27.08.2025

Culo pesante, o cosa la canoa può insegnare sulla censura

Di quale leggerezza abbiamo bisogno?

Da bambina, ogni volta che sentivo la parola “culo” ridevo. Non so se fosse perché pronunciandola immaginavo le labbra emulare la postura dello sfintere, o per pura semplice stupidità infantile. Qualunque la ragione, quando la sentivo, ridevo.
Sono passati più di trent’anni e ancora oggi, a sentirla (e scriverla), mi viene un po’ da ridere. Eppure tra le due risate c’è una consapevolezza diversa: possiamo pure prenderlo in giro, ma il culo è davvero importante.
Soprattutto in canoa, come mi ha spiegato Laura D. lo scorso giugno mentre guidavamo verso Fiera di Primiero dove mi stava portando a fare la mia prima arrampicata con corda.
Ci eravamo ritrovate due mesi prima, dopo vent’anni di assenza reciproca, quando per l’occasione dell’uscita di Wild Swimming, il comune di Marostica mi aveva invitata a presentarlo in biblioteca. Sapendo che Laura era presidente del comitato, pur non vedendola dal giorno dell’orale della maturità, avevo chiesto all’impiegata comunale se a guidare l’incontro potesse essere lei. Aveva corretto così tanti miei temi alle superiori, incoraggiandomi a scrivere, che sentivo essere arrivato il momento di ritrovarla.
Così ci eravamo ritrovate dopo tanti anni, prima al tavolino di un bar a pianificare l’incontro in biblioteca e a parlare fino a notte inoltrata bevendo vino senza magiare, poi, alcune settimane dopo, al tavolo di una sala comunale a parlare di letteratura, desideri, mappe idrografiche e montagne, e a giugno in macchina assieme verso la mia prima arrampicata nelle Dolomiti a parlare di culo.

*

«Culo leggero», ha detto Laura senza distogliere lo sguardo dalla via indicando con la mano un punto del fiume che ci scorreva accanto.
Ho allungato lo sguardo, cercando di capire a cosa si riferisse. Davvero aveva detto culo? La mia professoressa di italiano e latino? Avevo capito bene?
«Culo leggero, culo leggero», ha continuato.
Era seria? Ho cercato di trattenere la risata pensando ai lunedì mattina in cui ci interrogava su Catullo e Petronio. Non potevo chiederle di parlarmi del culo. Certo, nell’ultimo mese avevamo bevuto e chiacchierato, ci eravamo confidate e complimentate, mandate foto e messaggi vocali, ma sotto a quella nascente amicizia c’era pur sempre ancora la mia “prof”.  
Leggermente imbarazzata, senza chiedere spiegazioni, mentre continuava a guidare, mi sono messa a parlarle de La via di Schenèr (Matteo Melchiorre, 2016). Lo avevo letto da poco e parlava proprio della zona che stavamo attraversando – «Devi leggerlo, bellissimo! Imer, Zorzoi, Transacqua, i briganti, gli archivi» – ma lei niente, voleva parlarmi proprio di culo.
«Ho rischiato la vita una volta, sai?»
Addirittura?
«Se c’è una cosa che ho imparato andando in canoa è che quanto più il passaggio o il fiume sono tosti, tanto più devi essere leggera per entrare in simbiosi con l’acqua. Devi diventare un tutt’uno».
Cosa c’entrava il culo?
«Avevo un mantra e lo dicevo a tutti».
Mantra?
«Prima di una rapida mi ripetevo culo leggero».
Culo leggero. Culo leggero.
«Il baricentro deve essere una piuma», ha continuato con gli occhi sulla strada e il cuore nella canoa. «Quando trovi la posizione giusta, la sensazione è bellissima».
Ho guardato il fiume che scorreva alla nostra sinistra.
«Nell’ultimo anno, non faccio che cercare la leggerezza, cioè quel lasciarsi andare al fluire delle cose perché sai che è la via migliore. Mi manca. Non è facile trovarla. Non si tratta di superficialità o di banalizzazione, è un modo di essere che ti fa sentire libera. È essere… contenti di essere. È la leggerezza di una piuma che ti racconta il volo dell’aquila. Ti ricordi la lezione di Calvino sulla…»
«… leggerezza della pensosità e leggerezza della frivolezza» – ho risposto immediatamente – «la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca».
«Brava, la leggerezza della pensosità è come avere il culo leggero in canoa», ha confermato.

*

«Ho dato le dimissioni».
Mi fermo in mezzo alla strada per rileggere il messaggio di Laura. È sabato 2 agosto, sono a Londra e sto andando a fare la spesa. Dimissioni? Che significa?
Laura mi manda alcuni link a giornali locali. La giunta comunale di Marostica, la stessa che mi aveva invitata a presentare il libro, ha affossato la proposta di un cineforum organizzato da alcuni studenti con il supporto del comitato biblioteca ritendendoli «troppo impegnativi e politicizzati». «Ci vuole leggerezza» riportava il comunicato stampa, senza dare ulteriori informazioni sulle ragioni della bocciatura.
I film proposti, spiegava l’articolo, sono Ida (Paweł Pawlikowski, 2013), In the Mood for Love (Wong Kar-wai, 2002) e No Other Land (Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, and Rachel Szor, 2024). Con il caveat che se il documentario sull’occupazione della striscia di Gaza fosse stato troppo “delicato”, lo si sarebbe potuto sostituire con La Notte (Antonioni, 1966). Insomma, se il problema della Palestina fosse stato troppo spinoso per una giunta leghista, c’era sempre l’alternativa di bel classico italiano. Ma alla giunta anche l’alternativa non è andata bene – basta con quei film pesantoni, ci vuole leggerezza, ha comunicato. Così il cineforum è stato avvallato e alcuni membri del comitato biblioteca, tra cui la presidente Laura, hanno dato le dimissioni.
Davvero?
«Davvero. Come si fa a far cultura? Non si può andare avanti così, rifiuto dopo rifiuto, viene lo sfinimento. Come si possono sostenere i ragazzi? Come incoraggiarli a organizzare momenti di ritrovo, spazi di conversazione, se questi vengono prontamente chiusi perché stimolano il pensiero critico?».
Eppure il nostro incontro su Wild Swimming, ho pensato, era andato bene. Avevo parlato di cultura, di lotta culturale, di amore. C’era stata musica, interesse, dibattiti. Possibile che la situazione fosse diversa da come la immaginavo? Le persone presenti erano state splendide, generose. La cittadinanza, almeno quella presente e con cui mi sono confrontata, sembrava ben disposta e anzi desiderosa di ulteriori incontri di scambio. Ero ripartita da Marostica col desiderio di tornare presto, di fare altre cose, felice di essere “tornata a casa”. Forse la mia distanza non mi aveva fatto comprendere certe dinamiche, o forse questa stessa distanza non aveva preparato il comune a quel di cui avrei parlato?
Rileggo il messaggio incredula.  Rispondo: «Secondo me hanno il culo pesante».
Laura risponde che l’ho fatta ridere. «Bisogna volare», e mi manda una foto di lei in canoa sospesa in aria sopra a una cascata.

culo pesante

*

In Modernità Esplosiva (Einaudi, 2025, trad. Valentina Palombi), Eva Illouz propone un’analisi sociologica delle principali emozioni umane. L’approccio sociologico, spiega nell’introduzione, non mira a «guarire le ferite psichiche, ma a comprendere il modo in cui la società contribuisce a infliggerle». Le emozioni, continua, si situano alla «soglia tra il sé interiore e quello esteriore», sono fenomeni liminali. Attraverso le emozioni «interiorizziamo il mondo esterno ed esteriorizziamo il nostro mondo interiore, in un processo ininterrotto». Proprio perché vivono in questo spazio liminale, le emozioni, pur nascendo con la psiche umana, si sono modificate nel tempo attraverso i cambiamenti sociali. L’avvento della modernità, in particolare, ha dettato un cambiamento sistemico. «La cultura del consumo ha ridefinito la speranza, la delusione, l’invidia e il risentimento. La democrazia e le ideologie di eguaglianza, equità e sicurezza hanno riplasmato l’invidia, l’ira e la paura; il nazionalismo ha fatto lo stesso con i sentimenti di spaesamento e nostalgia. E forse sono ancora più evidenti gli effetti che la contestazione del patriarcato e dell’eterosessismo ha prodotto sui sentimenti di vergogna, orgoglio, gelosia e amore».
Prendiamo la speranza. Se storicamente la speranza è stata sinonimo di fede, ovvero una postura emotiva che ha permesso di perseverare nelle difficoltà del presente in vista della salvezza divina, anche contro ogni evidenza, oggi la stessa emozione si è contratta in uno strumento ambivalente che riduce l’agency, mascherando e confondendo i conflitti e le disuguaglianze. La speranza si è inscritta così profondamente nella cultura moderna, scrive Illouz, che la natura stessa della cultura ne è stata radicalmente trasformata. Non più terreno di elaborazione di idee, la cultura è diventata il laboratorio di progetti miglioristici del sé, lo spazio in cui realizzare i propri sogni, perseguire i propri obiettivi, il luogo dove essere “ottimisti e positivi” nonostante i ripetuti fallimenti. La speranza, per la soggettività moderna, è diventata un’emozione ambigua, capace di condannare l’esistenza all’attesa di una vita elusiva, e in certi casi addirittura lo strumento attraverso cui le istituzioni politiche mantengono lo status quo. Finché c’è speranza, infatti, diventa possibile continuare ad abbassare l’asticella dell’accettabilità. Basta guardarsi attorno per riconoscere che siamo arrivati al punto di ignorare i conflitti che ci circondano nella speranza che si risolvano da sé, a negoziare tariffe economiche perché è meglio non opporsi, a non parlare delle nostre idee pubblicamente per paura di ritorsioni. Ad accettare che un cineforum organizzato da dei ragazzi venga affossato. Non siamo d’accordo, ma stiamo zitti, prima o poi le cose andranno meglio. Basta sperare che il conflitto si riassorba, che la gente si dimentichi dell’incidente. Basta essere ottimisti. Il mondo attorno è così deprimente che c’è solo bisogno di leggerezza.
Un bel cinepanettone, una rom-com, un filmetto sciocchino, qualcosa di leggero.

culo pesante

Ma la leggerezza non può essere solo questo. Questa è la pietrificazione del pensiero. Questo è avere il culo pesante.
Nella lezione americana sulla leggerezza, Calvino scrive: «In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo».
La leggerezza è ciò che permette a Perseo di non soccombere allo sguardo della Medusa. La leggerezza è quel che gli permette di superare la situazione trovando il punto preciso in cui attaccare guardando un’immagine riflessa. Perseo sposta lo sguardo, ma attraverso un riflesso, sempre la Medusa vede. Non guarda, ma vede. Di fronte alla mésaventure del cineforum di Marostica, penso, non è forse il cinema il riflesso sullo scudo di Perseo che permette di confrontare la Medusa? Una rappresentazione della realtà che permette di metterla in discussione?
La leggerezza di cui parla Calvino, quella che i ragazzi del cineforum, mia e di tutti noi che ancora cerchiamo di difenderci dall’aridità di pensiero critico, è il culo leggero a cui pensa Laura in canoa. Quella bellissima sensazione che nasce dalla capacità di diventare tutt’uno con l’acqua, di attraversare le rapide senza incagliarsi. È la soddisfazione che viene dal saper riconoscere le difficoltà e trovare il modo di attraversarle consapevolmente.  
«Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica». Le immagini di leggerezza che ci permettono di volare sono quelle che nascono dalla pensosità. La leggerezza frivola, imposta dall’esterno, è invece una zavorra, è il peso del paraocchi, è l’asticella abbassata di un’altra tacca.
Abbiamo la libertà di scegliere se vedere un film “impegnativo” o di stare a casa a guardare una serie tv; l’esistenza di un cineforum non obbliga alla partecipazione, semplicemente crea l’opportunità per le persone che lo desiderano di ritrovarsi e condividere un’esperienza, magari anche qualche pensiero, persino un’idea, un desiderio.
Una giunta comunale non dovrebbe nemmeno sognarsi di commentare la curatela artistica di un cineforum proposto da dei ragazzi in collaborazione con un ente culturale pubblico se tra i valori di cui si fa espressione ci sono quelli della libertà di opinione e pensiero e della promozione del sentimento civico. Come può esserci rispetto là dove c’è controllo e potere? Questo è altro, si chiama censura. E di fronte alla censura non si può stare in silenzio, non si può essere ottimisti e sperare che le cose cambino o migliorino.
Laura e colleghi del comitato della biblioteca hanno dato le dimissioni proprio per questo, perché non si può e non si deve sperare quando le cose vanno così male. Se la giunta ha scelto di avere il culo pensante, di incollarsi a una sedia e non muovere lo sguardo, Laura e colleghi si sono ripetuti il mantra. Culo leggero, culo leggero. Si sono alzati dalle sedie su cui sedevano e hanno sistemato il baricentro per attraversare le rapide.

culo pesante

Quello della giunta di Marostica non è che uno degli ormai incalcolabili episodi di soft power (se chiamarla censura spaventa) con cui certe ideologie politiche mantengono il controllo sulla popolazione. La giunta ha ragione nel dire che abbiamo bisogno di “leggerezza”, ma abbiamo bisogno di quella della pensosità, quella che ci fa prendere il volo, non quella che ci àncora a terra, altrimenti è la storia della produzione del grano che oggi è cresciuto e domani è cresciuto, nonostante i campi siano secchi.
L’asticella si abbassa ogni giorno e non possiamo stare a guardarla sorridendo frivolamente. Possiamo e dobbiamo essere leggeri, ma dobbiamo farci tutt’uno con l’acqua, essere presenti, muoverci agilmente. Dobbiamo impegnarci in una resistenza intellettuale, ricordarci che le parole sono importanti, che il linguaggio controlla le cose, che la cultura deve liberarci non opprimerci. Com’è possibile essere arrivati a un punto che non si riesce a chiamare un genocidio “genocidio”?

*

Il giorno dopo aver ricevuto le notizie del cineforum, mi sono seduta a scrivere questo pezzo. Ho risfogliato le lezioni americane di Calvino e ho mandato un breve messaggio a Laura.
«Alla precarietà dell’esistenza della tribù, – siccità, malattie, influssi maligni – lo sciamano rispondeva annullando il peso del suo corpo, trasportandosi in volo in un altro mondo, in un altro livello di percezione, dove poteva trovare le forze per modificare la realtà».
Mi ha risposto subito: «Quando vieni a Marostica ti porto sul Sass de stria (strega) a fare una ferratina».
Ho riso pensando alle coincidenze della vita. Nel paragrafo successivo, Calvino scrive:
«In secoli e civiltà più vicini a noi, nei villaggi dove la donna sopportava il peso più grave d’una vita di costrizioni, le streghe volavano di notte sui manici delle scope e anche su veicoli più leggeri come spighe o fili di paglia».

Aveva proposto il Sass della “strega” apposta o per caso?
Ho trovato il baricentro e mi sono lasciata andare come lei.
Culo leggero. Culo leggero.
Speriamo che questo incidente, e il dibattito che ha creato, ci torni a far volare.





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