23.08.2026

L’anima oltre le sbarre. Come i detenuti si raccontano

Attraverso gli scritti di alcuni detenuti nelle carceri italiane, emerge un resoconto delle condizioni di reclusione e la difficoltà a sperare in una nuova vita

Quel giorno c’era la luna, e, al momento in cui Fabrizio entrava nella sua prigione, stava levandosi maestosa all’orizzonte, sulla destra, al di sopra della catena delle Alpi, in direzione di Treviso. Erano soltanto le otto e mezza di sera, e sull’altro versante dell’orizzonte, a occidente, un fulgido crepuscolo, con tinte rosso-arancio, disegnava perfettamente i contorni del Monviso e delle altre vette delle Alpi che si susseguono da Nizza fino al Moncenisio e Torino; senza pensare oltre alle sue sventure, Fabrizio fu commosso e incantato da quello spettacolo sublime […]. Dopo aver trascorso due ore alla finestra, in contemplazione di quell’orizzonte che parlava alla sua anima […], d’un tratto esclamò: – Ma è questa una prigione? È questo che ho tanto temuto? […] Possibile che sia questa la prigione? Qui s’è a mille leghe sopra le piccinerie e le cattiverie che laggiù ci affliggono!

Stendhal, La Certosa di Parma1

Nell’estate 2017 partecipai alla prima edizione dell’iniziativa torinese LiberAzioni – Festival delle arti dentro e fuori dal carcere, realizzata dalla cooperativa Sapereplurale in collaborazione con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema e altri partner, per promuovere l’interazione tra persone libere e persone detenute nelle carceri italiane attraverso la scrittura, la fotografia e il cinema: facendo parte della giuria libera, o esterna, avrei letto e valutato testimonianze autobiografiche e racconti scritti da detenuti di entrambi i sessi, anche molto giovani, per reati e circostanze sovente diversi tra loro. Poche settimane prima della premiazione, le giurie interne ed esterne si erano riunite una mattina all’interno del carcere Lorusso e Cutugno di Torino – più noto col nome del quartiere in cui è ubicato, Le Vallette – per la lettura dei rispettivi giudizi sui racconti finalisti meritevoli dei premi; io non avevo potuto essere presente, ma avevo inviato le mie valutazioni in tempo utile.

Leggere per la prima volta diversi racconti scritti da detenuti2 sapendo di doverli valutare, mi ha offerto l’occasione non solo di esercitare un’attenzione multiforme, rivolta cioè ai vari aspetti di ciascun testo (linguistico, estetico, psicologico…), ma anche di avvertire in essi la presenza di quell’umanità che mio padre, appuntato scelto dei Carabinieri in pensione, aveva talvolta sperimentato personalmente svolgendo il suo lavoro: «Anche se si sta arrestando qualcuno perché è colpevole, non è bello dover mettergli le manette e portarlo via così, perché è pur sempre una persona, un essere umano come me, come tutti».    

Ad esempio, l’autore di All’ombra del gigante esprime la sua solitudine quasi personificando il muro che sta davanti alla sua finestra: «Metri di cemento che niente e nessuno possono spaventare, quel muro che vuole nascondermi dal resto del mondo, un muro che non lascia passare nemmeno un minuscolo raggio di sole, come se anche per i raggi avesse lo scopo di impedire il contatto con qualcuno», ma quando davanti a esso compaiono regolarmente tre piccoli gatti ai quali l’autore dà del cibo attraverso le sbarre, «diventa una cosa inutile, perde tutto il suo potere, e la sua enorme ombra non è poi così minacciosa».

Anche l’autore di Pappagallo, come suggerisce il titolo, riesce a ritrovare una relativa quiete interiore grazie all’interazione con gli animali: le cocorite che la direzione del carcere, eccezionalmente, gli concede di allevare.   

L’autore di Crepuscolo, racconto vincitore del primo premio, descrive invece con uno stile fortemente chiaroscurale, quasi caravaggesco o ispirato alle atmosfere cupe di Gotham City (citata opportunamente da lui stesso), «l’inferno della casa circondariale Le Vallette», un «mondo parallelo» che «dovrebbe essere premiato con la medaglia della miseria, dove pure le tettoie dell’ [ora d’] aria hanno scelto di disertare, con l’aiuto del vento e della pioggia», «una istituzione contro i diritti umani che si maschera nell’umiliazione del detenuto».

Nel racconto intitolato Pizza fritta il protagonista, desideroso di vendicare i genitori assassinati, ci ripensa e desiste attingendo all’affetto, quello di un caro amico per sé ed il proprio nei confronti della sorella minore: «Forse vale la pena di vivere in modo diverso. Forse la vendetta gli avrebbe potuto togliere quell’umanità che nemmeno il carcere era riuscito a rubargli».

Nel caso del ventitreenne autore di Uomini violenti con le donne, invece, il legame con la famiglia sembra irreparabilmente danneggiato:

«Dopo la tragedia della mia famiglia ho paura di perdere anche mia sorella, perché non mi rimane più nessuno; mio papà è in galera perché è proprio lui che ha ucciso mia madre […] In questi ultimi mesi, l’esperienza di stare in carcere mi sta avvicinando alla storia di mio padre che è in carcere da tanto tempo. Io l’ho perdonato, anche se non lo capisco, ma lui non mi vuole come figlio, ancora è arrabbiato con la donna che ha ucciso e non accetta che io esista. Tra lui e me è una guerra di sentimenti, la rabbia ci acceca tutti e due, e non troviamo unione. In fondo potremmo incontrarci mentre siamo in carcere tutti e due, ma l’idea scatena pensieri brutti, e poi lui nemmeno vuole saperne di me. Io odio gli uomini violenti con le donne». 

Anche nel racconto Viva la libertà, scritto da un giovane immigrato clandestino nato in Costa d’Avorio, ricorre la separazione: quella geografica, tra l’Africa di partenza e l’Italia – la Sicilia – d’arrivo, fra le quali l’unico trait d’union è rappresentato dai libici che trasportano illegalmente i migranti; quella linguistica, in tribunale, tra le autorità che lo interrogano in italiano e l’imputato, che non conoscendo «nemmeno una parola di italiano» non comprende nulla di quanto lo riguarda ed è assistito da un interprete in francese (una scena che rammenta quella del noto film Amistad di Steven Spielberg, che ci ricorda che il traffico di esseri umani non è mai scomparso, ma ha assunto nuove modalità e nuovi nomi); e poi la separazione etnico-nazionale tra i detenuti stessi: «vivevamo divisi per etnie: gli italiani stavano con gli italiani, gli egiziani stavano con gli egiziani, e se un italiano aveva avuto un problema con un ragazzo di colore, allora tutti gli italiani guardavano male i ragazzi di colore».

Probabilmente anche per ragioni etnico-culturali (presso alcuni popoli dell’Africa, al contrario di quanto accade nei Paesi occidentali, il guardarsi reciprocamente negli occhi non denota onestà e lealtà, bensì insolenza e scarso rispetto), l’esperienza dell’osservare gli stranieri e, soprattutto, di essere osservato dagli altri in quanto straniero, in questo racconto ricorre con più frequenza ed incisività che negli altri: nella sua prima udienza in tribunale «tutti gli occhi erano puntati su di me»; il primo giorno in carcere «gli altri detenuti, soprattutto italiani e egiziani, mi fissavano in modo fastidioso, che mi faceva sentire a disagio, come se già non era abbastanza l’idea di dover vivere in prigione».

Proprio dalla Sicilia e dall’Italia del sud erano giunti al concorso moltissimi racconti, alcuni dei quali – a mio parere – tra i migliori dal punto di vista letterario. Tra i temi principali, ricorrenti furono la sincera coscienza degli errori commessi, l’intenzione di abbandonare la vita disonesta e, talvolta, la situazione di degrado civile in cui versavano le rispettive città di origine o di provenienza. A tal proposito, mentre ormai da decenni alcune personalità politiche, o candidate tali, ripetono frasi-slogan come «L’Italia non si risolleverà dai suoi problemi se non si risolleverà il Sud», ci si continua a chiedere se e quando si vedranno le conseguenze concrete di queste affermazioni.

L’autore di Finalmente cambio vita, ad esempio, accenna all’ambiente urbano e umano dal quale proviene: il rione soprannominato «’O Tunnel», costituito di «nove torri alte circa 38 metri, 11 piani ognuna e 44 famiglie», ovvero «uno dei tanti quartieri di Napoli costruito negli anni ’80 e poi abbandonato al suo destino». Nel racconto, rievoca la sua ingenuità di ragazzino coinvolto nello spaccio di sostanze stupefacenti e nella rapina che gli causerà l’arresto. Del suo rapporto con i suoi complici egli ricorda: «All’epoca avevo 13 anni e frequentavo un gruppo di ragazzi più grandi di me, accomunati tutti dalla stessa caratteristica: la paura. Se li guardavi da lontano, di sfuggita, non te ne accorgevi, anzi sembravano tutti spavaldi e forti, ma se li osservavi più attentamente, nei loro occhi traspariva un grande e spiazzante senso di paura».

Il giovane siciliano autore di Un giorno come tanti altri sintetizza ciò che ha imparato dalla propria esperienza negativa in una frase importante per chiunque: «Le scelte, se prese con uno sguardo al futuro, possono fare una gran differenza e cambiare destini che sembrerebbero decisi da tempo, immutabili».

Infine, l’autore ventenne di Volevo diventare grande. Ora voglio guadagnarmi la giovinezza, di Napoli, si esprime così:

«Ci sono diversi modi di sentirsi prigionieri. Il primo stato che si associa a questa parola è quello della limitazione fisica, che seppure pesante da sostenere è anche la più banale tra le prigionie. Un altro stato di prigioniero è quello mentale, poiché si può essere liberi corporeamente, ma sentirsi totalmente in prigione. Le cause più frequenti sono la mancata libertà di espressione, la non appartenenza a un luogo o a un contesto, la consapevolezza della propria impotenza dinnanzi a un fatto che può durare attimi o che può, invece, prolungarsi nel corso del tempo. Questi due stati del sentirsi prigioniero che ho descritto sono proprio quelli che mi appartengono in questo momento. Però io non è che mi sento tale perché mi trovo in una galera. Io mi sento tale perché non posso distaccarmi da certe usanze, da certi atteggiamenti che spesso riconducono alla violenza di cui sono veramente stanco. Il mio desiderio di libertà è dettato anche da questo disagio di non poter mostrare le proprie debolezze poiché qualcuno le userebbe per affermare la propria forza. L’ho definita la giungla monarchica. […] Il vero problema è che ci sono due categorie di individui: quelli consapevoli delle proprie capacità, e quelli che le sopravvalutano, volendo rivestire ruoli al di fuori delle proprie forze […]. (Ma) anche chi vince la lotta non sarà mai un Re, perché ci sarà sempre qualcun altro che si sentirà tale, facendo quindi svolgere questa battaglia all’infinito».

La conclusione del racconto, infine, riallacciandosi a questa metafora, è molto incisiva: quasi come il “finale aperto”, suggestivo e inquietante, del film Il miglio verde (Frank Darabont, 1999), basato proprio sulla disumanizzazione indotta da un modello inadeguato di prigione, fa pensare a un’inquadratura cinematografica che si eleva a volo d’uccello dalla cella al cortile del carcere, e poi da questo alla folla nella città, risultando drammaticamente adatta a descrivere determinati rapporti di forza o di classe sociale purtroppo presenti, in forme meno evidenti ma non meno reali, anche nella cosiddetta «società civile»:

«Questa non è una denuncia, ma solo una riflessione, poiché le denunce si fanno quando si crede di poter cambiare una situazione. Io, invece, sono ben consapevole che tutto questo durerà nel tempo, poiché, alla fine, tutti noi ogni giorno viviamo in una giungla monarchica».

  1. Stendhal, La Certosa di Parma, cap. XVIII, traduzione italiana di Gianni Celati, Roma, Feltrinelli, 1993. ↩︎
  2. Le citazioni dai racconti che seguiranno sono quasi sempre letterali: eventuali scorrettezze linguistiche, ortografiche o grammaticali, trascrizioni errate di nomi stranieri, ecc., sono da attribuire agli autori (N.d.A.). ↩︎





In copertina: Banksy, Create Escape, 2021

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