17.09.2025

Cosa resta di una Rivoluzione? Cuba oggi e il problema della libertà

Sulle tracce dell’eredità di Che Guevara e Fidel Castro in una Cuba “sin electricidad y sin comida"

È il tardo pomeriggio di una calda giornata di metà luglio e l’umidità talvolta blocca il respiro. Il cielo è nuvoloso, quel cielo che promette pioggia. Con una moto-taxi ci allontaniamo dall’enorme piazza antistante il mausoleo che sta alle porte di Santa Clara e imbocchiamo la strada che ci riporta verso il centro della città. Alle nostre spalle l’alta statua del guerrigliero e rivoluzionario argentino si fa sempre più piccola, tramontando lentamente fra le fronde degli alberi: prima le gambe, poi il busto, infine la testa. Tutto il complesso monumentale gridava la sua solitudine, non uno stato di degrado, ma un decoroso abbandono. Alcune guardie a presidio del viale che separa il cimitero dei rivoluzionari e il retro del mausoleo di Che Guevara (forse giovani militari di leva), intente a chiacchierare scherzosamente con alcune turiste, interrompono un silenzio diverso da quello a cui siamo abituati e che caratterizza i luoghi sacri; un silenzio spento, vuoto, che si muta in commozione nel momento in cui, saliti sul mausoleo, ci si volge verso la lettera di Che Guevara a Fidel Castro con la quale egli rinunciava ad ogni incarico pubblico a Cuba per proseguire l’apostolato militante, perché “altre terre al mondo reclamano il concorso dei miei modesti sforzi”: combattere per la libertà, innescare la miccia della rivoluzione fra i popoli dell’America Latina, rompere il giogo del capitalismo statunitense, la volontà di potenza di quell’Impero irresistibile di cui parla Victoria de Grazia[1]. Insomma, proseguire la lotta e “fare come a Cuba”.

Poi ci si volta nuovamente. Un enorme spazio vuoto. La stessa sensazione che si ha in Plaza de la Revoluciòn a L’Havana: da un lato l’imponente monumento al Padre della Patria, José Martì, e dall’altro lato la facciata del ministero degli interni con l’immagine di Che Guevara, scolpita da Enrique Ávila e, in un edificio vicino, la scultura con il volto di Camilo Cienfuegos. Simulacri di un passato che non passa, forse perché non ha ancora la forza per consumarsi definitivamente. Questo resta della Rivoluzione cubana: scritte isolate nelle città, poster pubblicitari con i volti di Fidel o di Guevara, citazioni iconiche come “Patria o Muerte, ¡Venceremos!” o “Hasta la victoria siempre!”, motti anacronistici di un mito collettivo, quel paradiso in terra che la società socialista avrebbe dovuto essere e che oggi stridono con una realtà sempre più drammatica.

Per fare delle considerazioni sull’oggi occorre partire da un’ermeneutica concettuale. Chi è il rivoluzionario? Il rivoluzionario non è semplicemente l’agente motore della rivoluzione, di quel processo trasformativo di uno stato di cose che da una condizione di oppressione e tirannia porta alla libertà – quella che, anche se in una chiave non marxista, Hannah Arendt nel suo On Revolution definisce la causa «più antica di tutte, quella in realtà che fin dal principio della nostra storia ha determinato l’esistenza stessa della vita politica»[2]. Essenzialmente il soggetto rivoluzionario è un puro fattore energetico trasformativo, che vede uno spazio d’azione nell’impossibile, che considera sacrificabile una determinata legge che definisce i confini di uno status quo – che egli ritiene negativo, opprimente, servile e soggiogante – e crea uno spazio d’azione per la realizzazione di qualcosa che il mondo precedente poneva fuori dallo spettro della possibilità, e questo “impossibile” altro non è che la fondazione di un nuovo ordine che realizzi un maggiore spazio di libertà. Disobbedire alla legge per riscriverne una nuova sulla strada della libertà. Liberazione dalla tirannia e fondazione della libertà. Kant, chiedendosi se esistesse la libertà nel mondo, sosteneva che se ne potessero vedere le tracce, cioè che all’uomo fossero visibili gli effetti dell’evento della libertà dopo il suo passaggio. Per il filosofo prussiano la Rivoluzione (francese) era la traccia. Potremmo tradurre Kant dicendo che si definisce rivoluzione qualsiasi evento che porti con sé la libertà, che trasformi un determinato insieme di fattori al fine di rendere gli esseri umani più liberi. Su questo punto, in campo politico, si potrebbe trovare un’ampia, seppure non totale, convergenza, ma lo stesso non si potrebbe dire in riferimento alla definizione di libertà.

Dall’antichità a oggi il termine “libertà” è stato usato nelle più diverse epoche e nei più diversi contesti, rimodulandone ogni volta il significato. Se avessimo chiesto ad un cittadino romano che cosa fosse per lui la libertà ci avrebbe detto che essa era la condizione propria del cives, definibile nei contorni dell’assenza di servitù personale e del godimento dei diritti del cittadino – la possibilità di possedere beni, di contrarre matrimonio, di partecipare attivamente alla vita della Res publica. Il cristianesimo invece sposta la libertà dal piano politico-giuridico a quello eminentemente spirituale: è una libertà interiore, morale, radicata nella fede e nell’amore verso Dio, è la liberazione dal peccato e dalla morte per mezzo della grazia divina, definita da San Paolo come «la libertà della gloria dei figli di Dio»[3], riferendosi all’adesione volontaria alla volontà divina, alla possibilità di orientare la propria vita verso il bene. Spostandoci in avanti nei secoli, in Antico regime, la libertà viene nuovamente ridefinita: la libertà era concepita come quell’insieme di privilegi, immunità, esenzioni fiscali o giurisdizioni autonome riconosciuto da un ordine giuridico fondato sulle diseguaglianze, quindi non un diritto universale, ma un complesso sistema di prerogative legate allo status sociale, alla corporazione o alla comunità di appartenenza. Con le grandi rivoluzioni moderne la libertà assume un carattere universale e individuale. Per i rivoluzionari americani e francesi essa è innanzitutto libertà dai poteri oppressivi, è fondamento dell’uguaglianza civile e della sovranità popolare, garanzia dei diritti naturali inalienabili dell’essere umano, legata all’idea che ogni cittadino abbia il diritto di partecipare al potere politico tramite forme istituzionali rappresentative. Nel Novecento invece, anche i regimi totalitari, apparentemente in modo paradossale, hanno fatto della libertà una loro parola d’ordine. Per il fascismo italiano, scomparsa ogni distinzione fra potere politico e vita civile, la libertà coincideva con il sacrificio dell’individualismo piccolo-borghese, egoistico e disgregante, per realizzarsi nella grande e prolifica nazione guerriera, “proletaria e fascista” – come disse Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia all’annuncio della dichiarazione di guerra il 10 giugno del 1940 –  considerata l’incarnazione della volontà e dell’essenza del popolo, dove – parafrasando Giovanni Gentile – l’individuo è libero solo nello Stato e per lo Stato. Nel fascismo tedesco invece la libertà è la realizzazione della volontà del popolo tedesco, incarnata in Hitler; come nel fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco esclude la libertà individuale in senso liberale: il singolo è libero solo se contribuisce al destino della comunità razziale ariana, realizzando le parole d’ordine della voce allucinatoria della Grande Germania che parla per bocca del suo Führer.
Da ultimo il pensiero socialista, dove per libertà si intende una collettiva emancipazione dallo sfruttamento, dalla mercificazione dell’individuo e dalla dominazione capitalistica. Una volta Fidel Castro ha descritto il marxismo-leninismo come «la dottrina più ricca di idee di giustizia, di libertà, di uguaglianza, di fratellanza tra gli uomini»[4]. Una visione della libertà intesa come un ideale di liberazione sociale e nazionale, in particolare dall’imperialismo, di cui gli Stati Uniti erano l’incarnazione. Tuttavia anche a Cuba, come in tutte le rivoluzioni di impronta pauperistica, si è materializzato quello che potremmo definire il “teorema Arendt”: le rivoluzioni assorbite dal vortice della necessità dimenticano lo scopo dell’instaurazione della libertà. Arendt intende dire che quando le rivoluzioni piegano verso la questione sociale – verso quelli che la Rivoluzione francese avrebbe chiamato“i diritti dei sanculotti” – e ne diventano preda, pensano che la rivoluzione in sé possa risolvere il tema della povertà, dimenticando di elaborare delle modalità per realizzare istituzioni libere e che favoriscano l’espressione della libertà politica. Quindi, quando la rivoluzione mette al centro i bisogni e le necessità, inevitabilmente cade nella spirale della violenza, trasformando la politica nel suo coté tirannico e potenzialmente totalitario. Quella di Arendt è una tesi forte, ma si tratta di un tentativo di spiegare che se la politica diventa una sorta di gestione burocratico-amministrativa dei bisogni, finendo per dimenticare (quando non di soffocare) la causa della libertà, in realtà non fa che generare una nuova forma di oppressione, una nuova tirannia.

Non si tratta qui di mettere a critica o sostenere “il buono” – che pure c’è stato e in piccola parte continua ad esserci –  di uno degli ultimi stremati baluardi del socialismo reale, ma di capire cosa è stato e soprattutto cosa ne resta. Cos’è Cuba oggi è presto detto: una terra e un popolo stanchi e generosi, poveri e affamati di tutto, tenuti in scacco da un regime di polizia e da un governo corrotto a tutti i livelli. Ci si può sbizzarrire nella ricerca delle cause: l’isolamento politico internazionale, l’embargo statunitense, la scomparsa dell’Unione sovietica e del blocco socialista (fondamentale partner economico), la quasi totale assenza di un sistema produttivo, la “fine non finita” dei Castro, l’inflazione incontrollata, la crisi energetica, l’enorme disparità sociale e infine la pandemia da Covid-19 – evento rilevato da molti come il punto di non ritorno dell’isola.

Per chi non crede e non ha mai creduto nel socialismo, la ragione della crisi è presto detta: il socialismo stesso. Un sistema che più passano gli anni, anzi, i mesi, più si degrada e il dissenso critico verso il governo è ormai carsicamente diffusissimo. Uno stato di miseria che continua a sopravvivere fra contrabbando e corruzione, emblematici fattori di continuità nella secolare storia dei Caraibi. Sulla strada per l’aeroporto, vedendo degli operai che montavano dei pannelli celebrativi del “26 luglio” – la festa nazionale a ricordo dell’assalto alla caserma Moncada di Santiago nel 1953, data simbolo dell’inizio della rivoluzione cubana –  il taxista ha esclamato sarcastico: “Día de la Revolución… sin electricidad y sin comida”. Subito corre alla mente quella frase di Lenin: “Il socialismo è elettrificazione e soviet”. A Cuba i soviet non ci sono mai stati e da un po’ di tempo, in larga parte dell’isola, manca spesso anche la corrente elettrica.

Si ha come la sensazione che in una ideologia come quella socialista – in realtà, con intensità differenti, in ogni sistema umano – si riveli l’incapacità dell’idea di permanere all’interno della realtà, mostrando il contrasto irrisolvibile fra la perfezione ideale della forma e la materia, costitutivamente imperfetta, che dovrebbe plasmare; (anti)aristotelicamente si potrebbe parlare di una forma che non riesce ad essere contenuta nella materia, di un sinolo impossibile; hegelianamente invece vi si potrebbe vedere un’incapacità dello Spirito di andare verso uno stadio ulteriore, un incepparsi dell’Aufhebung, uno stadio dialettico bloccato in se stesso, nel suo consumarsi, che non riesce a mettere in atto una via d’uscita, una sorta di “resto obsoleto”. Cuba oggi è un buco sulla carta geografica delle ideologie, dove la rappresentazione illusoria fa sopravvivere un regime socialista, mentre sotto la superficie – il “Velo di Maya” avrebbe detto Schopenhauer – la realtà è quella di una anarchia del bisogno e della sopravvivenza, fatta di mercato nero, contrabbando, clientelismo e corruzione.

Cuba è l’emblema di una rivoluzione che ha esaurito la sua carica rivoluzionaria, che ha cessato di essere “energia”, che non è capace né di trasformarsi né di superarsi, che ha perso la forza di mobilitare un immaginario, di smuovere sentimenti, che non ha più quella carica magnetica in grado di avere presa sulla massa dei suoi fedeli: una fede laica e materialistica che ha perso i suoi sacerdoti, che non ha più una voce, come nell’iconica scena iniziale di Habemus papam di Nanni Moretti, dove dopo il grande annuncio il balcone della loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro rimane drammaticamente vuoto.




Immagini: scatti di Enrico Zanetti


[1] V. De Grazia, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, (ed. di rif.) Einaudi, Torino 2006, pp. XXX-534.
[2] H. Arendt, Sulla Rivoluzione, (ed. di rif.) Einaudi, Torino, 2006, p. 3.
[3] San Paolo, Lettera ai Romani, 8-21.
[4] Dal discorso pronunciato dal Comandante in capo Fidel Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri, in chiusura del VII Congresso del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione, della Scienza e dello Sport, effettuata nel Palazzo della Convenzione, il 22 dicembre del 1991.

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