29.04.2026

Fedeltà a una linea spezzata. Riflessione su forma e sostanza

"Percuotendo. In cadenza", il rito di Giovanni Lindo Ferretti

Era il luglio del 1998, il biglietto lo avevamo pagato dodicimila lire.
Ci eravamo accampate dal pomeriggio, io e Sibylle, per guadagnare la prima fila: il resto della compagnia sarebbe arrivata più tardi. Il palco era stato montato in un parcheggio, di fianco al capolinea dei bus. Il festival era quello delle Invasioni, ancora alle sue prime edizioni, quando il genio del poeta Franco Dionesalvi portava a Cosenza nomi e esperienze culturali di livello altissimo. Finita la sua direzione artistica, il festival si è trasformato in un evento commerciale, non più all’altezza delle prime edizioni.

Nel 1998 nel programma c’era il concerto dei C.S.I. Era appena uscito Tabula Rasa Elettrificata ed era il loro mimporta ‘na sega tour. Eravamo lì per sentirli dal vivo dopo aver consumato i loro dischi dai tempi dei CCCP Fedeli alla linea. Un pomeriggio sedute sull’asfalto, a fumare canne, bere vino rosso e a cantare. Emozionate, con la kefiah al collo, i capelli corti e colorati e i nostri vent’anni.

Biglietto del concerto C.S.I. luglio 1998, Cosenza.

Con Sibylle ci siamo conosciute in quegli anni: lei, metà francese e metà italiana, pittrice onirica, persona sensibile e spigolosa, viveva in una casetta poco fuori città: il letto sul soppalco di legno e una stufa con cui dovevi lottare per avere un po’ di calore.
Io vivevo con mia madre, ma ero nel pieno della scoperta della vita, curiosa di tutto, sempre con un libro in borsa, sempre dalla parte alternativa della barricata. Studiavo nella biblioteca dell’università, ne frequentavo il centro sociale e al bar andavo a lezioni d’inglese in cui disquisivamo di Shakespeare, Mc Ewan e Jefferson Airplane.

Era il periodo degli smalti colorati che acquistavamo in un negozietto, la Pagoda, l’unico che vendeva colori come il verde acido, il giallo, il nero. Chimici più di una vernice. Passavamo i pomeriggi a laccarci le unghie e a disegnarci sopra ghirigori con le penne a china.
Anfibi ai piedi, discorsi su filosofia, religioni e viaggi lisergici che non ho mai avuto il coraggio di fare. Con lei ho incontrato le persone più assurde e interessanti, ho condiviso pensieri, parole, musica. E quella serata.

Sono le 21 passate, il concerto inizia in ritardo: le note di Forma e sostanza esplodono e lui si presenta sul palco, in bilico tra il ferro delle transenne e il pubblico: magro, scavato, con una garza sugli occhi che terrà per l’intera serata.
Giovanni Lindo Ferretti, il nostro poeta.

Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta.

Io e Sibylle piangiamo, lottiamo con chi ci poga addosso, urliamo: siamo a tre metri da lui: siamo lì per quella voce che ci ha grattato le viscere per anni, per le parole giuste, cura dei nostri mali incompresi. Due ore così, lo sguardo umido verso l’alto, urlando le strofe delle canzoni, la nostra appartenenza a loro.
Alla fine del concerto siamo atone. Abbiamo dato tutto. Pensiamo comunque di intrufolarci a fare la posta al gruppo rifugiato in un camper lì dietro, ma sconsigliano di farlo: non incontrano nessuno, dicono. Torniamo a casa piene, lievi, elettrificate. Ricordo indelebile di una delle serate più belle che abbia mai vissuto.

Foto del concerto CSI luglio 1998, Cosenza

I CCP li ho incontrati grazie a Sibylle quando frequentavamo Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università della Calabria.
Li ascoltavo già quando inserii Storia dell’Arte Contemporanea nel mio piano di studi anomalo, in cui rientravano tanti esami del DAMS a cui non avevo avuto il coraggio di iscrivermi. Il docente era Michele Dantini, un alieno per l’Unical: toscano, giovanissimo e bellissimo. A lezione e durante gli esami parlava di Paul Klee e delle religioni islamiche e di Gurdjieff. Parlava di Cézanne e della bhagavad gita.
Un pomeriggio, arrivata a casa di Sibylle, l’ho trovato lì: non ricordo assolutamente di cosa abbiamo parlato, ma sono certa che gli argomenti fossero quelli. Credo fosse uno dei suoi primi incarichi: insegnava storia dell’arte sebbene fosse laureato anche in filosofia: con lui ho dato due esami che mi hanno aperto mondi.
Nel primo, per il corso monografico dava la possibilità di scegliere alcuni libri, tra cui c’era Fedeli alla linea: dai CCCP ai C.S.I. in cui Ferretti e Zamboni raccontano ad Alberto Campo la storia del gruppo e delle loro vite. Lo comprammo in tre, credo, su un centinaio di studenti e studentesse che sostenevano l’esame. Ho scoperto che adesso è un volume introvabile.
Non era un testo da studiare, era un libro da interiorizzare, che parlava di arte, di punk emiliano, di Berlino, il suo muro e i suoi turchi. Un libro che mi ha aiutato a capire perché mi sentivo così vicina a quella musica.

Sono cresciuta in una città di provincia, viva culturalmente, ma che mi stava stretta. Cosenza aveva tante affinità elettive con quell’Emilia Paranoica che cantavano i CCCP.

Posso essere uno stupido felice
Un prepolitico, un tossicomane
Un posto dove andare alla moda, quello che si dà nelle storie d’amore
Quello che si dà perché si ha paura
Camminare leggero, soddisfatto di me…
Emilia di notti agitate per riempire la vita
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore
E non sei tu
1

Sostituite Emilia con Cosenza ed eccoci.
Avevo comprato un doppio cd, Enjoy CCCP, che ascoltavo ripetutamente.

Ferretti
Articolo di Claudio Dionesalvi

Poi è arrivata la trasmutazione in C.S.I. e dischi come Ko De Mondo e Linea Gotica li avevo sempre nelle orecchie. Mi sembrava di trovarvi all’interno un significato che raggiungeva i miei significati. La sola musica riusciva a farmi sentire piena, come se in quelle note e in quei testi ci fosse qualcosa di alto eppure così vicino al mio dentro.

A tratti percepisco tra indistinto brusio
Particolari in chiaro,
Di chiara luce splendidi,
Dettagli minimali in primo piano,
Più forti del dovuto e adesso so
Come fare non fare, quando dove perché
2

Erano gli anni in cui nella mia città l’eroina si portava via gli amici mentre io seguivo corsi all’università e scoprivo mondi. Gli anni delle lotte sociali, le manifestazioni, dei collettivi.
Gli anni in cui non c’erano i locali: il sabato sera lo si passava al baretto, scollettando per una bevuta a base di coca buton e sambuca e poi a cercare un passaggio per raggiungere il centro sociale per un concerto o una festa. La maggior parte delle volte ti toccava poi ritornare a piedi, ubriaca e in preda alle cupe vampe dei tuoi pensieri.

di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura
3

Un altro mondo, un altro tempo, un altro spazio.
Poi è morto mio padre, mi sono laureata, ho cambiato città, spazi, ascolti.
La vita accade. Improvvisamente sei su un altro pezzo di strada, con altre storie intorno. Cammini il mondo in direzioni diverse, diventi adulta, arrivano il lavoro, la casa, le bollette.
Arriva il mondo allargato: quello iperconnesso che ti porta ovunque mentre sei seduta sul divano a sgranocchiare junk food.
Arriva la delusione del Ferretti che passa dal filosovietismo eretico alle posizioni conservatrici della destra italiana e tu leggi distrattamente della caduta di un mito. Forse Icaro si è avvicinato troppo al sole e le sue ali si sono sciolte, ma quasi non ci fai caso a quella cera che ti cade sulla testa.
Succede però che lo scorso venerdì 13 marzo, a Torino è andato in scena Percuotendo. In cadenza, uno spettacolo teatral-musicale proprio di quel Giovanni Lindo Ferretti.

Ferretti

Me ne parla un amico a cui non riesco a non dare ascolto e accetto di accompagnarlo a vedere lo spettacolo che sembra aggrapparsi a ricordi lontani. Non si tratta di un concerto, non so bene cosa aspettarmi, forse un monologo. Non mi informo: per me è solo un tentativo di fare pace con una figura che è stata importante nella mia vita, a cui non pensavo da tempo.

Mi vesto bene: questa volta ho una gonna di tulle lilla, un cappello nero e un posto in platea a teatro. Niente kefiah, niente anfibi, le canne un ricordo lontano. Il teatro è il Colosseo: mentre viaggio in autobus verso San Salvario in cuffia ascolto, dopo anni, i C.S.I. Per entrare nel mood, mi dico, ma quando arrivo ho bisogno di un bicchiere di vino prima di entrare.
Mi fermo in un locale e ordino un bianco: sorrido ripensando a quel rosso bevuto sull’asfalto: non mi capita da una vita una situazione così.

Incrocio Fabio ed entriamo. Abbiamo degli ottimi posti: c’è il pienone. Chiacchieriamo del nostro rapporto con i CCCP e i C.S.I.: quando li hai conosciuti? No, non ascoltavo musica italiana. E Battiato? Sì, Battiato sì.
Le luci si spengono e tutto ha inizio. Lui è sul palco, niente garza sugli occhi. Un percussionista e un chitarrista. Fumo, tanto fumo. Luci, musica e parole.
Resto immobile per circa due ore.

Con la schiena dritta, non riesco a staccare gli occhi dal palco, ascolto il susseguirsi inarrestabile di un racconto di vita vissuto tra concerti e monti. Le canzoni, recitate e cantate, avvolte nella nebbia di una macchina del fumo che sposa l’idillio messo in atto dal tecnico luci.
Ascolto la vita che fu, il racconto di un tempo, di un mondo che è stato anche il mio. Piango, piango quasi ininterrottamente. Sento Fabio, seduto al mio fianco, vivere un’esperienza simile alla mia.
Non è un concerto, non è uno spettacolo: è una messa, un rito e un’esperienza psichedelica allo stesso tempo.

Ferretti
https://www.rockon.it/

A circa venti minuti dall’inizio, mi trovo in bilico tra visione e realtà. La mia pelle vibra, qualcosa mi striscia dappertutto: è la me stessa di 25 anni fa. La visualizzo mentre si arrampica con le unghie tinte di giallo nel mio stomaco e risale lungo tutto l’intestino, fino ad arrivarmi alla gola. Mi stringe le mani intorno al collo.
Mi chiede come ho fatto a dimenticare quella profondità, a sostituirla con ascolti e vita borghesi.
Mi chiede se mi ricordo di lei, che è rimasta lì, nascosta dentro un angolo del mio corpo, del mio essere. Non respiro per due ore. Tutto è troppo, tutto è assordante e accogliente.

Ferretti va avanti, ci sono applausi dal pubblico. Io non posso muovere le mani: mi chiedo come si faccia ad applaudire davanti a uno che ti canta quanto il mondo sia imputridito, quanto siamo lontani dall’essenza.
E allora che accade. Come un’epifania, comprendo che c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mondo di prima è diventato il  mondo di oggi. Un istante in cui ho perso quello a cui appartenevo e ho iniziato ad adattarmi al nuovo contemporaneo. Al vuoto che non è pieno.
Comprendo che no, non ora non qui è il mio posto, che quella scissione che avverto subdola da tanto è solo questo: la scissione del mondo in cui sono cresciuta e quello in cui vivo. Non parlo di città, spazi, luoghi. Parlo di cultura. Mi rendo conto che questa cosa non riguarda solo me, ma il mondo intero.
Questo cambiamento, questo passaggio quando è avvenuto? Quando il respiro, il tempo che mi appartenevano hanno smesso di essere miei?
Non lo so. È la disperazione, il muro di Berlino che risorge per un attimo, più solido di prima, divide la città del mio essere in due e io sto dalla parte sbagliata. Io sono la città divisa da un muro. È la nostalgia che invade, il rimpianto di aver perso quell’attimo in cui avrei dovuto avere la forza di rimanermi fedele.

La vita succede, il mondo cambia e se non cambi rimani indietro.
Sono in un teatro pieno di luci, fumo e musica a chiedermi se sia davvero sbagliato rimanere indietro quando questo significa mantenere il contatto con l’essenza vera di ciò che si è, di ciò in cui si crede.
Non riesco a focalizzare come sia accaduto. Realizzo che gli esseri umani sono le bestie più resilienti e distruttive. Mi chiedo se sia stata resilienza la mia o codardia di fronte a uno sciamano che mi sta raccontando come fosse invece possibile rifiutarlo questo vuoto o comunque mantenere una profondità del sentire che non si distrae in uno scrollare compulsivo.
Piango questa perdita che realizzo solo ora. La stretta intorno al collo si allenta e arriva il finale: il fumo dal palco si muove lentamente verso il pubblico. Una liberazione, un atto di perdono in cambio di un atto di coraggio.

Lo spettacolo finisce con Annarella tra gli applausi del pubblico, le mie lacrime calde e l’immobilità condivisa con Fabio.
Non riesco ad alzarmi.

Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così.

Usciamo da teatro: non parlo per un bel pezzo. Dentro ho come una palla di luce e ombre, fatta di nostalgie, lutto e la mano stretta forte a quella della me di 25 anni fa. Stasera non sento il bisogno di fare la posta agli artisti. Voglio solo tornare a casa e raggomitolarmi in un angolo.
Mentre facciamo un pezzo di strada insieme verso casa, io e Fabio cerchiamo di raccontarci l’esperienza incredibile che abbiamo appena vissuto. Di tutte le connessioni: parliamo di religione, musica, arte e libertà.
Pace fatta con Ferretti, gli dico e per un attimo penso che lui sia la mia  Sibylle di oggi. Un amico che mi apre mondi, un filosofo, una persona dolcissima a cui voglio bene.
Il cerchio si chiude riaprendosi.

Saluto Fabio e mentre cammino verso casa realizzo che ci vorrà del tempo per alzarsi da quell’asfalto che ora sento forte sotto al sedere, che ci vorrà del tempo per masticare quest’esperienza. Torno col pensiero a quel concerto del ‘98: tante delle persone che erano con me quella sera non le sento da tempo, tante non ci sono più: l’eroina, il cancro, la morte che accade. Vite che erano e non erano la mia.
La mia amica Sibylle oggi vive nella foresta Amazzonica, non la sento da anni. Lei è rimasta fedele alla linea.
Ci vorrà del tempo per accettare di non averlo fatto anch’io, eppure mi sento felice che la linea abbia, nonostante tutto, continuato a vivermi dentro.
Apro il portone di casa. Ora so che il mio camminare il mondo sarà più difficile, ma più consapevole, ricordando che tutto va come va…

Una foto dell’autrice e Sibylle


 
In copertina: CCCP da Repubblica.it

  1. Emilia paranoica, CCCP-Fedeli alla linea ↩︎
  2. A tratti, Giovanni Lindo Ferretti (testo) e Massimo Zamboni (musica) ↩︎
  3. Cupe Vampe, Giovanni Lindo Ferretti (testo) e musica membri del gruppo, con un ruolo chiave di Massimo Zamboni. ↩︎

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