16.02.2026

La ragione errabonda

Giorgio Colli e la vita come epifania del pensiero

Tra le voci più autentiche e complesse della filosofia italiana del Novecento, forse oggi un poco dimenticata, vi è quella di Giorgio Colli. È il primo a tradurre in Italia – in maniera rocambolesca – parte dell’opera di Nietzsche. Dapprima solo, già da adolescente, alle prese con Così parlò Zarathustra; poi, con Mazzino Montinari, all’avventura tra i castelli e gli archivi di Weimar, in una Germania ancora divisa e pericolosa. Oltre a Nietzsche, negli interessi di Colli, anche Schopenhauer, Aristotele e Platone, e i presocratici. Ma ecco, in questo articolo, in questo invito alla lettura diretta dei testi del filosofo, si guarderà al suo pensiero soltanto lateralmente, o meglio, per via aneddotica: tre o quattro frammenti della vita basteranno, in questo caso, a gettare una luce significativa anche sul folle volo delle sue idee. Perché la vita di Giorgio Colli è uno di quei rari intrighi ove lo slancio vitale, l’eredità, le circostanze storiche e geografiche, la quotidianità e il destino deflagrano insieme e segnalano una scintilla di autenticità, di senso. Così la vicenda biografica e il pensiero finiscono per riflettersi in un’unica, ardente e vibrante natura quasi divina.

Per frammenti dunque, ma con ordine. Anzitutto il destino, fin dalla giovinezza. Difatti Giorgio Colli, ancora adolescente, si ammala di morbillo. È così costretto a trascorrere molto tempo in casa, si annoia, è un ragazzo vivace e curioso, pensa e sogna, rovista tra i cimeli di famiglia e le cianfrusaglie: qui scova un vecchio libro impolverato appartenuto al nonno. Reca una dedica e un titolo in lingua straniera, tedesca: Also sprach Zarathustra. Il giovane Colli si procura allora una grammatica e un dizionario e comincia a tradurre il suo primo volume nicciano. La dedica del libro è al nonno: i due s’erano conosciuti a Torino, presso l’abitazione del Cavalier Colli, adiacente alla dimora del filosofo: amava Nietzsche suonare il pianoforte e nonno Colli ne possedeva uno. Così, per una malattia di fanciullo, un pianoforte e un affitto, e un suggello del passato, il destino compie i suoi giochi capricciosi con Nietzsche e la famiglia Colli. Quel misterioso fato così lungamente meditato dal filosofo tedesco s’insinua in tal guisa nella vita d’un febbricitante adolescente. Da questa prima esperienza da traduttore sorgerà in petto al giovane Colli l’amore per la filosofia. Proprio questo amore lo condurrà per sentieri pieni d’eccitazione: il tentativo, ad esempio, di tradurre fedelmente l’opera niciana direttamente dai manoscritti conservati a Weimar. L’impresa riuscirà, nonostante mille resistenze e peripezie, e grazie soprattutto all’aiuto dell’allievo e amico Mazzino Montinari. E le circostanze storiche e geografiche di questa missione filologica odorano d’avventura: sono gli anni della Germania divisa, della Guerra fredda, della cortina di ferro che obnubila e rallenta finanche gli studi archivistici: allora proprio come infiltrati segreti, Colli e Montinari si gettano sui misteri dell’illeggibilità della scrittura nicciana, si inviano fascicoli, sfidano censure e frontiere, si scontrano e si confortano a vicenda. È da questo lavoro di spie che vedranno la luce le opere nicciane.

Giorgio Morandi, Natura morta con manichino, 1918/19

E ancora, slancio vitale e quotidianità: nello studio dei presocratici, Giogio Colli si approssima ai concetti più ambigui e originari della filosofia greca. Essere e necessità, non essere e verità, espressione e conoscenza. Ora non è qui prioritario né facile provare una interpretazione minima delle questioni teoretiche di Colli, eppure sbrigativamente, e con una grossa dose di superficialità, è pur possibile balbettare qualcosa. Essere e non essere, verità e necessità, tutte le categorie e i concetti, l’espressione umana tutta intera, non sono infine che nomi, segni, simulacri inadeguati e insufficienti a cogliere la pienezza della vita, e dunque, della morte. E il mistero ultimo e definitivo dell’esistenza è destinato a rimanere celato fra le maglie dell’apparente immediatezza del reale.

L’essenza delle cose sta così nascosta e latita, se ne va in giro per il mondo. E in questo vasto oceano di parole e di questioni di fumo, solo resiste il pensiero: soltanto il pensiero intuisce, coglie vagamente l’ebbro respiro che aleggia e permea il mondo. Il pensiero soltanto strappa una briciola di senso. Non solo. Queste folgoranti intuizioni di pensiero, non completamente comunicabili, infiltrano in profondità il tessuto della vita concreta. La quotidianità diventa dunque folle: così la pazzia d’un ragazzino e d’una traduzione; il commercio da spie, le scorribande e l’ostinazione per la pubblicazione delle opere nicciane; la volontà indefessa di inaugurare con Foà la casa editrice Adelphi; e ancora, la realizzazione autentica della paideia, il concetto greco, platonico, di educazione: il già citato Montinari, il meraviglioso Angelo Pasquinelli, Sossio Giametta e molti altri allievi rapiti dall’ebbrezza di Colli. Insomma, questo pensatore, pur amando più d’ogni altra cosa il ragionare errabondo, ha saputo trasmigrare e condurre, entro i confini della vita materiale, le scintille del pensiero: così da poterlo concretamente vivere. Questa operazione consente a Colli di rivitalizzare l’ordinarietà della esistenza, di riempirla, di gettare nella concretezza quotidiana la straordinarietà e la fiamma del pensiero. La materia bruta e grezza del giorno e della notte s’impasta così con la polvere di stelle e le favole, ossia con le magiche e vane conquiste della speculazione filosofica. Una vita degna, si direbbe. Pur nel mezzo delle intemperie e del dolore e delle tragedie della storia.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1957

Avviandoci alla conclusione, si può dire che anch’oggi, ancora, il mondo si mostra terribile e frequentemente privo di senso, lascia smarriti e svuotati, attoniti. Ci sferza. Ma l’esercizio e la brama di Colli suggeriscono una via. Della vita, del pensiero; e in ultima istanza, della morte. Persino la morte, d’altronde, ha carattere d’epifania e rivelazione per il filosofo italiano: il 6 gennaio 1979, all’improvviso e all’istante, mentre traduce Eraclito, Colli si spegne. Il frammento rimasto sulla sua scrivania recitava pressappoco così: «Chi non spera l’insperabile, non lo scoprirà». Ecco, probabilmente, Giorgio Colli l’insperabile l’ha scoperto e vissuto. Si può dunque provare, sommessamente, almeno, a seguirlo.

In copertina: Giorgio Morandi, Paesaggio, 1940

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