Scriveva Jurij M. Lotman in Tipologia della cultura: «La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi»[1]. Per non incorrere in una facile lettura di Anime farfuglianti nella notte. Mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte (Palingenia) – derivata questa dal piacere di pattinare sulla superficie scivolosa dell’ironia e del sarcasmo dello scrittore, e che indicherebbe questo ultimo e notevolissimo libro di Francesco Permunian solo come una lucida e divertita satira dei vizi (tanti) e delle virtù (poche) del mondo editoriale cittadino e di quello provinciale italiani –, e per restituire a questo testo lo spessore di un’amara riflessione sul potere distruttivo del tempo, con il suo corollario di tecniche per fissare la memoria (collettiva o privata) regolarmente sabotate dalla potenza incalzante dell’oblio e di dispositivi di smascheramento delle ipocrisie e miserie umane, basterebbe leggere gli ultimi pensieri di Vilfredo Vanelli, erede di una prestigiosa e decaduta famiglia di fotografi e uno dei due personaggi narratori principali del libro (assieme a Romolo Maria Podrecca):
«Ed io ho la vaga sensazione di udire, in lontananza, le note di una fanfara. Suoni e voci di persone che stanno per venire a farmi visita camminando nel crepuscolo senza far troppo rumore. (…) Le voci, sempre più stridule man mano che si avvicinano, appartengono a individui che si esprimono farfugliando nel mio dialetto lombardo veneto, sia pur storpiato e distorto in maniera fanfaronesca. (…) Mi coglie allora il sospetto di avere a che fare con quella schiera di persone ritratte a suo tempo da mio nonno Vilfredo. E poi da mio padre e dallo zio Paolino, tutta gente ormai morta e sepolta da anni; tutte crisalidi di carta o di pellicola che stanno ora arrivando davanti alla mia porta. (…) E sempre al suono della medesima fanfara che li aveva accompagnati al loro arrivo, a quel punto tutti quei visitatori notturni hanno fatto ritorno nelle tenebre da cui erano sbucati, subito inghiottiti e travolti da uno stesso destino di cenere e oblio»[2].
Un mondo di ombre (ri)evocate, di persone morte o inutili cancellate dal tempo, che fa in ultima analisi di questo libro anche un viaggio ctonio alla luce, apparente, del sole, rivelando fuor di metafora dietro lo splendore dell’arte (che sia quella letteraria o quella fotografica) tutta l’oscurità della dissoluzione della realtà.

Ma andiamo con ordine. Il libro si compone di un dittico: venticinque microstorie nella prima parte, incentrata sulle alterne e scoppiettanti vicende del mondo editoriale italiano, venticinque microstorie nella seconda parte, quella incentrata sull’archivio del rinomato studio fotografico gardesano dei fratelli Vanelli. Le due ante, entrambe di finzione, si chiarificano a vicenda, e non è possibile disgiungerle senza infrangere la specularità che le caratterizza. Così risulta chiaro che le citazioni in esergo e il testo in incipit scritto A mo’ di preambolo servono a chiarificare due elementi essenziali per la comprensione del libro nel complesso: che si tratta di un libro di e sui fallimenti, il primo dei quali è la scrittura stessa – e dunque anche il libro che stiamo leggendo è solamente un fallimento/sconfitta riuscito/a meglio (Beckett, Celati); che la «fauna umana» dei «morti di fama» di cui parla il preambolo, ossia di quella «multiforme compagine di professionisti operanti a vario titolo nel campo dell’editoria» più o meno falliti (sia che si tratti di editori, direttori editoriali, editor, redattori, scrittori), non si è affatto ravveduta con la vicinanza della morte, ma anzi rincorre quell’umana gloria, cioè il desiderio di lasciare nel mondo una traccia indelebile, che caratterizza anche i personaggi provinciali della seconda parte. Infatti, se è vero che nella prima parte vengono raccontate con sadica dovizia e insieme con fanciullesca ingenuità, degne del migliore De Sade, le testimonianze dei fallimenti letterari e umani ruotanti attorno a una fantomatica casa editrice chiamata Bellas Letras (primo dei nomi parlanti), nella seconda parte i personaggi testimoniano il loro tentativo passato di rimanere nella memoria locale in vario modo attraverso le fotografie del fu Studio Vanelli (altro nome parlante), cioè di immortalare il loro fallimento umano nell’arte fotografica. I due poli, l’uno cittadino (Milano, sede della casa editrice), l’altro provinciale (Gardone Riviera, sede dello Studio), fungono quindi da centri di attrazione da cui si irraggiano le vicende della moltitudine di anime farfuglianti le proprie storie; anzi, più che di un’irradiazione si tratta di una crescita rizomatica, labirintica, delle storie narrate in prima persona o più spesso dai narratori principali di cui si diceva. In questo senso, questo libro mette in scena la prima delle sue componenti metaletterarie: si tratta a tutti gli effetti di un textus, in quanto i fili delle diverse vicende vengono intrecciati, si toccano tra loro, si immergono e riemergono in seguito e più volte, si richiamano a distanza, creando infine il disegno invisibile della vanità del tutto: il re è nudo, ce lo dice lo scrittore.
Il narratore principale della prima parte è quasi sempre il già citato Romolo Maria Podrecca, il quale, essendo fallito come scrittore, è diventato però un editor di successo nel panorama delle patrie lettere, avendo prima lavorato alla Mondadori e poi nella fantomatica Bellas Letras, con sede a Lugano e due filiali, una a Milano e una a Roma: si tratta di una casa editrice che pubblica i libri più svariati (anche a pagamento), perché, afferma Podrecca, «oggi a nessuno (e sottolineo, a nessuno!) si nega la pubblicazione di qualsivoglia fesseria alimentando così quel fatale processo di carnevalizzazione della letteratura italiana in corso da anni in cui tutti si atteggiano e travestono da scrittori». Alla testa di Bellas Letras c’è un’amazzone di origine venezuelana, Mariana Quintero Hoffman (sì, lo stesso cognome del personaggio di Bolaño), «la gran capessa» della casa editrice, arrivata ai vertici perché è diventata l’amante del proprietario omosessuale Leonides Del Castro, per via dell’utilizzo provvidenziale di uno sgabello in legno massiccio. Un po’ dalla voce di Podrecca, un po’ dalla loro propria, emergono e si incastrano a vicenda le vite e i miracoli di scrittori o aspiranti tali: per esempio quella di Emerenziano Furegòn, redattore della casa editrice, che come sport principale pratica quello di plagiare i manoscritti che gli arrivano, e che poi per via di una palpatina al culo di Quintero verrà licenziato, per finire infine i suoi giorni in un ospizio-colombaia con altre ex glorie delle italiche lettere; o quella di Liborio Godofredo Buendia, cornuto a cui Quintero suggerisce di pubblicare un libro hard tratto dalle registrazioni degli adescamenti della moglie, giusto perché l’editoria non è affare per signorine (il libro uscirà con un titolo adatto); o quella di Rosaura Pompilia Ordones, paladina del matriarcato, che nel suo Rasoio di Artemide incita a evirare il bambino maschio al primo vagito e di dedicarsi piuttosto alla zoofilia.
Tutti prima o poi approdano alle Bellas Letras, cercando di varcare «le porte del pantheon letterario» nostrano: dai partecipanti a gruppi come il “Gruppo di Lettura & Scrittura” diretto da Assuntina Maria Capodistria (che proporrà alla casa editrice le sue poesie), del quale è segretario Vilfredo Vanelli, il traduttore dal polacco che, tra una ricerca e l’altra del Messia di Bruno Schulz, si è rassegnato per sopravvivere a procacciare a Bellas Letras letterati a pagamento dalle fila del gruppo stesso; a un radiocronista sportivo, Eldorado Fortunelli, che non a caso fa un gran successo con il suo libro Vizi privati e pubbliche virtù di un poligrafo italiano; da un dentista di Catania, Eliseo Ardente, apostolo della lettura, a un dentista-dantista di Macao, Horatio Pinto Braganza, intenzionato a tradurre la Divina Commedia in portoghese; da Blanco Aquilino Torrente, anziano galiziano, lettore e traduttore di scrittori venezuelani, a un teologo apologetico, Hilario Hurtado De Mendoza, che propone una summa Teologica, e alla sorella Hermelinda, che propone un commento a Ildegarda di Bingen – tutti con sogni letterari più o meno fallimentari (ci sarebbe una sezione da dedicare solo ai nomi parlanti dei personaggi…). Come sono velati i riferimenti all’editoria italiana, alle recenti correnti artistiche, nonché alle sue pratiche – anche se nel gioco linguistico del libro tutto diventa altro (per esempio il termine “Cannibale” viene affibbiato a Furegòn e alle sue ruberie letterarie) –, più diretti invece sono i riferimenti a situazioni scottanti come il MeToo e il femminismo, la religione e le sue pratiche superstiziose (esilarante la vicenda raccontata ne Gli anelli di Saturno), il sesso e le pratiche di potere annesse, la vanagloria, il desiderio di immortalità artistica.

Il personaggio chiave della prima sezione, che in un certo senso fa da ponte con la seconda, è il venezuelano Agostino Getulio Vargas, che infligge al Podrecca interminabili telefonate notturne nelle quali gli racconta delle voci che sente durante la notte, motivo per cui è intenzionato a scrivere una imponente «veglia notturna» dal titolo, guarda caso, di Almas balbuceantes en la noche, della quale però riesce a scrivere solo le due paginette del prologo; Vargas vive a Caracas, nel quartiere periferico di El Cementerio, così chiamato per la presenza del Cementerio General del Sur: è a quelle tombe che guarda «per immaginare i volti e le gesta di un intero popolo apparentemente silenzioso, quello dei defunti, una sterminata armata di anime relegate nell’ombra che si ostinano a combattere contro l’oblio, il loro nemico mortale. E che proprio per tale ragione, farfugliavano e imprecavano nelle tenebre chiedendo a gran voce di essere ascoltate»[3]. Si mette in moto a questo punto un movimento prospettico, perché la coincidenza del titolo con il libro che il lettore ha in mano gli fa comprendere che la natura della narrazione di Vargas equivale a quella di Podrecca, e ancor più a quella di Permunian, autore del libro omonimo: il lettore, quindi, si trova di fronte a un perfetto mise en abyme, dove anche “lo scrittore Francesco Permunian”, con la sua opera, entra di diritto come personaggio del suo stesso libro.
A questo punto giova ricordare, ed è funzionale proprio alla comprensione del clima della seconda parte del libro, che lo scrittore, cresciuto nel polesano, vive in un altro luogo acquatico, a Desenzano del Garda, e specialmente non distante né da Gardone Riviera né da Salò, nei quali è appunto ambientata la seconda parte. I luoghi non sono mai neutri, e Permunian lo sa bene: i fatti storici e le narrazioni che ne seguono li contaminano in maniera definitiva. Aleggia, nei tratti crudeli e insieme naif delle vicende raccontate, il lezzo della Repubblica Sociale Italiana, con la stessa paradossalità desadiana svelata da Pier Paolo Pasolini nel suo Salò o le 120 giornate di Sodoma, e insieme l’ombra, questa invece più volte citata nel libro mediante alcuni episodi, di Gabriele D’Annunzio, il cui Vittoriale si trova a Gardone Riviera. Aleggia, insomma, nell’ambiente provinciale e ipocrita che caratterizza la seconda parte, la stessa Italietta catto-fascista-superomista dove l’apparenza contava più della sostanza – anche perché la sostanza era putrida. Vizi e virtù della «fauna umana» di questa sezione sono speculari a quelli dei letterati della prima parte del libro, ma l’effetto-provincia abbassa le aspirazioni, riducendo la sirena dell’immortalità artistica a quella minore della memoria collettiva e individuale, mutuate queste dalla fotografia, e specialmente manca quella corsa al potere che caratterizza il mondo letterario, mentre subentra a tratti qualche barlume di sentimento.
Così come Podrecca evoca i vari morti di fama che aveva incontrato, allo stesso modo Vilfredo Vanelli evoca le persone che erano state fotografate nella quasi secolare attività dello Studio Vanelli, e lo fa proprio mettendo mano, sotto gli occhi di chi via via legge, all’archivio dello studio fotografico, dopo che questo è fallito e che i due gestori, il padre Pietro e lo zio Paolino. I quali, in questo labirinto di fatti e personaggi, una sera sono morti annegati nell’Adige dopo che la loro auto vi è scivolata dentro al termine di una serata conviviale con la “Società degli Amici della Pearà” di Verona. Vale la pena soffermarsi qui e fare un piccolo esempio dello stile scoppiettante messo in moto da Permunian. All’ormai orfano Vanelli non resta che ereditare l’immobile dello Studio ormai chiuso e l’archivio di famiglia, «composto in gran parte dalle immagini dei comuni abitanti del luogo»[4], anche se egli ne ha un’idea ormai messa a fuoco:
«Più ci penso, e più mi convinco di avere a che fare con una folla di larve umane impresse su migliaia di rullini fotografici. Con un immane confuso brulichio di ombre che mio padre e mio zio fotografarono nel corso della loro pluriennale attività sul Lago di Garda»[5].

Si alternano così momenti di narrazione nel presente, per le vicende che riguardano Vilfrido, a momenti inscritti in un passato, di cui egli è stato testimone o che erano precedenti alla sua nascita. Ecco quindi apparire le ombre di chi, come Aristide Servantis, volle farsi immortalare con la sua protesi dentaria nuova, o di chi, come la meretrice Mafalda Del Verzier arrivò chiedendo non solo un ritratto da vecchia per la sua tomba, ma anche che i Vanelli realizzassero un album con le fotografie di tutti i suoi amanti da mettere nella bara. Lo zio Paolino si rivela essere stato l’artista degli scoop, come quella volta al circo che fotografò il cadavere ancora caldo di un’acrobata caduta dalla corda o col teleobiettivo la celeberrima cantante lirica in ritiro sul Garda. È tuttavia in un episodio specifico, quello di Giuseppino Aloisio Bertarelli, ammalato di Alzheimer, che diventa patente la funzione mnemonica della fotografia: al malato i famigliari, oltre a un cicalino, avevano attaccato a un braccio una fototessera, con nome, realizzata dai Vanelli. Tra le fotografie storiche, invece, oltre a un’adunata dopolavorista fascista dove il padre conobbe la sua futura sposa, notevoli sono quelle realizzate dal nonno dell’epoca d’oro di Gardone Riviera, che emergono in un documentario televisivo alle spalle di uno anziano e sdentato Gabriele D’Annunzio, il quale si dimostra tutto intento a procurarsi profumi ed essenze per celare il suo lezzo cadaverico – ovviamente fallendo. Questo continuo flusso di citazioni che si incistano nel testo e attraversano in particolare la seconda sezione – in parte storiche, in parte letterarie, in parte d’invenzione –, finisce per creare svariati dubbi al lettore, ma soprattutto ribalta costantemente i piani, facendo diventare la finzione realtà e la realtà finzione. Le vicende umane esistenziali più fragorose rimangono quelle del povero Vilfredo (in primis la storia del cugino trans, che occupa uno spazio piuttosto ampio, e delle credenze magiche della zia Carmela), e sono lo strumento affilato che Permunian utilizza per fustigare l’ipocrisia della società e delle sue istituzioni, prima fra tutte la chiesa cattolica.
Tutti gli eventi sono agiti da una necessità interna, che lo scrittore, saltando dalla lettera alla retorica, squaderna linguisticamente con la più ingenua faccia tosta (e che dire poi della ricchezza lessicale?). In occasione del funerale del padre, Vilfredo riceve dall’amante della madre, dal quale essa era da tempo fuggita, un invito a mangiare un piatto di trippe in umido in una bettola di campagna, al che il nostro ha un’intuizione che riguarda il suo sospetto che il padre e lo zio si siano suicidati:
«Mentre il compagno di mia madre insisteva nel ripropormi una cena a base di trippe in umido (un invito semplicemente scandaloso dietro al feretro di due annegati), ricordo che nell’udire di nuovo quell’odiosa e stomachevole parola – trippe in umido! – mi è apparso finalmente chiaro e lampante che sia mio padre che mio zio quella orribile morte per annegamento se l’erano cercata di proposito in quanto entrambi ugualmente stanchi e nauseati delle loro stomachevoli vite»[6].
Altre volte le coincidenze degli accadimenti sono perfette al millimetro: ne è un esempio la vicenda che ruota attorno alla accoltellatrice solitaria, che prima incontra in treno Vilfredo, terrorizzandolo, poi alla stazione di Brescia ammazza Valentiniano Della Puppa, a capo di un fantomatico Circolo della Fratellanza Cristiana, che come ogni sera andava a prostitute, il quale Valentiniano aveva assoldato un poveraccio per imbrattare di scritte omofobe lo Studio Vanelli a causa del cugino Filippo – e via dicendo.
Il colpo di scena finale, forse, è l’unico elemento che scardina l’ingranaggio mnemonico ed evenemenziale, e risulta anche l’unico plausibile… ma è tempo di leggere il libro.
[1] Jurij M. Lotman e Boris A. Uspenskij, Tipologia della cultura, Bompiani, Milano, 1975, p. 31.
[2] F. Permunian, cit., pp. 270-271.
[3] F. Permunian, cit., p. 60.
[4] F. Permunian, cit., p. 156.
[5] F. Permunian, cit. p. 153.
[6] F. Permunian, cit. pp. 185-186.
In copertina: Angelo Palazzini, Uniti nella diversità, 2023, dettaglio