17.11.2025

Desiderare Bowie. Dentro il meccanismo del desiderio

Nel suo volume, Massimo Palma viviseziona la carriera del Duca Bianco per analizzare il rapporto tra la star e il suo pubblico

Non c’è rockstar che non sia catalizzatore o catalizzatrice di desiderio.
Un desiderio che spesso finisce per surclassare le stesse doti artistiche che lo innescano, diventando il vero e più autentico motore dell’essere star, sia dal punto di vista economico – l’artista come prodotto da vendere – sia da quello psicologico e motivazionale. Pensiamo a quanti percorsi artistici cominciano imitando la rockstar più ammirata, o anche semplicemente all’importanza delle venerazioni adolescenziali nella nostra formazione emotiva.
Il rock, insieme al pop, più di molti altri generi, vive di questa dinamica, ponendo al centro figure carismatiche e perfettamente complementari al suo pubblico: oggetti da desiderare per creature desideranti. Massimo Palma, nel suo saggio Desiderare Bowie, uscito per nottetempo, racconta tutto questo focalizzandosi sulla carriera dell’ex Duca Bianco. La scelta non è casuale: David Bowie infatti non si è limitato a veicolare il desiderio ma ce ne ha rivelato le pieghe più nascoste. Come un bambino curioso col suo giocattolo preferito, l’ha smontato e ce ne ha mostrato gli ingranaggi, trasformandolo (e trasformandosi) in un’opera d’arte tecnicamente riproducibile – Benjamin docet – e dunque mercificabile. Bowie è stato a tutti gli effetti un mercante di desiderio, il venditore di un prodotto discontinuo.

A rendere necessaria una costante metamorfosi è la natura stessa del desiderio: una forza che non smette mai di mirare alla sua realizzazione, ma che muore nel momento in cui la raggiunge. Una tensione così potente verso ciò che la annulla non è forse definibile come un’istanza autodistruttiva e dunque, in ultima analisi, suicida? Presumibilmente è proprio questa consapevolezza che porta Bowie a mettere in scena il più grande suicidio della storia del rock, ammazzando la sua maschera Ziggy Stardust nello storico live del 1973 (con il brano dal titolo Rock’n’roll suicide). Solo uccidendosi e risorgendo continuamente Bowie può mantenere viva quella tensione di cui sembra nutrirsi. Egli sa bene che per creare un pubblico desiderante sempre più ampio, ha bisogno di non essere mai raggiunto, mai realizzato, mai definito né definibile. E allora per brillare, per esporsi, deve paradossalmente nascondersi, cambiare, trasformarsi: via dunque il cognome anagrafico – un semplicissimo e quasi anonimo Jones – e avanti con la creazione di una maschera dopo l’altra, tutte in qualche modo caduche, passeggere.

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Se questo continuo cambio di identità destabilizza i fan, allo stesso tempo non permette mai loro di comprendere il mito fino in fondo e dunque di possederlo, un po’ come la Sfinge che vive solo finché il suo enigma rimane irrisolto. Se confrontiamo Bowie con artisti meno inclini alla metamorfosi, ci accorgiamo che laddove manca una trasformazione o una genuina evoluzione del linguaggio, il desiderio del pubblico tende a restare una parentesi generazionale, si cristallizza in un determinato tempo, spesso adolescenziale o post-adolescenziale, dopodiché la tensione sparisce e la star diventa ricordo, memoria, innesco nostalgico. Bowie invece si è dedicato anima e corpo a scongiurare tutto questo. Non gli bastava diventare una “cosa” desiderata ma ha scelto di incarnarsi in quella forza, di diventare puro desiderio (e non è un caso che nella serie a fumetti Sandman di Neil Gaiman, tra gli ispiratori dell’androgina personificazione del Desiderio ci sia proprio Bowie).

Massimo Palma compie un’analisi accurata che abbraccia un po’ tutta la multiforme carriera, discografica e non solo, dell’artista, eppure nel farlo sembra volerci rivelare un qualcosa che va oltre il semplice racconto di un percorso: Bowie diventa il portavoce, o se vogliamo una guida, un Caronte, di una riflessione sul legame profondo che noi stessi instauriamo con ciò che mitizziamo. Desiderare Bowie, dunque, più che un’ennesima monografia sull’artista, si rivela un illuminante saggio sul desiderio.

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Lo stesso autore, pur non parlando mai come un fan ma ponendosi il più possibile in una posizione “da studioso”, non riesce a nascondere l’appartenenza a quella folla dei desideranti di ieri, di oggi e forse anche di domani. E per quanto si soffermi anche sui lati più oscuri di Bowie, come i periodi di dipendenza dalle droghe, i suoi flirt con l’occultismo o la sua giovanile fascinazione – poi maldestramente rinnegata – verso le idee naziste, non riesce a sporcarlo, né ai suoi occhi di autore né ai nostri di lettori. Per quanto tenti di sezionarlo, il totem resta lì, saldo, incrollabile, nonostante il libro esca in un’epoca in cui i social network sono armati fino ai denti con pallottole di cancel culture, anche retroattive.

Questo perché il desiderio, e lo capiamo leggendo, non ha nulla a che fare con la rabbia e non si disinnesca a suon di contraddizioni. Anzi, da quelle contraddizioni è alimentato, perché la sua benzina è proprio il movimento, il continuo sfuggire. Scrivere di Bowie senza aver mai smesso di desiderarlo ci racconta cosa si cela dietro questo infinito tendere, questo bisogno costante di anelare a qualcosa che continua ad allontanarsi. E in tal senso – conclude Palma – la morte fisica, organica, reale di Bowie, rappresenta la garanzia che questa perfetta macchina del desiderio è destinata a non spegnersi mai.

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