23.03.2026

Jeff Buckley, you were so real

Un ritratto dell’indimenticato artista americano, tra la visione di “It’s Never Over” e la riscoperta di un’intervista in un piccolo bar di Milano negli anni Novanta


«Vedi, le mie canzoni nascono nei sogni con la mia immaginazione e la mia immaginazione si nutre della mia vita. In tutto questo non può esistere la noia.»
(Jeff Buckley a Davide S. Sapienza, 1994)


It’s never over, Jeff Buckley (Non è mai finita, Jeff Buckley, distribuito da Nexo Studios e in replica nelle sale il 24 marzo) è il film documentario dedicato al cantautore più significativo della scena mondiale degli ultimi decenni. Con la regia di Amy Berg e la co-produzione della Plan B di Brad Pitt, quest’opera era attesa con trepidazione. Passato dal Sundance Film Festival e poi al Film Festival di Roma, si tratta di un documento che va visto. Un’operazione onesta nei confronti di un giovane artista morto annegato per una leggerezza che a tutti può capitare, scomparendo nelle acque fangose del Wolf River di Memphis mentre il radiolone sparava a tutto volume Whole Lotta Love dei suoi amatissimi Led Zeppelin. È difficile fare ulteriori considerazioni, recensire un documentario del genere si presta a diverse prospettive: basti sapere che la narrazione si affida alle figure femminili centrali della sua breve esistenza, la mamma Mari, le compagne Rebecca, Aimee e Joan , tutte artiste. Ma anche i musicisti con i quali lavorò (stranamente manca all’appello Gary Lucas, fondamentale per la sua musica). E per onesto intendo un racconto che ci restituisce un Jeff Buckley sensibile e quasi “vittima” del proprio immenso talento, un giovane che cercava la sua strada e la cercava con grazia e dolcezza, poesia e potenza, ribellione creativa e tormento. Non sarebbe diversa da tante altre la sua storia se non fosse per quello che ha lasciato, anche nei suoi concerti e nella sua capacità di dilatare la forma canzone per trasformarla via via in una rappresentazione della vita stessa: «La musica è mia madre, la musica è mio padre», dice Jeff nel documentario. Lo avevo ascoltato di persona dire questo, quando lo intervistai per Il Buscadero all’uscita di Grace

jeff buckley

It’s never over, Jeff Buckley ci porta a fare una lunga abluzione in un’esistenza e in un viaggio artistico variegato e profondo, lasciandoci fluttuare nel liquido amniotico perché, citando Shakespeare, «siamo fatti della stessa materia dei sogni». Buckley non è un artista che ascolti così, è un incontro. Vederlo sul grande schermo ti fa ripensare a quanto dolore per noi appassionati sparsi per il mondo fu quella perdita. E nonostante la copiosa (e a volte discutibile, come sempre accade) discografia postuma, ci resta però Grace, un pianeta a parte nella storia del rock.
Ho trascorso due ore con gli occhi lucidi al cinema. A volte capita di non riuscire a scindere la vita professionale da quella personale. Sono uscito ripensando a quel 16 settembre 1994 a Milano. Ma anche con la gioia di sapere che in un mondo ormai alla deriva, l’arte – qualsiasi arte – sa indicarci il sentiero della grazie, l’alleluia laico dell’immaginazione e di ciò che ci rende migliori. Voglio dire però questo: dopo circa mezz’ora di proiezione Jeff, in bianco e nero, da solo, inizia a suonare The Last Goodbye. Il suo volto è trasfigurato, è la musica stessa che si espande da lui al cosmo e viceversa. E la musica nasce in quell’esatto istante – l’attimo della scintilla inestinguibile della vita. Seduto nella poltrona della sala cinematografica mi sento di fronte a lui che sta creando la canzone: è così, tempo presente, tempo continuo, spazio. Dal corpo e dal cuore, da ogni fibra, esce la memoria più profonda, quasi genetica, che ti dice, «ecco perché». Perché cosa? Perché Jeff è «così vero».

jeff buckley

Quando la casa discografica ci fece ascoltare in anteprima Grace, fu palpabile una sensazione diffusa tra gli addetti ai lavori: eravamo stati esposti a un’opera che avrebbe mutato il corso della musica popolare. Oltre tre decenni dopo non è difficile capire perché. Incontrai Jeff Buckley il 16 settembre 1994 prima dello showcase al Rock Planet di Milano. Grace era appena uscito da qualche settimana negli Stati Uniti, ma fu il pubblico europeo, più incline alla canzone d’autore e alle sue innovazioni, a comprendere che Buckley avrebbe cambiato tutto.

L’intervista (da Il Buscadero, novembre 1994)


In primavera mi fu segnalato un piccolo cd dal vivo di Jeff Buckley. Era Live at Sin-é, registrato al piccolo bar del Lower East Village newyorkese dove il ragazzo aveva raffinato uno stile e una voce presto destinati a divenire inconfondibili. Il mio stupore non era tanto per la maturità interpretativa (The Way Young Lovers Do di Van Morrison si mangia in un boccone quasi tutto No prima donna di Van The Man), quanto per quella compositiva (Mojo Pin è una delle canzoni più belle di quest’anno). Grande fu la sorpresa quando Musician, prestigiosa rivista americana, per mano di Bill Flanagan si prese quattro pagine per raccontare la storia di questo giovane. La sua reazione fu ed è ancora peculiare: «Bill mi ama, lui è fatto cosi» si scusa Buckley. Siamo insieme in uno squallido bar di Milano. La radio seppellisce la voce del ragazzo. Chiediamo di abbassare, ma fingono di non voler capire. Preso atto con un cenno di intesa della cafoneria del barista, Jeff si gira e continua: «Sai com’è, quando la gente più vecchia di te ti vuole bene, non smette mai di lodarti. Era un articolo troppo positivo nei miei confronti e dunque non preciso sotto il profilo emotivo». Durante l’incontro Jeff continuerà a cambiare le corde della sua Rickenbacker. Siamo vicini al Rock Planet di Milano, inadatto a un concerto così intimo, impegnati come si è a non soffocare. Ma nonostante la voce persa nel missaggio di un locale sbagliato, il messaggio è: Jeff Buckley è una realtà con cui fare i conti se si vuole parlare da oggi in poi della canzone americana che va verso il 2000.

DS: Le scelte che fai sembrano orientate a tonalità tristi e malinconiche, come Hallelujah di Cohen o il tema dell’amore sviscerato altrove nelle canzoni che hai scritto tu.
JBHallelujah non l’ho fatta perché è di Leonard Cohen, ma perché mi piace. In base a questo si è proceduto per tutte le canzoni, anche le mie. Mi ha ispirato una versione di John Cale, che canta tutte le dieci strofe, diversamente da come la canta Cohen nel suo album Various Positions. La prima volta che l’ho proposta al Sin-é era una serata particolare, avevo fatto un po’ il coglione. La parola Alleluia ha un suo preciso significato che la collega alla Chiesa. Per me è invece una parola che celebra qualcosa di molto umano, che parla di un legame profondo tra il dolore e la condizione umana e non ha niente a che vedere con l’essere inchiodato a una croce: c’è quando stai male, ma c’è anche quando fai l’amore, quando lo perdi…

DS: Nelle tue canzoni si descrive lo scontro di due grandi posizioni interiori. Come ti vedi in questo dilemma?
JB: Volevo fare iniziare l’album nel buio e portarlo verso la luce nel mezzo, con Lilac Wine e Hallelujah, e infine tornare nel buio. L’ho fatto perché ci saranno altre opere; il prossimo album potrebbe essere una continuazione, perciò inizia con Mojo Pin e finisce con Dream Brother.

DS: Non è certo questa la musica che fa tendenza al momento. Come sei arrivato alla Columbia?
JB: Non è come puoi credere: suonavo in giro per i vari café, vivevo in una crisalide e mi vedo ancora così peraltro: mi sento incompleto, perché sono incompleto. New York è importante per me, è importante nel mondo. La gente pensa che siamo rudi, ma non è così: la verità è che non abbiamo tempo per le cose che non contano perché ce ne sono tante altre da vedere e da fare in città. C’è apertura mentale e anche se ci si rubano idee, in realtà, soprattutto del Lower East Village, si vive dentro la propria visione: lo si fa perché è necessario e io stavo facendo esattamente questo prima di firmare con la Columbia Records. Vivevo nella mia visione e alla fine sono stato notato. Continuo a far quello che ho sempre fatto; è cambiata però la percezione di me stesso e questo rappresenta un grande cambiamento. Non ci sono formule, si naviga e basta.

jeff buckley

DS: Questo album ha messo d’accordo critici generalmente molto distanti. E non suona come un primo album, ma come qualcosa di più maturo. Sarà anche la produzione: chi ha scelto Andy Wallace?
JB: Andy ha 46 anni e un sacco di esperienza. Non potresti collegare subito il suo nome ai Nirvana (ha mixato Nevermind) o ai White Zombie, una sua creatura. Andy sa mettere a fuoco le cose e in più ha l’energia per tenerle inquadrate. Ha una padronanza totale della tecnologia, la ricchezza delle idee ed è stato il barometro di tutto il lavoro: per esempio, mi ha fatto abbreviare Lover You Should Have Come Over,il che per me è stato come prendere una medicina amara: all’inizio stai di merda ma poi ne senti l’effetto positivo e quindi impari ad avere bisogno di certe cose. Se Grace esiste è perché Andy esiste.

DS: Cos’è la musica per te?
JB: È il sangue nelle vene, è quel genere di veicolo, un canale per arrivare all’espressione definitiva. Ho iniziato a scrivere a tredici anni, erano canzoni orribili. Mojo Pin l’ho scritta con Gary Lucas un paio d’anni fa. Mi porto Gary nelle mani ovunque io vada (sentitevi l’ultimo, bellissimo album Bad Boys of the Arctic, nda). La musica può darti un orgasmo, questa è la sua grandezza; è una cosa molto fisica e tu ti ci ritrovi in mezzo. Come ogni creazione, la musica esiste solo nel presente. Chi dipinge, mentre lo fa vive una trance ma dall’esterno tu non puoi farne esperienza. Mentre con la musica puoi partecipare a questa creazione continua che si ripete nel tempo presente. Il mio album è come un dipinto, perché c’è stato molto lavoro, a parte So Real, registrata alla prima take, alle tre del mattino quando arrivai in studio con quella poesia già pronta da cantare.

DS: Questo è il tuo primo tour europeo; tu credi che il futuro possa riservarti sorprese sgradevoli, come la noia da routine che molti artisti vedono nei lunghi spostamenti?
JB: No, sono stronzate. Suonare è magia e anche se a volte può essere una magia un po’ stanca, rimane pur sempre magia, non puoi mai sapere cosa succederà una certa sera, non puoi prevedere che pubblico avrai di fronte. Non andiamo mai in scena con una scaletta precisa, l’unica guida che abbiamo è la fiducia in noi stessi e nelle cose che possono scaturire da quattro musicisti che hanno voglia di dire qualcosa. Vedi, le mie canzoni nascono nei miei sogni con la mia immaginazione, e la mia immaginazione si nutre della mia vita. In tutto questo non può esistere la noia.

categorie
menu