Tra le vedute da non negarsi a Berlino, en touriste (sarà chiaro alla fine perché prendo la questione dalla parte della cartolina), tanto per accertare gli equivoci di una città “agglutinante”, c’è il suo Duomo dal corpo granuloso, un po’ annerito, osservato dal fondo della Dorotheenstraße in un pomeriggio senza sole.
Sotto la nervosa pangea di nembostrati, dove la Sprea fa un paio di curve che scontornano la sagoma dell’Isola dei Musei, puoi mettere a fuoco tra le cupole ossidate della cattedrale un affare che siringa impunemente la troposfera: Fernsehturm, la torre televisiva, con le bande bianche e rosse dell’antenna sulla direttrice per Alexanderplatz. Banale inganno prospettico: linee ipotetiche che sovrappongono due figure di una tracotanza teutonica rimessa tranquillamente allo sguardo – anche il più casuale o distratto. Il Duomo fu voluto da Guglielmo II per farne un simbolo della grande Prussia protestante da opporre ai fasti cattolici romani; la Fernsehturm venne eretta in meno di quattro anni, dal 1966 al 1969, per grazia di uomini volenterosi della DDR, gelido feticcio della pretesa supremazia tecnologica della Germania Est. E come i fioretti di dantesca memoria, è intuitivo, pure i feticci si drizzan quando il sole li scalda – le maglie erettili (specie in regime di simbolo) patiscono il freddo. È anche vero che se guardi i simboli quando smettono di sfolgorare ne ricavi informazioni diverse e non meno istruttive – dal “trasporto”, insomma, al “laboratorio”.
La Berlino imperiale, proscenio della potenza Hohenzollern, e la Berlino rotta dal corso inflessibile del Muro, squartata e spartita a ridosso della guerra, condividono una retorica della rivalsa che stranamente funziona con figure e tropi inclusivi. In parte dev’essere merito del sangue ugonotto che scorre nelle famiglie berlinesi da quando Federico Guglielmo I, con l’Editto di Potsdam, accolse in città un nucleo di ventimila calvinisti, esuli dalla Francia del Re Sole dopo la revoca dell’Editto di Nantes. Ma ancora oggi che la Pariser Platz, sotto la porta di Brandeburgo, nel bel mezzo dell’ex settore sovietico, è assediata dalla presenza di uno Starbucks incastonato in un palazzotto di gusto bancario, oggi che l’Editto di Nantes bussa alla memoria piuttosto come il titolo di un romanzo uscito a Parigi nel ‘59 (prima del Muro, quindi) per le Éditions de Minuit, a firma di Pierre Klossowski (libro in cui si frantumava altro genere di muri), ancora oggi quell’incontro di ambizioni difformi agita una laboriosa inquietudine nell’osservatore accidentale.

Cos’è, all’incirca, il Berliner Dom? Un pastiche neobarocco che smuove la perplessità, le guide turistiche che spendono il rigo di prammatica per rilevarne l’ottima acustica? Un arcigno mausoleo di teste coronate, quel centinaio di membri della casa regnante che riposano nel suo ventre lambito dalle placide bave della Sprea? Una cripta, metafora e monito della sparizione, sormontata da una sgraziata iperbole?
Strano: di fronte alla sua cattedrale, si percepisce che a Berlino ripalpita qualcosa di Roma, e fuori dalle filigrane, che soffrono sempre come limite l’ottusità di una trama. In ragione di una displasia, oppure – meglio – di una misura clamorosamente mancata. Berlino ha spazi dilatati, anche sfilacciati, perfino in centro; se fosse Roma, sarebbe la Roma degli anni Venti dell’Ottocento, quella descritta in certe desolate lettere leopardiane, con immensi squarci aperti in cui pare che gli uomini non debbano incontrarsi mai. Un invito (anche) alla dissolutezza dello stare all’aperto (mentre le vie del centro di Roma hanno il carattere risoluto delle laparoscopie). Antiparafrasi del vivere civile, isole di deserti localizzati che galleggiano come le chiazze di grasso nel brodo, certe città, quando vai a sovrapporle sembrano nate insieme da un pantografo isterico, strambo parto gemellare, l’uovo di Leda di ogni maionese impazzita. E tuttavia, per quanto Roma sia un covo affastellato, coi suoi interminabili bollori flogistici e i suoi crateri infetti e le sue patetiche nostalgie dell’effimero, non rilascia quell’impressione di vitalità e schiacciamento delle prospettive – di vicinanza, all’ingrosso – che sorprende il visitatore di Berlino, quando i passi battono il cemento luminoso dell’Unter den Linden, o quando calcano più soffici il reticolo di cortili nel quartiere ebraico, gli Hackesche Höfe. Qui si vede come Berlino sappia spostare i suoi riferimenti, confondere i precursori con gli epigoni, rinfrescare cute e sottocute. Transitando per questi angoli riposti si capisce qualcosa del perché Walter Benjamin, Berliner Kind, celebrando Parigi capitale del XIX secolo, decise di inciderne il cuore col capitolo dei suoi passages. A volte invece la guardi, Berlino, e non vedi altro che il volo suicida di Edmund in Germania anno zero, come se all’improvviso qualcuno avesse sistemato in sovraimpressione una lastra con le macerie del ‘48 (ma non è un abbaglio della memoria cinematografica o il genere di ruga mentale che si chiama citazione: è il sottotesto che affiora).

Berlino città sovrapposta anche perché di volta in volta possiamo «giuntarla» a mo’ di tessera in un’Europa diversa, o riconoscerla controluce, ammesso che capiti la luce giusta. Sotto molti aspetti è una New York piantata in una valle glaciale alla sommità del continente e che accoglie volentieri il palinsesto della New York originale, o viceversa, come nel murale nero e lunatico che occupa il centro – grossomodo – della East Side Gallery. La dialettica è ancora quella delle ambizioni e delle iuncturae (callidae e incallidae, dove il discrimine non è quasi mai l’intenzione di ciò che vedi, ma la tua attenzione/distrazione). Delle trasparenze, in modo che la stratigrafia degli interventi, delle culture modello, del prestito e dell’intarsio reciproco, rimanga soprattutto visibile, retta ostensione.
Al vertice della rivolta contro l’opacità dei simboli e delle strutture c’è naturalmente la cupola del Reichstag, cristallo che si può ascendere, con un ovale lucido che affaccia sul Parlamento: schiarito, risorto dall’incendio come dopo un lavaggio, in cui s’imprime la trasparenza della Legge. Berlino è una città che si consulta bene lungo le cuciture, le linee di tratteggio: non riesco a trovare la Potsdamer Platz… ma… non mi do per vinto finché non riesco a trovare la Potsdamer Platz, la cantilena elegiaca di Wim Wenders (elegia è la voce di chi non sa più come cucire il proprio mondo, di chi ha perso il filo ma non vuole arrendersi). Fosse una narrazione, Berlino sarebbe in linea con certi esperimenti stringenti e perfino punitivi, sarebbe un nouveau roman, un orologio coi meccanismi in evidenza, o un sogno combinatorio in altissima definizione, afflitto da mille contrainte. La topografia invitante, da attraversare saggiando la resistenza dell’idea di moderno, con sottobraccio un romanzo di Michel Butor (magari proprio La modification, che proietta Parigi sul fantasma di Roma) o un Queneau di allucinazione-dislocazione, metti Loin de Rueil.

Ma ecco l’ennesimo indizio di un’efferata vocazione prospettica, la nostra cartolina, tra costume, edificio e artificio cartellonistico da sfregio urbano: in Bebelplatz (già Opemplatz, la Piazza dell’Opera), luogo dell’opulento rogo nazista (libri, maggio del ‘33, ma il sogno di bruciare libri è consustanziale a ogni civiltà del libro, non solo al nazismo), campeggiava qualche anno fa uno stendardo pubblicitario che oscurava per intero la facciata dell’Alte Bibliothek, dove i ragazzi in felpetta iscritti alla Humboldt-Universität vanno a studiare Legge. Dopo Starbucks è la volta di un caffè italiano, Lavazza. Nella gigantografia: ponti romani, a sfumare, immersi in un’aria metallica di alba autunnale o di tramonto desaturato, un tratto di fiume. È un segno che da qualche altra parte arriveresti a detestare: stonato, fastidioso tendaggio (il marketing spudorato che oblitera palazzi fa sbandare la voluttà del flâneur, la deprime). Non qui, dove l’architettura assume una svagata tolleranza, chiama l’abuso, annuisce agli spigoli dell’estraneo. Una coppia di amanti sta ferma in un abbraccio che trasmette non so che languore e aristocratico abbandono: lui la stringe con sollecitudine o comunque con una rapacità trattenuta, lei allenta al suolo un arto nudo e caravaggesco, fra le dita tiene appesa una tazzina vuota, l’oggetto precario di tutta la scena.
L’entry level del Genio, perfino quando si parla di marketing, è il calembour. The real italian espresso experience: lo slogan contiene un bisticcio che aspira all’arguzia, ma è l’immagine stessa che nel contesto di Bebelplatz dà luogo a un bisticcio. I colori dominanti della foto sono il grigio della pietra (cioè la Storia, che di experience ne ha quanta ne vuoi) e gli argenti ipnagogici del Tevere. In primo piano il blu elettrico dell’abito da sera che diresti appena uscito da una festa in casa Kardashian o da una romanza d’amore per teppisti della Dolce Vita. Nello sfondo, confusa tra i pilastri e le lesene corinzie della Kommode, ma pure graziata dal riverbero del Viale dei Tigli in direzione del Lustgarten (con l’Altes Museum e di nuovo il Berliner Dom che grava sul verde cotonato dei giardini), la bolla pacifica/posticcia, appena rosata, di S. Pietro: die Kuppel, der Cuppolone.
In copertina: Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, 1987