Nel 1972 usciva in America un saggio del sociologo Stanley Cohen in cui si parlava per la prima volta del concetto di “panico morale”: Folk Devils and Moral Panics, tradotto qualche anno fa in italiano (Demoni popolari e panico morale. Media, devianza e sottoculture giovanili, Mimesis 2019, a cura di Nello Barile). Cohen aveva studiato come i media britannici avevano raccontato gli scontri tra le due sottoculture giovanili degli anni ’60, i Mods e i Rockers e aveva tratto alcune conclusioni che, oggi, appaiono interessanti per comprendere il fenomeno degli Epstein Files.
Analizzando i media, Cohen rilevò che eventi limitati venivano artificiosamente amplificati, allo scopo di costruire un nemico simbolico (i “folk devils”), per indurre l’opinione pubblica a drammatizzare un allarme sociale che, nei fatti, era molto minore di quanto si volesse far credere. Oggi, con la pubblicazione online di informazioni riservate sui cosiddetti Epstein Files, gli scandali che emergono hanno assunto la struttura delle serie tv: dall’ambito strettamente giudiziario, i documenti che saltano fuori a intermittenza e che mantengono vive l’attenzione mediatica e l’indignazione tracimano nel sociale e sembrano una sceneggiatura di Netflix. Il passaggio dall'”emergenza” alla “permanenza” impedisce allo scandalo di esaurirsi, lo riattiva in continuazione, solleticando la curiosità del pubblico. La notizia clamorosa dell’arresto del principe Andrea, fratello del re d’Inghilterrra – pare per illeciti amministrativi, avrebbe trasmesso informazioni ufficiali sensibili a Jeffery Epstein – è l’ultima puntata di quella informazione-a-goccia che usa chi fa trapelare gli innumerevoli documenti (si parla di un corpus di 6 milioni di pagine, tra mail, messaggi, immagini, video) su Epstein e cioè il DOJ (Dipartimento di Giustizia), il Federal Bureau of Investigation (FBI) e l’House Oversight Committee (Camera dei Rappresentanti Usa).

Con gli Epstein Files la politica, i media, la cultura dell’indignazione e il panico morale trovano un sensazionale punto di convergenza: vittime, colpevoli, minacce sociali vengono strumentalizzati per fare leva sull’emotività dell’opinione pubblica. Già negli anni ’90 il caso Bill Clinton e Monica Lewinsky fu una vera e propria telenovela che fece sprofondare il mondo nella dimensione narrativa seriale: un flusso continuo di rivelazioni sull’episodio accaduto alimentò per anni lo sdegno nei confronti della rapacità del potere. Il caso Epstein è uno step ulteriore e introduce un elemento nuovo: la centralità del network di relazioni globali, rivelate come pretesto per una comunicazione reiterata. Invece di restare nell’ambito dei fatti giudiziari, le ricostruzioni che appaiono sui social e sui media si allargano a evidenziare connessioni e frequentazioni.
Escono i nomi di due emblemi della cultura democratica: Noam Chomsky e Woody Allen, giusto per dimostrare che la perversione sessuale – uno dei temi, ma non l’unico, dei Files – è trasversale. La presenza nei documenti di figure rilevanti della politica, dello spettacolo, della finanza mostra il cambio di registro: la notizia non è più solo ciò che accade o che è accaduto, ma soprattutto chi appare invischiato nei loschi affari del finanziere. Accanto a Jeffrey Epstein, il ruolo operativo di Ghislaine Maxwell (una specie di Nicole Minetti o di Gianpaolo Tarantini nell’affaire Berlusconi) rafforza ulteriormente questa logica: lo scandalo contemporaneo deve dilagare nella sfera pubblica, non restare limitato al dossier giudiziario.
L’indignazione diventa uno strumento comunicativo efficace capace di orientare opinioni e comportamenti. La costruzione mediatica dell’incertezza e del pericolo provoca quel “panico morale” studiato da Stanley Cohen, dove i fatti reali vengono gonfiati da narrazioni allarmanti (il cannibalismo, per esempio) che, da un ambito circoscritto, esondano fino a prefigurare una realtà verosimile.

Gli Epstein Files, pur rappresentando un problema per Donald Trump e il suo entourage, sembrano paradossalmente lavorare in profondità a suo vantaggio. È plausibile che fosse stato Steve Bannon, ex-stratega di Trump, ex-direttore del sito di ultradestra “Breibart News”, ad avere l’idea di pubblicarli: un’operazione concepita dal populista come operazione di salvataggio di Trump, usando la tecnica del “flood the zone”, cioè allagare letteralmente i media di notizie, rivelazioni, mezze verità, bugie, fake news, per impedire a chiunque di capirci qualcosa e, in questo modo, “salvare” il presidente dalle sue precise responsabilità.
«L’opposizione non sono i democratici – disse Bannon in una intervista a Michael Lewis del 2018, pubblicata su Bloomberg View – l’opposizione è il sistema dei media. E il modo di gestirli è inondare la zona di merda». Dopo aver resistito a lungo, Trump firma nel novembre 2025 l'”Epstein Files Transparency Act” che impone al Dipartimento di Giustizia di pubblicare tutti i documenti a sua disposizione: inizia da lì lo stillicidio. Nel frattempo il Presidente non perde occasione di spararle grosse e diffondere immagini provocatorie, come il meme sugli Obama-Scimpanzé: si pensa che queste azioni di superficie abbiano lo scopo di distrarre l’opinione pubblica da ciò che gli fa più paura e cioè le relazioni che emergono su di lui dagli Epstein Files. Ma il vero effetto di questa strategia è più sottile e profondo: sono gli Epstein Files la vera arma di distrazione di massa e lo sono a livello mondiale. La loro persistenza nell’informazione quotidiana internazionale contribuisce a manipolare l’opinione pubblica, sempre più scandalizzata dalla violazione dei codici morali e dalla corruzione delle élite. Un flusso che fa sembrare Trump una comparsa capitata nella rete di Epstein per caso, come tutti gli altri coinvolti – lo abbiamo visto con Berlusconi: l’opinione pubblica è sempre disposta a perdonare le debolezze del capo, soprattutto quelle sessuali – perché in realtà lui si propone come il simbolo di una crociata moralizzatrice più estesa e ambiziosa, che parte dai migranti e si allarga alle minoranze di genere, alla pericolosissima cultura woke e agli altri feticci della destra populista. Trump si propone come l’uomo forte capace di contrastare il panico morale direzionando l’obiettivo verso la corruzione delle élite, non solo in Usa, un tema che suscita un senso di rassegnazione di fronte a un pericolo così vasto e ineluttabile.
Gli Epstein Files, quindi, generano un paradosso: sono scandalosi e compromettenti in superficie, ma contribuiscono a consolidare e a rafforzare l’autorità percepita di Trump, impegnato in un programma più grandioso di accentramento dei poteri nelle mani di sé stesso, nuova figura di presidente-monarca. L’opinione pubblica americana e mondiale, incatenata alle rivelazioni inarrestabili e centellinate di mail, documenti e fotografie, è portata a diluire lo scandalo in un quadro morale ampio e globale più che nei “peccati” personali di Trump e soci; le responsabilità giudiziarie del Presidente diventano quindi “trascurabili”, la “merda” di informazioni con la quale Bannon diceva di voler inondare i media sta facendo – letteralmente – il suo sporco lavoro.