«In un’epoca di pace – ha scritto George Orwell – avrei potuto scrivere libri ricercati o meramente descrittivi e restare quasi ignaro dei miei doveri politici. Nella situazione attuale, sono stato costretto a diventare una sorta di pamphlettista»1. Il cinquantenario della più infausta e criminale presa di potere da parte della dittatura militare argentina può annoverarsi per mezzo di una inesorabile immersione entro le maglie di una storia fatta di colpe e riconoscimenti parzialmente restituiti, o, differentemente, rivolgendo l’attenzione all’azione indomita di quanti hanno lottato per denunciare, ad ogni passo, crimini e atrocità inimmaginabili. La storia di una madre e una figlia, di una figlia e un padre, torna dal suo più prossimo passato per illuminare anni oscuri, presi in ostaggio dalle mani corrotte di uomini seguaci della morte e del sangue.
Nel settembre 1976, a pochi mesi dal golpe militare del generale Jorge Videla (decorso il 24 marzo), una giovane donna di nome Vicki perde la vita, assassinata nel nome degli arresti e delle sparizioni perpetrate dagli squadroni della morte argentini, parimenti costituiti da militari e poliziotti. Un padre, il giornalista Rodolfo Walsh (ormai noto per la sua più strenua battaglia ai crimini della giunta militare), ne verrà a conoscenza tra le mille infauste notizie, come ogni giorno versate sulla sua scrivania, situata nei meandri nascosti di una agenzia d’informazione clandestina, l’Anclas, nata per continuare a mantenere viva un’informazione libera e militante. Non potendo tenere un discorso pubblico in memoria della sua bambina, come sempre controcorrente, Rodolfo scriverà:
«Cara Vicki, la notizia della tua morte mi è arrivata oggi alle tre del pomeriggio. Eravamo in riunione […] Ho sentito il tuo nome, pronunciato male, ci ho messo un po’ per assimilarlo. Automaticamente ho iniziato a farmi il segno della croce come quando ero bambino. Non l’ho finito. Il mondo si è fermato per un secondo. Poi ho detto a Mariana e Pablo: «era mia figlia». Ho sospeso la riunione. Sono sgomento. L’ho temuto spesso. Pensavo di essere troppo fortunato a non essere colpito quanto tanti altri sono stati colpiti. Sì, ero spaventato per te come tu lo eri per me, anche se non ce lo dicevamo. Ora la paura è dolore. So bene per cosa hai vissuto e combattuto. Ne sono molto orgoglioso, Mi hai amato, ti ho amata. Hai compiuto 26 anni il giorno che ti hanno uccisa. […] Vorrei vederti sorridere ancora una volta. Non potrò salutarti, tu sai perché. Noi moriamo perseguitati, nell’ombra.»2
Come Vicki e Rodolfo Walsh, a lottare a mani nude contro la dittatura militare argentina, vi fu anche la giovanissima Franca Jarach, scomparsa a soli 18 anni, probabilmente nella prima decade di luglio dello stesso anno.
Entro un labirinto criminale e criminoso – che ci allontana nella perfetta metà di un secolo dalle sorti oscure dei tre inconsapevoli protagonisti -, la più oscena e unica certezza su cui si può contare è l’abominevole assenza di corpi, che nel tempo avrebbero potuto parlare dei soprusi e della carneficina perpetrata dal regime. Rimembrare gli anni della dittatura, con piglio onesto e consapevole, corrisponde al ribadire ad ogni passo che la giunta militare, coadiuvata dall’impegno sotteso e dal silenzio di una larga fetta di società interna ed estera, pianificò la morte e la sparizione sistemica di migliaia di civili, affinché non vi fosse alcun riscontro (e per nessun tempo) delle atrocità commesse.
Come ha denunciato Osvaldo Bayer, in ricordo di Rodolfo Walsh:
«Tu, senza titoli né premi. Hai segnato con un ferro rovente […] gli intellettuali argentini. Ci furono quelli che si sedettero a destra del dittatore, alla tavola imbandita del trionfo della picana e ci furono altri che non sentirono né videro né parlarono quando le pallottole ti strapparono la vita. Avrai riso quando avrai letto i nomi degli intellettuali che ora ti ricordano. Quelli che ti hanno rinnegato […] ora fanno a gara per applaudirti. Cosa diranno quegli scienziati delle lettere, faraoni e mandarini di università e istituti che ti definirono esteta della morte? Oggi fanno a gara per mettere i tuoi libri nelle vetrine ufficiali […] ti gettarono vivo in mare, ti seppellirono in una fossa comune, ti bruciarono su una pira. Ed eccoti qui, in mezzo a Buenos Aires […]»3
Franca, come il giornalista argentino e sua figlia Vicki, con l’avvento della dittatura e l’inasprirsi delle condizioni di libertà e lavoro per gli operai, si unì ai Montoneros, la fervida organizzazione rivoluzionaria della sinistra peronista. Sulla vita della giovane Jarach lo storico Carlo Greppi ha consegnato alle stampe un saggio potentemente vivo che restituisce la bellezza di una vita strappata al mondo dalla crudeltà di un potere deviato e marcio. Nei giorni in cui questo breve contributo editoriale prende corpo, il volume Figlia mia. Vita di Franca Jarach desaparecida (in Italia, edito da Laterza) trova il suo corrispettivo nella pubblicazione argentina per la casa editrice Editorial Crítica (2026). In ascolto di molteplici voci e testimonianze restituenti la breve e intensa vita di Franca, Greppi offre pura poesia all’indomita ricerca della verità di una donna immensa, Vera Vigevani, per sempre mamma e memoria viva di una figlia inghiottita dal lato oscuro della Storia.
Tra i passi struggenti, che sanno restituire un’assenza, spicca il resoconto offerto dal racconto frammentario e pieno d’amore di un uomo ormai maturo, che per il suo passato ha mantenuto il bruciante ricordo vivo di un sentimento scippato dalla violenza. Enrique Shore fu il novio, la poco più che adolescenziale passione, in una sola parola, l’ultimo amore di Franca. Lo storico torinese ne sostiene la testimonianza lungo i muri dell’ex ESMA4, oggi restituita come spazio della memoria più accesa. Con la mostra Evidencias (2024), Shore ha restituito al contenitore entro cui i militari torturarono e assassinarono la sua compagna insieme a molti altri, le istantanee vivaci e pungenti di giovani vite, che meritavano un domani assai differente. Tra gli scatti che rimembrano gli occhi dolci e potenti di Franca, il suo sorriso e l’accenno di un bacio e un abbraccio colmo d’amore, Enrique ha confidato:
«[Nel tempo] mi è stato chiesto se avessi un fratello o una familiare scomparso. No. Avevo una novia scomparsa: Franca Jarach. […] È molto dura. […] È come se avessi una ferita aperta e penso che si rimarginerà completamente solo quando guarirà socialmente. Quando la verità sarà resa pubblica […] L’orrore è esistito ed è stato provato in modo attendibile. Il processo [alle Giunte] ha stabilito un precedente storico che ha posto l’Argentina in una posizione di riferimento giuridico e morale universalmente riconosciuta. Ho avuto l’onore, il privilegio e la responsabilità di dare un piccolo contributo a quel lavoro, che in effetti è stato un po’ una sbirciatina all’inferno, come ha detto Magdalena [Ruiz Guiñazú]»5
Foto di Enrique Shore della mostra Evidencias
Nel viaggio argentino della ricerca, oltre alle fonti orali e documentative raccolte, ad attendere Greppi sopraggiunge la presenza granitica di una stanzetta congelata nel tempo. Nella dimora di Vera, assieme all’albero di jacaranda piantato in memoria di Franca, ad accoglierlo ecco il piccolo mondo di una giovane donna che aveva scelto l’altruismo e, in nome di questo, l’impegno sociale e politico. Franca era un’artista, amante della pittura e delle arti grafiche. Raggela pensare che la propensione creativa, la dedizione all’informazione e alla stampa colorata, per i generali e i colonnelli della picana, condensava la traccia e la prova inesorabile di un adempimento alla rivoluzione. E così la colpa di un imperdonabile crimine mortale.
«Che tu possa essere felice nella pace degli uomini» – è il biglietto rosso, condito con la penna biro blu, che Franca consegna quasi come fosse un congedo a Gerardo, un compagno di lotta chiaramente intento ad abbandonare l’impegno attivo contro la dittatura per il sempre più temibile e violento agire dei militari.
«Non ricordo con precisione se questa fosse l’esatta formulazione, ma ricordo che il messaggio era quello. Continuai a pensarci molto e non lo capii del tutto, anche se in seguito assunse un nuovo significato per me con tutto quel che accade. […] si trattava di un messaggio che criticava il mio conformismo»6.
Stando alle briciole di morte, restituite dalla mano potente di ogni più malvagio depistaggio, Franca Jarach sarà consegnata al volo della morte nei mesi che precedono l’omicidio e la sparizione tanto di Vicki, quanto di Rodolfo Walsh. L’autore di Operazione Massacro (1972) è particolarmente inviso e ricercato da Videla e Massera perché, con la sua penna e il suo coraggio, non ha mai smesso di inseguire la possibilità sovversiva della migliore informazione possibile. Andando dalla potente raccolta di articoli, come Il violento mestiere di scrivere(in Italia edito da La Nuova Frontieranel 2016), sino al romanzo di verità precedentemente citato, Rodolfo non smette di ripetere al lettore: «Sconfiggi il terrore. Fai circolare le informazioni»7.
La sua morte per rappresaglia seguirà di solo un giorno la redazione e consegna alla stampa di Buenos Aires dell’indimenticabile Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare (24 marzo 1977). Affrontando di petto un nemico vile e abietto, Rodolfo Walsh così denuncia:
«Il primo anniversario di questa Giunta è […] l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità. […] Attraverso ulteriori concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui l’obiettivo originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di massacrare l’essere umano fino a spezzarlo e fargli perdere la dignità, già persa dal carnefice e che voi stessi avete perso»8.
Il giornalista che scrive un tale resoconto è un padre, prima ancora che un attivista, colpito a morte dall’assassinio impunito al cuore della sua famiglia. Vi è un sanguinante fil rouge dai mille nodi a legare l’esperienza di Rodolfo Wlash alla battaglia per decenni combattuta da Vera Vigevani e Giorgio Jarach, i genitori di Franca. Da giornalista e madre alla strenua ricerca della sorte toccata alla sua desaparecida, anche Vera farà dell’informazione, della stampa, delle marce con le Madri di Plaza de Mayo un motivo per non arrendersi e illuminare il mondo.
Vera scrive, lotta, e lottando non si arrende alla persuasione del più tremendo dolore, la perdita. Sino al 3 ottobre del 2025, la sua presenza cortese, il suo sguardo dolce e battagliero, proprio come quello dell’incontenibile Franca, hanno accarezzato la conoscenza di intere generazioni di ragazzi, in ogni parte del mondo. Future generazioni, meritevoli di conoscere la crudeltà di una storia che, ancor oggi, in molti cercano di rimaneggiare e, finanche, nuovamente insabbiare.
C’è un ricordo commovente, che lega Rodolfo Walsh alle sue ultime ore di vita: come ogni individuo costretto a vivere in clandestinità, anche nel suo ultimo giorno il giornalista argentino è costretto ad agghindarsi alla meglio per non risultar riconoscibile. Di quell’ultima volta, ricorderà la sua compagna di vita e di lotta, Lilia Ferreyra:
«L’ultima immagine che ho di lui: camuffato da pensionato, un cappello di paglia; si gira e alza la mano: non dimenticare di seminare la lattuga. Questa è l’ultima cosa che gli ho detto, rise e sparì per sempre.»9
Copertina: Courtesy Karim El Sadi, redazione ANTIMAFIADUEMILA, Reportage Argentina-Manifestazioni del 24 marzo 2025
George Orwell, Why I write, Penguin Books, Londra 2004, p.22. ↩︎
Da Paco Ignacio Taibo II: in Rodolfo Walsh, Operazione Massacro, La Nuova Frontiera, Roma 2017, p.17. ↩︎
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