Nel 2025, il cammino di Giuliano Scabia torna a incrociare il nostro presente. Con la riedizione per Quodlibet de Il Gorilla Quadrumàno – curata da Angela Borghesi e Massimo Marino – non ci troviamo di fronte a una semplice operazione editoriale, ma al risveglio di un organismo vivente. È il ritorno di un teatro che si faceva con il corpo e la partecipazione, capace di uscire dai palazzi teatrali per andare a misurare il mondo lungo le strade polverose e sconnesse della provincia.

Rileggere oggi questa ricerca, nata negli anni Settanta tra le aule del DAMS di Bologna, significa riscoprire il “teatro di stalla”: ormai antico polo culturale dove la comunità si scaldava raccontandosi storie, stando insieme, mangiando e facendo scherzi in rima. Scabia, insieme ai suoi studenti del Gruppo di Drammaturgia 2, non si limitò a studiare questi riti, li andò a cercare nei luoghi dove la parola si faceva viva, ricca di suggestioni fantastiche. In particolare la ricerca si concentrò nelle campagne reggiane, quando le sere di carnevale le ombre si allungavano e i contadini diventavano attori di rime e farse.
In quel microcosmo, il teatro era una liturgia povera ma pregna di significato: era un mondo polifonico, dove l’italiano dei signori e il dialetto dei servi si scontravano in un corpo a corpo linguistico, sorretto da una messinscena praticamente spoglia, bastava una tenda come fondale e pochi elementi che sorreggevano l’azione teatrale.
Attraverso i manoscritti, spesso copie di copie – recuperati dallo studente Remo Melloni –, basati su storie popolari e cronache locali, riemergono figure che sono archetipi del nostro inconscio collettivo: Il Gorilla Quadrumàno, I tre briganti di Napoli, Beatrice Cenci, Il brigante Musolino, Otello e una farsa, Bergnocla e Ganasa. Altri titoli sono stati poi aggiunti alla ricerca: La vispa Teresa, La pazza Bruna, Genoveffa, Adelchi e Amleto.
Nella prima edizione di Feltrinelli del 1974, la stesura della ricerca è rigorosa e sottoforma di diario di bordo, preciso, ricco di riferimenti, mappe, disegni, partiture teatrali e musicali, foto di repertorio e di tutto il processo creativo che ha portato alla scelta di rappresentare la storia del Gorilla Quadrumàno: a volte scimmia a volte uomo, a volte mago. Il racconto popolare prende le radici dalla storia del re di Portogallo che per adornare il suo giardino manda due servitori a cercare un gorilla. Lo trovano e lo chiudono in una gabbia e gli insegnano a parlare e ragionare come un umano. Alla fine si scopre che questo gorilla è più umano degli umani, perchè punisce i vizi dei cortigiani e agisce da aiutante magico. Ancora oggi, questa testimonianza è un prezioso esempio di ricerca delle nostre radici profonde. «Ci è parso che questo e più in generale l’organizzazione della cultura subalterna (contadina) presentassero diversi motivi di interesse in relazione ai problemi culturali di oggi»1, considerando che il “teatro di stalla” era un esempio di cultura autogestita e che spesso si rifaceva a una tradizione che rendeva il fare teatro autonomo e slegato dalle formule classiche. Il recupero della tradizione locale non è frutto di un’azione votata al folklore, ma un’analisi di come quei fenomeni culturali popolari siano oggi nuovamente attuabili alla luce della dilatazione dei mezzi di comunicazione di massa e dello spopolamento dei piccoli borghi. Il lavoro del Gruppo di Drammaturgia 2 fece anche un’azione antropologica, con il presupposto di restare fedele a quel teatro, tenendo presente gli aspetti che riescono a parlarci ancora oggi mettendoli a confronto, soprattutto con uno studio dettagliato della lingua, dei dialetti e della loro corretta restituzione.

La riedizione del 2025, fedele alla prima, con l’aggiunta di approfondimenti critici, manifesta come il Gorilla non era solo un pupazzo gigante, ma una sonda mitologica calata nel cuore della civiltà contadina per riattivarne i sogni e le narrazioni. La ricerca guidata da Scabia e dal Gruppo di Drammaturgia 2 fu un atto di archeologia del presente dove non si cercavano testi morti da riportare in vita, ma “schemi vuoti” capaci di riempirsi della voce dell’Altro. Il Gorilla era un esperimento del “teatro vagante”, perché portato di città in città e in ogni luogo del suo cammino attivava connessioni, parole, gesti e storie popolari, trasformando la piazza in un laboratorio linguistico. Il palcoscenico era di 2500 kmq: Morro Reatino, Novi di Modena, Ramiseto, Busana, Ligonchio, Villa Minozzo, Fornolo, Pieve San Vincenzo, Castagneto, Storlo, Poviglio, Enzano, Succiso, Cervarezza,, Talada, Vaglie Piolo, Casalino, Montecagno, Caprile, Castelnovo ne’ Monti, Costa de’ Grassi fino a Porto Marghera e Marano. La compagnia ha incontrato le persone del luogo, chiesto consigli, sentito storie, racconti per poi costruire lo spettacolo vagante proprio sulle base di quegli incontri e sulle ricerche fatte in precedenza; uno scambio continuo di voci, parole e musica allargando così il teatro alla realtà circostante. L’intento era anche quello di gettare le basi per la formazione di organizzazioni locali che gestivano autonomamente la cultura decentrando la provincia e attivando la comunità. «Il Gorilla, prima bestia poi uomo, rivela un nuovo aspetto della sua complessa figura: quello di un essere magico che può fare scattare mille meccanismi profondi. Diventa per noi un’immagine e un simbolo: un animale protettore»2.

Oggi, grazie al lavoro di Angela Borghesi (professoressa di Letteratura italiana contemporanea e fondatrice del Centro di Ricerca Giuliano Scabia – Università Bicocca) e alla memoria testimoniale di Massimo Marino, la nuova riedizione si pone come il compagno ideale della recente pubblicazione della rivista di Quodlibet, Riga 47 dedicata al poeta. Nel volume di Riga, curato da Angela Borghesi, Massimo Marino e Laura Vallortigara, questa interezza esplode: la pedagogia diventa disegno e la poesia si fa oggetto di cartapesta. L’editoriale propone una ricchissima selezione di interviste, saggi, poesie, partiture teatrali, un’antologia della critica e scritti per l’occasione da studiosi e amici che cercano di seguire il percorso prolifico di Scabia, sempre aperto alla sperimentazione, all’immaginazione e al gioco, muovendosi tra diverse discipline in una moltitudine di direzioni. Sparsi per il volume troviamo inoltre i disegni di Scabia; per il poeta, disegnare, era un altro modo di camminare. I suoi schizzi di giganti, alberi che parlano e mappe immaginarie non sono solo illustrazioni: sono appunti di viaggio di un esploratore che non vede confini tra il segno grafico e la parola recitata. Nell’ultima sezione del libro troviamo, oltre che una preziosa galleria di foto di repertorio, un’intervento di Atelier dell’Errore, Black Angels (2017) ovvero Forse un drago nascerà (2023) e Fondazione Wurmkos, Andare con le radici (2023) entrambe un omaggio a Scabia e un invito al lettore ad «addentrarsi oltre la soglia, nelle foreste del racconto o sul “carro pieno di vento” del Teatro Vagante»3.

Se Riga ci offre la costellazione totale del pensiero scabiano – tra disegno, poesia e contro-pedagogia – la riedizione del Gorilla Quadrumàno ci riconsegna il suo viaggio più profondo e mitico: quel teatro vagante che ci insegna, ancora una volta, che la cultura è un atto d’incontro, un cerchio che si chiude intorno a una storia narrata nella notte.
Leggere queste due opere insieme significa comprendere che la ricerca di Scabia non è mai stata solo “teatro”, ma una geografia dell’immaginario. Egli ci ha insegnato che per restare umani dobbiamo restare “selvatici”, mantenendo viva quella capacità di meravigliarsi, come quando, entrando in una stalla al far della sera, si sente, nel buio, qualcuno che comincia a raccontare.
Oggi, mentre il Gorilla torna a camminare nelle librerie, ci accorgiamo che quel gigante siamo noi, chiamati ancora una volta a misurare il mondo con il passo lento del poeta e lo sguardo libero di chi sa ancora perdersi nel bosco delle storie. Potremmo anche avvalerci, per misurarne i passi, delle parole di Marchesi nell’appendice del libro sul Gorilla Quadrumàno:
«ma quelle radici, a ben leggere il percorso del Gorilla e il lavoro di Scabia, guardano più che all’indietro in avanti e hanno qualcosa della diffusione rizomatosa di cui parlavano Deleuze e Guttari in Mille piani. Bisogna forse pensare a una costellazione, a un cercare insieme, indietro per andare avanti, per prefigurare, a un confermarsi con le tradizioni per slanciare l’immaginazione verso un futuro tutto da esplorare e costruire, con la capacità di giocare e di figurare proprio dei bambini, che Scabia indicava in varie occasioni come gli unici e veri maestri»4.
- Gruppo di Drammaturgia 2, Università di Bologna, Il Gorilla Quadrumàno, Quodlibet, Macerata, 2025. ↩︎
- Ivi. ↩︎
- Riga 47, Giuliano Scabia, Quodilbet, Macerata, 2024. ↩︎
- Gruppo di Drammaturgia 2, Università di Bologna, Il Gorilla Quadrumàno, Quodlibet, Macerata, 2025. ↩︎
Copertina: Il Gorilla di Giuliano Scabia a Milano – foto di Enrico Scuro, https://enricoscuro.it/archivio-fotografico/giuliano-scabia/gorilla-quadrumano-milano/