Raccontare il presente attraverso il cinema implica portare alla luce alcune questioni che pervadono sottotraccia il nostro approccio al mondo di oggi: la distanza rispetto alla realtà dei fatti e all’esistenza degli altri, l’impatto soverchiante sulle nostre vite di tecnologie sempre più complesse, la quantità sempre più estesa di processi fuori dal nostro controllo individuale. Ogni film offre per sua natura una messa in prospettiva di queste questioni, una postura espressa attraverso strumenti di rielaborazione dell’esperienza (visiva, sonora, cinetica), che operano problematizzando in primo luogo se stessi in quanto strumenti. Per questo motivo, non tutte le narrazioni del nostro tempo si equivalgono, ma, al contrario, sono radicate in forme di vita e intenti comunicativi differenti e peculiari, che influenzano ciò che si vede (e non si vede) sullo schermo.
Come ogni anno, l’ultima edizione (l’82^) della Mostra del cinema di Venezia ha raccolto sguardi da realtà e retroterra geografici e produttivi molto variegati, ma spesso uniti dalla volontà – meglio ancora, dalla necessità – di non chiudere gli occhi di fronte al complesso campo di forze del contemporaneo, e addirittura talvolta di agire su di esso. Compito di chi fa critica è inquadrare il rapporto che in questi tentativi si instaura tra l’argomento trattato e le strategie o i modi in cui questo viene delineato, evidenziando così le idee sottostanti sull’uso del medium cinematografico. In quest’ottica, particolarmente interessante è stata la compresenza nel Concorso internazionale di due film che coniugano secondo moduli molto diversi un’analoga attenzione a dinamiche ed eventi cruciali dell’attualità: si tratta di A house of dynamite, ritorno alla regia della statunitense già premio Oscar Kathryn Bigelow, con Netflix in produzione, e di The voice of Hind Rajab, vincitore del Gran premio della giuria, diretto da Kaouther ben Hania, documentarista tunisina non nuova ai circuiti festivalieri (aveva già presentato il suo precedente Les filles d’Olfa in concorso a Cannes nel 2023).

La visione del mondo in cui viviamo proposta da A house of dynamite è chiara ed esplicita fin dal titolo: una casa di dinamite pericolante, piena com’è di ordigni pronti a saltare in aria alla minima e imprevista scintilla. Se la ragione profonda di questa architettura instabile è la nuova corsa al riarmo dopo il collasso degli ordini apparenti della Guerra fredda, prima, e della globalizzazione di marca neoliberale, poi, la miccia dell’esplosione è accesa nel film da un singolo evento: l’individuazione da parte dei sistemi di difesa statunitensi di un missile di provenienza sconosciuta, lanciato verso la città di Chicago in un impatto devastante. L’approssimarsi della minaccia, che resta fuoricampo, è studiato da una molteplicità di punti di vista che corrispondono alle diverse competenze e ai diversi poteri politico-militari chiamati a comprendere l’entità della catastrofe, a sventarla o, eventualmente, a gestirne le ripercussioni. Il quadro che ne esce è quello di un sistema reticolare ma farraginoso, un puzzle totalmente mediato in cui la tempestività e la risolutezza della risposta sono ostacolate dalla frammentazione, l’azione è dipendente da troppi fattori, il coordinamento disperso tra schermi, mappe satellitari, codici e protocolli, videocollegamenti e telefonate. Forti di una conoscenza dettagliata delle procedure e delle ramificazioni degli organi di difesa Usa, Bigelow e il suo sceneggiatore Noah Oppenheim tratteggiano la situazione d’emergenza attraverso il crescendo opprimente della tensione, esasperata dal ritmo serrato del montaggio, dalla saturazione dei segni e dal ruolo riservato all’aleatorietà (il contrattacco missilistico ha solo il 61 per cento delle probabilità di successo della neutralizzazione del razzo), fino alla parte finale, in cui si arriva all’ultimo anello della catena di comando, cioè il presidente, e alla sua decisione irreversibile su come rispondere all’aggressione.
Un dispositivo di genere efficacissimo nell’orchestrare la tempesta perfetta; e però, proprio la precisione della macchina spettacolare fa sorgere l’impressione del carattere ambiguo e potenzialmente manipolatorio di ciò a cui si sta assistendo. Chiaramente, in generale nulla vieta di mettere a punto un thriller geopolitico ben documentato e basato su una urgente questione di attualità, sulla quale si vuole sensibilizzare il pubblico; in quel caso, però, sarebbe bene dosare con cura l’equilibrio tra realtà e finzione, evitando di costringere la prima entro le maglie strette della seconda, temperando le ambizioni esplicative o dimostrative in misura della spinta contraria data dalle leggi dell’intrattenimento. Una linea che Bigelow però non segue, in un film centrato su un messaggio tanto importante quanto ingombrante, ribadito da cartelli in apertura e chiusura. Attorno a tale messaggio, di per sé anche poco controverso, la regista e l’autore del copione predispongono un esperimento mentale costruito a tavolino in tutte le sue variabili e, soprattutto, nelle sue premesse. La ricerca dell’effetto e del coinvolgimento richiede di semplificare al massimo lo scenario: nel mondo di A house of dynamite la politica non esiste, o meglio esiste solo nelle forme deresponsabilizzate e a posteriori del damage control e dell’opportunità di retaliation, senza tener conto di come l’equilibrio gerarchico tra potenze sia di base determinato da una molteplicità di fattori diversi e specifici (non solo esterni ma anche interni, storici e persino simbolici). Gli esiti sono paradossali, per il modo in cui sfidano sfacciatamente la sospensione dell’incredulità: possiamo davvero prendere sul serio, anche in un mondo caotico come il nostro, l’eventualità che una potenza nucleare di secondo livello sferri un attacco sul suolo di una di primo senza alcun precedente segnale non solo di escalation, ma addirittura di conflitto? Il sospetto che si fa strada durante la visione è che il film non abbia di fatto rispetto dei suoi spettatori, che li tenga per tutto il tempo in una posizione di minorità, facendo leva solo sulle loro risposte emotive automatiche (disseminando pure qua e là strazianti dettagli sulle vite personali di personaggi “di servizio”, funzionali unicamente allo sviluppo della trama), invece di favorire una comprensione più profonda delle leve nascoste dietro al monopolio statuale della forza militare. Il dubbio, in sostanza, che A house of dynamite finisca per fare propria la logica delle armi, senza scardinarla nei suoi presupposti. E la ragione sembra essere che Bigelow e Oppenheim usano la realtà come semplice pretesto narrativo, invece di incorporarla nella finzione, finendo per confezionare un film in fondo convenzionale e assertivo.
Una scelta opposta a quella di The voice of Hind Rajab, il cui cuore sta ancora e significativamente in un orrore lasciato fuoricampo: l’uccisione di una bambina palestinese, Hind Rajab, rimasta per ore intrappolata in un’automobile con i cadaveri di alcuni parenti, in seguito a un attacco israeliano a Gaza, dopo una lunga e inutile attesa dei soccorsi ostacolati dall’esercito occupante. La regista sceglie di rievocare il fatto attraverso una potente traccia di carattere documentaristico, cioè la voce stessa di Hind nelle registrazioni delle sue telefonate con i volontari della Mezzaluna rossa, rese da loro disponibili su internet. L’unico elemento visivo che nel film dà corpo all’emergere di quella voce è la rappresentazione delle onde sonore degli audio sullo schermo del computer degli operatori: un simbolo di lontananza, di fragilità e dissolvimento, che però diventa anche un filo teso che lega vite separate nello spazio e registri diversi di narrazione. Attorno alle registrazioni originali, infatti, Kaouther ben Hania ricostruisce in forma di fiction i tentativi di organizzare il salvataggio di Hind Rajab; nel chiuso degli uffici del quartier generale della Mezzaluna si susseguono telefonate, prove di coordinamento con l’ambulanza e di negoziazione con le autorità, consultazioni dello stradario di Gaza su mappe non aggiornate. La tecnologia, necessaria al lavoro di assistenza dell’associazione umanitaria, diventa qui un mezzo cinematografico per mettere in dialogo assenza e presenza, saldate dentro a una messa in scena che abbatte il divario tra rielaborazione e presa diretta, in alcuni momenti addirittura giustapposte: per esempio, quando nell’inquadratura spunta un cellulare che riprende l’azione filmica, mostrando però le immagini dei veri video condivisi sui profili social della Mezzaluna, replicati perfettamente dagli attori. Quello di ben Hania è un lavoro di integrazione che tuttavia non comporta affatto uno svuotamento di senso, nella misura in cui entrambi i linguaggi della finzione e del dato di realtà mantengono un proprio posto ben definito nell’economia del film e sono proposti nelle loro rispettive specificità, senza mistificazioni (a differenza di quanto accade in A house of dynamite), finché nelle ultime scene la dialettica deflagra con l’irrompere delle foto del sito e dell’auto distrutti, insieme a quelle della breve vita della piccola Hind e alla testimonianza della madre. Tutto questo calibratissimo alternarsi dei piani fa sì che il racconto del dramma sia lancinante ma asciutto, e che il conseguente appello allo spettatore non risulti mai gratuito o ricattatorio.

Oltre che una commovente condanna del terrificante genocidio dei palestinesi, che segnerà per sempre la storia di questi anni, The voice of Hind Rajab è infatti anche una riflessione sul nostro rapporto con questa e con tutte le altre tragedie di oggi a cui non sappiamo opporci. Nel film, l’immagine mancante della sofferenza della bambina riverbera nella disperazione dei soccorritori, sopraffatti da reazioni a noi fin troppo familiari: senso di resa e di frustrazione, scatti di rabbia, liti inutili e irragionevoli, crolli nervosi e fisici. Questo è però solo un lato del legame triplice che non solo si instaura tra Hind e i volontari, dentro la narrazione, ma che coinvolge anche, fuori di essa, gli spettatori. Questi ultimi da una parte si rispecchiano facilmente e immediatamente nel dolore degli operatori della Mezzaluna, sempre presenti in scena; dall’altra, però, tale immedesimazione permette un accesso indiretto ma comunque autentico alla paura della bimba, tramite figure che sono state più vicine a lei di quanto non siamo ora noi in sala. I personaggi in campo fungono così da veri e propri mediatori, in un film consapevole che accetta l’inaggirabile natura mediata del nostro contatto con tragedie non vissute in prima persona, ma al contempo la trasforma da anestetico a fonte di solidarietà, di condivisione emotiva tra chi è vittima dell’orrore e chi si trova ad assistervi al sicuro ma dilaniato dall’impotenza.
In mezzo all’overdose di stimoli mediatici a cui siamo continuamente esposti, può essere facile dimenticare che il cinema è innanzitutto ricerca di una relazione tra chi produce immagini e chi le guarda. Il valore di questa relazione risiede in primo luogo nelle forme stesse del linguaggio adottato; forme che possono scegliere di mimetizzarsi nell’uniformità della comunicazione e nella sovrabbondanza di informazioni, oppure di reagire all’appiattimento ponendosi come obiettivi la chiarezza, l’adesione stilistica al tema trattato, la capacità di ascolto e la ricerca dell’empatia in modi non ruffiani. La differenza tra A house of dynamite e The voice of Hind Rajab sta tutta qui, in questa alternativa tanto estetica quanto etica.