitori: il terrore conta sui funzionari, come la posta e le banche, e si applica perché risulta necessario. Non si tratta di una cospirazione di perversi. Il generale Pinochet può sembrare un personaggio della pintura negra di Goya, un invito a nozze per gli psicanalisti o l’erede di una truculenta tradizione delle repubbliche bananiere. I tratti clinici e folcloristici di questo o quel dittatore servono per condire la storia, ma non sono la storia. […] Nei paesi del Sudamerica, i centurioni hanno preso il potere per una necessità del sistema e il terrorismo di stato si mette in moto quando le classi dominanti non possono più realizzare i loro affari con altri mezzi. Nei nostri paesi non esisterebbe la tortura se non fosse efficace; e la democrazia formale avrebbe continuità se i detentori del potere fossero sicuri di poterla tenere sotto controllo. Nei momenti critici la democrazia diventa un crimine contro la sicurezza nazionale, cioè contro la sicurezza dei privilegi interni e degli investimenti stranieri.»
Dalle accuse rivolte da Rodolfo Walsh alla dittatura militare di Videla e Massera in una ultima invettiva, sino ai fallaci tentativi di scagionare le responsabilità e i crimini contro l’umanità nel segno di una rediviva teoria dei due demoni, si è fatta strada nel contesto globale (sostanzialmente nella mani di un reazionarismo finanziario di destra in accordo con il più pavido pseudo-progressismo) l’idea nefasta che solo una rivisitazione succube (non certo pacificata o veritiera) della Storia possa definitivamente aprir le porte della benedizione agli interessi illimitati della finanza e dei mercati.
La memoria pacificata, così fortemente tornata ad assillare le richieste nella commemorazione del 25 aprile italiano da parte di figure politiche legate all’ex MSI, trova il suo corrispettivo nella tentata rivendicazione di una memoria completa, invocata da un certo populismo di destra attualmente al governo dell’Argentina.
Come ha ben osservato Chiara Colombini nel saggio Anche i partigiani però… (Laterza):
«Nel nostro presente circolano umori che richiamano alla mente il passato più buio […] Una miscela di atteggiamenti che, al di là delle aperte rivendicazioni di quel passato, offre legittimazione – come fosse saltato un tappo – a posizioni e affermazioni non nuove ma fino a pochi anni fa pronunciate a mezza bocca, per allusioni, con un vago senso di vergogna.»

In un contesto tornato ad essere diffusamente indifferente (se non pavidamente cattivo nel suo bisogno di tacciare e allontanare in preventivo l’altro da sé, ovvero il diverso erroneamente detto), ecco che persino un richiamo livellante a un essere umano, che sostituisca il partigiano (colui che lotta, crede, resiste), disvela l’involuzione «di quei figli della Repubblica» che, a un itinerario della vita dignitoso e consapevole, hanno preferito la caduta, ingenuamente non avvertita, in un abisso adulante l’obsolescenza della società dello spettacolo per tempo fiutata e analizzata da Guy Debord.
Come in fondo ben puntualizza Greppi, congedandosi dal lettore:
«[…] non sta certo a me dire cosa è fascismo e cosa non lo è, né ho intenzione di spendere inutilmente parole preziose per attaccare falsi nemici, in presenza di una nutrita schiera di quelli veri. Per me nemici sono coloro che sputano veleno sulla storia dell’antifascismo, tutto confondendo in un minestrone di colpevole mistificazione, accusando chi si rifà ai valori sedimentati e cresciuti nel lungo corso dell’antifascismo storico di ammantarsi di superiorità morale, farfugliando distinguo con l’unico obiettivo di legittimare, ancora una volta, il fascismo. In effetti, il piano etico è determinante: sovrasta quello storico, lo comprende e lo rilancia. […] per molti e per molte, essere antifascista è ancora diverso – e ci si ritrova fianco a fianco. È come essere innamorati, o diventare genitori: non hai le parole per spiegarlo, ma sai perfettamente cos’è.»
Nel calendario intimo di Maurizio Maggiani – redatto in onore di quella Repubblica edificata pezzo a pezzo anche dalle mani del grande e umile Dinetto –, figura un uomo venuto a mancare come tanti nel silenzio quotidiano e nella caduta accidentale da un albero da frutta, curato con la stessa devozione esplicata nella missione dell’insegnamento universitario. Piero Martinetti fu un professore kantiano, un uomo tra gli appena dodici accademici (su 1125) che si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista perdendo, altresì, larga parte dei suoi diritti. Come sottolinea l’autore, Martinetti fu anche l’unico e solo filosofo a opporsi a quell’insalubre atto di fede imposto con la privazione e la violenza.
Conservando un’istantanea della piccola via privata a lui dedicata, Maggiani asserisce:
«[…] ora lo voglio ricordare […] perché gli spetta almeno una voce. Una voce che racconti il giorno in cui si presentò al suo esame di filosofia morale alla Statale di Milano lo studente Lelio Basso, incatenato e scortato da due agenti perché condannato a tre anni di confino come «elemento pericoloso per l’ordine e la sicurezza pubblica, in conseguenza della sua attiva propaganda fra elementi intolleranti dell’attuale stato di cose». L’esame è breve. Il presidente della commissione, lo stesso Martinetti, interroga lo studente sull’imperativo categorico kantiano. E, senza attendere la risposta, dichiara: «Lei ha mostrato con la sua condotta di sapere benissimo cosa sia l’imperativo categorico kantiano: trenta e lode». Ecco, questo è uno tra i mille, un eroe della Repubblica anche se la Repubblica non l’ha mai vista nascere e non so neppure se l’abbia mai sognata.»
Il passato allora inteso come la più indispensabile delle risorse, un dono che sa farsi dolce e prezioso a dispetto del peso più imponente, torna a illustrare la sua verace autenticità garantendo quella che fu la luce di un breve lasso temporale, splendidamente liberatosi dagli spettri della non conoscenza. La Repubblica di un Paese, che con le mani partigiane liberò da sé molteplici città, prima della trascrizione su carta seppe nascere nel sogno di quelle ragazze che, assieme alle armi di battaglia, impugnarono la primaria possibilità di aver padronanza del proprio corpo e delle proprie scelte4. Nella storia partigiana una prima bozza della Carta della Repubblica voglio oggi figurarmela nel segno della scrittura controcorrente di quanti avevano inteso come la guerra, ogni guerra, costituisse l’ultimo baluardo di un’ingiustizia radicata in favore dei più abominevoli interessi di pochi. Come suggella l’orgoglioso erede delle genti apuane:
«Sono nato a metà di quel secolo […] che ancora portava i segni della […] guerra, […] sono venuto al mondo da […] povera gente, ognuno reduce e superstite […] Se ne sarebbero portati per tutta la vita l’orrore, ma il loro figlio no, per lui con le loro mani era stato appena edificato un mondo nuovo, la Repubblica, un Paese in pace in un mondo di pace. Non era una speranza, era una certezza, erano sicuri che tra tutte le incertezze della loro vita a venire la pace sarebbe stata il punto fermo, e lo avevano giurato nella carta che si erano dati. La Costituzione di cui mio padre teneva una copia nel cassetto, […] finché l’ho trovata tutta sgualcita e segnata quando lui alla fine se n’è andato […] Sono ciò di cui ho memoria, la Repubblica è ciò di cui ha memoria, l’umanità è dolce curiosità di una universale e reciproca domanda, de chi te sen? E nello scambio dei racconti che danno risposta alla curiosità, si compone il romanzo del mondo. Il passato come risorsa, pensava Benjamin. E Mario Tronti, sia chiaro che non è più l’avvenire ma il passato l’arma più potente contro lo stato presente delle cose.»
- Nicolás Rapetti, Né oblio né perdono, Laterza, Bari-Roma 2026. ↩︎
- Dalla definizione che ne ha dato Toni Negri per un periodo complessivo, specificatamente italiano, che va dal 1968 al 1977. ↩︎
- Discorso alla Camera dei deputati 24 giugno 1921, cit. in Fabio Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo 1918-1921, UTET, Torino 2009. ↩︎
- Occorre, a tal proposito, ricordare che la prima Ministra della storia italiana, quando ancora il diritto al voto delle donne presentava importanti lacune, figurò con l’instaurarsi per appena quaranta giorni della Libera Repubblica Partigiana di Ossola. ↩︎
In copertina: Luigi Ghirri Modena, 1971c-print22.2 x 16.9 cm.8 3/4 x 6 3/4 in. © The Estate of Luigi Ghirri