Fin da piccoli impariamo a non abitare il disagio dei nostri sentimenti. Ci viene insegnato a evitarlo, a smorzarlo, a neutralizzarlo, come se ‘sentire’ fosse qualcosa da contenere e non da attraversare. «Smettila di piangere!», «Non pensarci!» erano le frasi preferite dai nostri genitori. I traumi, però, a differenza delle parole, rimangono latenti e riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo: vengono repressi, accumulati e poi esplodono. E questo stesso meccanismo, perpetrato di generazione in generazione, è divenuto lo stesso attraverso cui il mondo esiste ormai da secoli: l’evitamento.
Se vogliamo allargare la lente, possiamo riassumere il tutto in questo modo: il mondo ha cercato troppe volte di andare avanti senza prima guardarsi dentro; non è guarito, non si è evoluto, non è cresciuto. È rimasto fermo, stazionando sempre nello stesso punto; volenteroso di cambiare, ma anche troppo impegnato a sopravvivere per scegliere di farlo.
Ciò a cui stiamo assistendo oggi è un sistema che si regge su un filo teso e delicato. Ogni soffio di vento, ogni conflitto, fa barcollare ciò che si è cercato di costruire nel tempo e, oggi, questo filo è più teso che mai. La struttura è diventata debole, fragile: i valori che tenevano in vita la speranza sono svaniti, le comunità che professavano solidarietà e coesione si sono frammentate in individualismi e convenienze. Si pensi all’Unione Europea, ufficialmente nata nel 1993. I valori fondanti? Libertà, Democrazia e Uguaglianza, e oggi, più di vent’anni dopo, sembra di ripetere solo congetture.
Congetture che, un tempo, non erano solo superflue credenze ma la spina dorsale di un sogno collettivo: vere e proprie condizioni strutturali che sostenevano la libertà e la democrazia, la fine di guerre e ingiustizie. Un sogno che, dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale, sembrava possibile grazie a una cooperazione reale e alla presenza di figure portanti, pronte a tradurre l’empatia umana in azione e in diritto.
Se vogliamo guardare la storia attraverso una lente più strutturalista, secondo la teoria neorealista di Kenneth Waltz (1979) si può osservare che l’assetto internazionale è un sistema anarchico, il quale per sopravvivere ha bisogno di due elementi fondanti: la struttura, ovvero il contenitore – ciò che permette l’esistenza di principi e valori – e le unità, che danno dinamicità ai principi e sono ciò che rendono la struttura viva. Nel sistema mondiale la struttura è data dai singoli Stati e quindi dai governi che, con le loro scelte coerenti, in linea con i valori che professano, divengono colonne portanti della struttura.

Il sistema però, non vive solo di struttura ma anche di ‘unità’: le persone, quelle che votano e quelle che scelgono di non farlo – anziani, adulti, giovani e bambini –. Quelle ‘unità’ siamo noi.
Proprio come gli Stati, fingiamo di essere coerenti ma non lo siamo: cerchiamo la pace ma perpetuiamo il conflitto, non risolvendo i nostri traumi interiori, ciò che davvero ci fa soffrire. Ci distraiamo dicendo di sapere, senza conoscere davvero. Sappiamo tutto, di cosa succede nel nostro Paese o di cosa fanno gli amici in vacanza… Ma non conosciamo nulla. Ed è proprio a causa di questo meccanismo che la struttura, portandosi dietro millenni di traumi mai risolti (conflitti, genocidi e crepe sociali) cerca di ricrearsi, rifiutandosi di conoscere a fondo le proprie radici. Invece di costruire partendo dalle crepe, tiriamo una linea e cambiamo pagina. Cerchiamo di erigere nuove fondamenta, quando prima dovremmo distruggere schemi, blocchi emotivi, pregiudizi. E se siamo noi i primi a non guardare, come possiamo illuderci che governi e Stati, impegnati a preservare la propria sopravvivenza, lo facciano per noi? Il sistema sta crollando, e noi cerchiamo ancora di sostenerlo chiudendo gli occhi; ed è così che ne permettiamo la sopravvivenza.
È vero, un sistema fragile non vuol dire che sia destinato a scomparire, potrebbe essere una fase di buio prima della luce, ma se l’Unione Europea o l’ONU fossero sistemi davvero solidi, non saremmo arrivati a un genocidio che è sulla bocca di tutti ma negli occhi di pochi – i governi gridano, denunciano, sono in disaccordo, ma preferiscono mantenere il filo intatto piuttosto che sentire la disperazione umana –. Ci hanno insegnato a credere nella forza della comunità, a tenere la memoria viva, a non dimenticare… Ma alla fine, stiamo comunque dimenticando. Solo la verità può aiutarci a riscrivere la struttura stessa del sistema, a riscrivere questo mondo; ma per farlo, dobbiamo smettere di gridare e imparare a guardare – dentro di noi e dentro il mondo –. Riscrivere con la Mente, osservare con l’Anima, conoscere con il Cuore.