Le comunità sono fatte di aperture e di chiusure. Nel gesto di ergere un muro, il confine diventa un elemento di organizzazione dello spazio, di configurazione del mondo. Esso opera come un dispositivo di inclusione o di esclusione dal munus, da quel principio di sacra ambivalenza che circoscrive la vita dei cittadini in un patto di dono e obbligo, trasmesso di generazione in generazione. I confini sono il primo atto tramite cui una comunità si dà e si determina in una dimensione del tutto umana di riconoscimento e differenziazione. In questa duplice prospettiva, il muro diventa il primo gesto immunizzante[1], parte di una teicopolitica, che è tentativo di protezione e assicurazione della vita di coloro che sono coinvolti, entro i limiti ai quali essa stessa decide di inscriversi. I confini, tuttavia, non sono solo materiali: sono idealità, che si traducono in aspettative, desideri, timori. Essi, dunque, possono non solo rappresentare l’estremo del tentativo immunizzante, ma anche un confine progettuale di possibilità.
La città ideale di Daniela Piana[2] riscrive il paradigma della comunità, attuando un’inversione prospettica a partire da ciò che sancisce la nascita del luogo comunitario, ossia il confine. La città ideale è un invito a considerare il limite comeun luogo di condivisione e di non-divisione: esso non determina un distinguo nell’umano, ma crea una linea di continuità tra le aspettative e i sogni di ciascuno. Non vi è dunque il delineamento di alcun progetto utopico, nella duplice accezione del termine, ossia di eutòpos – luogo desiderabile, perché perfetto – o outòpos – luogo inesistente in quanto perfetto –, bensì l’ambizione di costruire un luogo reale, un confine, che non separi o immunizzi, ma che resti tale in quanto ambiente liminare di possibilità vitale. In quest’ottica, tutti portano in sé la propria città ideale e tramite le leggi, intrinsecamente legate anch’esse alla limitatezza, possono attuare una sintesi di tali idealità. In questo modo, sarà possibile allontanarsi dalla prospettiva immunizzante per abbracciare il confine come spazio liminare di rivitalizzazione del contratto sociale.

D’altronde, i muri possono dividere, ma possono anche creare rialzi dai quali guardare il mondo al di fuori. La città ideale tenta proprio di offrire la migliore prospettiva per affacciarsi sul mondo che può essere, accompagnando con delicatezza poetica a una riflessione pronta a farsi vita.
Dell’incompiuto. Presupposti della convivenza
Il primo capitolo, L’incompiuto come essenza, affronta il presupposto d’esistenza della città ideale: la convivenza sussiste laddove vi è incompiutezza. L’incompleto non è sbagliato, non è nemmeno irrecuperabile, in quanto esso implica certamente che sia fallibile, ma anche, e soprattutto, correggibile. Ciò che manca all’incompiuto per compiersi ci porta verso la necessaria convivenza fra il non compiuto e perpetuo compiersi[3]. L’inachevè – il non pienamente raggiunto – è fondamento della partecipazione al costante miglioramento di un progetto, il quale, se non rimanesse aperto, sarebbe escludente. È un messaggio potente, quanto distante, dalla nostra quotidiana esperienza del rapporto tra comunità e incompletezza. La nostra città della performance potrà mai riconciliarsi con l’idea di fallibilità?
Il punto di partenza del libro è il concetto stesso di ideale. Le parole sono dense, sono intrise non solo di potenziale descrittivo, ma anche di una carica valoriale, che le connota e genera una spirale di aspettative che, prima o poi, dovrà esser incontrata. Prendendo, per esempio, democrazia, stato di diritto, inclusione, partecipazione, essi non sono solo indici, non sono nemmeno solo concetti: i concetti stessi rappresentano dei limiti, dei confini. Come pretendere, dunque, di costruire qualcosa di ideale servendosi di molto di più che le sole parole?
Nella città ideale la norma scritta è usata per riempire gli spazi incompiuti, non ancora pienamente completi, attraverso l’azione umana, che deriva dall’autonomia delle persone, senza pretendere da essa la perfetta compatibilità con il problema rilevato. Si costruisce così un confine, uno spazio di circoscrizione dell’azione, che non limita, ma si fa possibilità. Infatti, la norma scritta ha esattamente lo stesso problema di tutte le norme: essa è costitutivamente incompiuta, perché non ancora vivificata dal nostro agire. La base della corrispondenza norma-azione resta – e tale sempre resterà – l’autonomia delle persone, tradotta in termini di responsabilità. Per tale ragione è assolutamente fondamentale non corrompere la sua materia prima: la fiducia. La fiducia è la malta con la quale costruire i muri della città ideale. Compromettendo il meccanismo fiducia-aspettativa sotteso, l’azione ne uscirà privata di ogni vigore e valenza, perché ogni sistema che funzioni correttamente fa appello alla coscienza, ossia al primo spazio di azione individuale e collettiva. L’individuale libertà di scelta è qualcosa che va coltivato e le leggi sono il confine entro il quale farlo.
Nell’imperfezione umana non solo risiede tanto la cifra di una riscoperta o reinventata potenza, quanto più la condizione per una perfetta convivenza, data dalla fragilità. Così, fallibilità e apertura diventano due momenti del medesimo processo, un processo tutto umano. Il paradosso della città ideale consiste proprio in questo aspetto cruciale: essa è quanto di meno ideale si possa immaginare. È un modo per misurarsi con un progetto che non può che esser incompiuto, ma che andrà agito, sempre secondo i suoi tempi e la sua grammatica. E ogni tempo ha la sua grammatica.

Del ritmo. Costruire sulla sabbia.
Esiste un intangibile alla base della danza comunitaria: il ritmo. È un ordine che si dà e si fa come tutte le forme di nòmos, che vivono di regole e di significati. Il tempo, lo spazio e la norma sono tre dimensioni fondamentali che danno euritmia e che orientano il senso di una comunità. Proprio in virtù di questi tre principi il sociale è sacro, è più della somma delle parti.
La comunità prevede due aspetti fondamentali: co-spazialità e con-temporaneità. L’obiettivo ottimale sarebbe quello di rimanere simultanei, se non nel risultato, almeno negli intenti, se non fisicamente, almeno emotivamente. Tuttavia, sembra che la cifra del XXI secolo non sia il ritmo, ossia la legittima alternanza di momenti salienti e pause, ma una costante e martellante cadenza del fare. La città ideale, però, conserva ancora il metodo della convivenza, grazie al quale è possibile progettare nel lungo periodo.
Il prima e il poi hanno a che vedere con lo stare assieme, in modo non necessariamente sinergico. Tuttavia, quando il ritmo funziona bene è una celebrazione della socialità, perché la procedura è un ritmo, è pausa e ripresa. Alla fine di un rito sociale è stato prodotto qualcosa di sacro, qualcosa che ha sancito un passaggio nella comunità e che ha alimentato la fiaccola sociale. Il rito modifica chi vi partecipa e invertendo l’ordine non si mantiene uguale il risultato. Non è un processo di computazione: l’ordine è fondamentale.
Le regole a modo loro sono un rito, producono qualcosa di sacro, perché sacro è il loro fondamento. Esse vanno dosate, ne va dosata l’impellenza percepita, tenendo sempre a mente l’obiettivo che debbano durare, non rattoppare a breve termine.
Tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire come se la sabbia fosse pietra
(J. L. Borges)
Progettare significa proprio questo: costruire nel limite che ci è dato. Lungi dall’obiettivo deve rimanere la presunta immodificabilità, perfezione o ineccepibilità della norma e della sua applicazione. Il tempo delle norme non è interscambiabile, la brevità di una scelta non ne qualifica necessariamente anche la qualità. Eliminare il tempo di una scelta significa sopprimere la riflessione all’origine, di cui la vita necessita e senza la quale sarebbe puro automatismo. E la norma non può diventare automatismo.
L’uomo vive in un tempo accelerato, in cui la buona performance passa per la rapidità della scelta. Nonostante ciò, non è giusto usare la norma con la stessa frequenza con cui si cambia umore e non si possono frammentare i processi decisionali, perché l’inviolabilità della norma persiste, finché essa rimane gravida di significato e rappresenta un confine in tutta la sua sacralità. Agire solo per avere un momentaneo compiuto significa trovare soluzioni hic et nunc, danneggiando il sistema. Si può valutare anche l’incompiuto, finché a tempo debito non si completerà, preferendo la perseveranza alla performance. Questo è il metodo della convivenza, perché una cosa è partire da un modello e inferire schematicità, un’altra ancora è proiettarsi e da lì progettare.
Progettare deve diventare l’azione della tessitura sociale. Ogni tanto si filerà con decisione e velocità, altre volte si dovrà rammendare o ricominciare. In fondo, un progetto non è un’idea che diventa necessariamente realtà: è la promessa di trasformazione di quest’ultima[4]. Così, forse, si rischierebbe meno l’entropia, si agirebbe più con senso di insieme, ritmando la propria azione su un comune senso di ideale.
La fiaccola è un sentimento duraturo, ma molto discreto perché umano[5], ossia la volontà di uno spazio im-perfetto, uno spazio che sia ancora da finire e definire, in cui ogni contraente ha la possibilità di contribuire: esso deve essere uno spazio inclusivo. Non è possibile stabilire ex-ante che cosa sia la città ideale, ma solo come creare le condizioni di possibilità, perché tutti in questa azione collettiva si rivedano nel risultato. In questo modo, la rivitalizzazione del contratto sociale avviene tramite la costante progettualità, la continua spinta a rendere l’incompleto qualcosa di auspicabile, per tutti. Tale ambizione resta possibile mantenendo viva la capacità di creare senso di appartenenza, lasciando aperto il destino in cui il condiviso è il viaggio e in cui ciascuno ha il proprio sentiero che converge verso la stessa meta di convivenza. Perché nell’esistenza non ci sono traguardi: c’è vita.
Di fronte a un attacco aprire le porte
Ed è circolare il perimetro della città ideale: si parte dall’io, che è un noi e che, prima di tornare al noi, passa per l’altro. L’esperienza dell’alterità è la vera concretizzazione dell’identità, ovvero il nucleo del ragionamento sulla città e su qualunque habitat umano. È nel momento sinodico che si riconosce il noi, il quale, nonostante la sua contemporaneità effimera, consente l’adesione all’incontro. Un incontro che non nasce dall’utilità, ma dall’umana esigenza di dare forma e fondazione al sé.
Allo stesso modo, La città ideale chiude circolarmente la riflessione sulla comunità con la stessa immagine della staffetta intergenerazionale, che ne rappresenta il principio. Per una repubblica del futuro è il capitolo conclusivo del libro. La gioventù rappresenta l’inizio e la fine di una città edificata sulla speranza di miglioramento.Anche nei momenti più critici, essi mantengono l’innata spinta motrice della fiducia, per questa ragione progettare con loro e su di loro significa costruire una repubblica del futuro, gettando le basi di un contratto sociale in continua vivificazione. Così, le mani della generazione precedente si protendono verso quelle più giovani, già tese a cogliere il testimone. In quest’ottica l’istruzione è cultura, ossia l’azione di semina dei valori. Bisogna dare modo alle giovani generazioni di scorgere tra le pieghe del possibile l’occasione di un cambiamento, insegnando soprattutto a concepire la città ideale come un luogo di fallibilità, di integrazione e di apertura di quei confini che sono nati per immunizzare, ma possono rappresentare l’esatto opposto.
Di fronte a un attacco aprire le porte[6]
Non si può voler distruggere una città di cui si fa parte, giusto? Alla fine, non ci sono confini tracciati che non possano esser ritrattati, se il nostro cuore si riconosce nell’umanità altrui, per quanto estraneo costui ci appaia. È il fondamento della dignità: il riconoscimento dell’identità passa per l’ammissione della dignità, ossia il riguardo che l’uomo, consapevole del valore di sé e dell’altro sul piano morale deve tradurre in un atteggiamento e in una condotta adeguati[7]. È una delle multiformi manifestazioni della cura, che trova modi diversi per ricomporre e ricostruire, laddove sarebbe più facile buttare. Per una città ideale, la cura è la struttura innata delle architetture umane, in assoluto le più difficili da edificare. La cura è un principio teoretico, un presupposto di esistenza, individuale e collettivo, ma è soprattutto un atto di costante ricerca dell’altro, una volontà profonda di vicinanza. In quest’ottica, la promessa di immunità appare nulla più che un’illusione, mentre la distanza un’occasione data alla vulnerabilità per farsi spazio. Sentirci capaci di sentire la vita altrui è il sigillo di questo noi, scritto su una grammatica di vicinanza. In fondo, è cura per loro e pure per noi, che siamo pur sempre loro[8].
[1] R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità. Einaudi, 2006.
[2] D. Piana, La città ideale, Divergenze, 2023, pp. 96.
Daniela Piana è docente ordinario di Scienza della Politica all’Università di Bologna, associate fellow presso l’Institut des Hautes Etudes sur la Justice, esperto formatore della Scuola superiore della magistratura e componente dell’Osservatorio per la valutazione delle politiche giudiziarie, ricercatrice impegnata nel costruire capacità individuali e istituzionali per la tutela effettiva dei diritti e delle libertà.
[3] D. Piana, La città ideale, p. 21.
[4] D. Piana, p. 38.
[5] D. Piana, p. 5.
[6] Frase tratta da una conversazione con Daniela Piana.
[7] D. Piana, p. 68.
[8] D. Piana, p. 69.