15.02.2026

Vendo tiroide causa doppio regalo. Ovvero del prendere Alessandro Gori (molto) sul serio

Tra il comico e il tragico, il nuovo romanzo dell’autore si muove in un territorio di virtualità possibili

Per chi fa il mio mestiere, la tentazione di decostruire l’opera letteraria di Alessandro Gori diviene simile a quella dell’anatomo-patologo che, in un romanzo tardo-ottocentesco o in Re-animator di Stuart Gordon, gode nel violentare l’unitarietà di un corpo attraverso strumenti più o meno raffinati e/o affilati. Fuor di similitudine, li vedo e mi convocano, come sirene maliziose, i meccanismi, che il Gori olia come il più svizzero degli orologiai; riconosco le parodie e le tropologie, le isotopie, i coscienziosi salti di registro, le calibrate schizofrenie enunciative, la stesura per figure e immagini (tanto che la letteratura di Gori, notoriamente cinefilo, sembra costituire una sorta di cinema scritto), le eleganti transizioni dalla densità semantica alla superficialità dell’associazione squisitamente fonetica, dal gusto per il calembour adulto a quello per le consonanze infantili; e ancora colgo il ricorso al comico che dalla sua dimensione più immediatamente formulaica (quei dispositivi che alcuni oggi chiamano “punchline”, “callback” e così via) viene nobilitato da sintassi meno pavlonianamente connotate.
Rimane l’impressione però che per Vendo tiroide causa doppio regalo (nottetempo) procedere così sia un approccio un po’ troppo scolastico, ingenuo, forse ingiusto. In qualche modo significherebbe negare all’Autore, e al suo operato, quella “crescita” (o forse, essendo il libro una sorta, anche, di memoir dell’infanzia perduta, quella “fase dello sviluppo”) che in quest’ultima fatica rappresenta la vera chiave di volta – non in termini scrittorî, beninteso, questi rimanendo il top di gamma qui come nei sette scritti precedenti. E in quali termini, allora, se ci è concesso?

Dire di Gori quel che di Gori mi appare, dopo le doverose e condivisibili considerazioni di Claudio Giunta, trasparente fino all’offesa – che sia, per onere di disambiguazione, la miglior penna comica italiana nel panorama contemporaneo – mi sembrerebbe niente più che un pigro allineamento. Primo: lo ha detto, e bene, Giunta. Secondo: lo diranno, eccome, quando questo volume che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima sarà uscito, molti altri, fra autori, critici e tesisti di laurea (triennale et magistrale). Del Gori, cogliendo l’invito che Vendo tiroide causa doppio regalo generosamente ci offre, mi interessa quindi oggi sottolineare come il cinismo – lui non lo ammetterebbe, perché è un timido, quindi lo faccio io – sia un mezzo, più che un fine, nella migliore tradizione sloterdijkiana. Mi interessa cioè operare uno scarto, realmente straniante (non è forse lo straniamento, ci diranno gli esegeti più signorili, un effetto tipico o topico che promana dai bizantinismi della sua scrittura?). Mi interessa, senza alcuna cripticità, iniziare a chiarire che forse trattare quella di Gori come opera comica sia riduttivo, e proporne invece una lettura etica, così induttivamente riconoscendo nell’Autore un intellettuale in senso pieno, che nell’umorismo individua la sua dimensione da joker, un po’ à la Starobinski.

alessandro gori

Questo, di Vendo tiroide causa doppio regalo, mi sembra lo specifico. Ovvero che il libro, mettendo assieme una munifica congerie di racconti brevi con un canzoniere di poesie altrettanto nutrito, non è – per intenderci – un volumetto di trovatine, barzellette, cazzat(i)elle o rutto libero. Al contrario assume le vesti di un almanacco di pregnante, commovente umanità, imperniato su un Leitmotiv che condensa la semiotica dell’opera omnia dell’Autore, questa volta però denudando il re. Ne trasuda un’estetica in cui si incista un’etica, raffinatissima, del caos indeterministico, del vuoto ineffabile con cui Gori scende a patti, non senza cordoglio. L’esito che se ne trae si conforma allo stesso tempo come saggio e lascito, al di là di ogni mediocre tentativo di rilevarne con la lente d’ingrandimento gli autobiografismi, le sacche in cui il verosimile si fa vero.

Quella di Gori è, più che comicità, un’epistemologia. Negli spazi proteiformi che promanano dalla sua immaginazione, liberi eppure saldamente ancorati a un vissuto (che spesso è un vissuto interiore, potenziale), l’Autore codifica una sorta di territorio di virtualità possibili, un Lete tutt’altro che inconsistente, accompagnandoci al guado. E, di nuovo, mi occorre qui di procedere con una certa cautela. Perché se da un lato, e con un certo masochismo, scelgo di non indulgere nello schematismo di un’analisi, per così dire, strutturale, che la scrittura di Gori invece maliziosamente mi inviterebbe a compiere, dall’altro e, similmente, devo impormi di evitare ogni lettura psicoanalitica, che pur plasticamente vi si attaglierebbe, giacché l’Autore – questa volta più di prima – fa emergere ciò che altrimenti starebbe nelle pieghe del testo. Sarebbe quasi irrispettoso: Vendo tiroide causa doppio regalo non è un libro di banale umor nero, à la page, per occultare malamente questa o quella fisima liceale. È invece un testo sepolcrale, che la morte lambisce senza mai toccarla, conscio della inconoscibilità ultima della stessa. Scrittura asintotica in piena regola, protesa all’infinito attimo del nulla che ci avvolge, e che per Gori – uno dei dati commoventi – è un fatto che prima del sé riguarda l’alterità. È la morte dei cari il vero dramma, che percola tetramente attraverso la manica di alter ego cafoni popolanti la sua scrittura, marionette al soldo di un camouflage inefficace, urlo ctonio e disperato per tentare di soffocare con simulata stolidità l’angoscia della finitudine di coloro a cui vogliamo bene. Questo, ci dice Gori fingendo di dirci il contrario, conta più di ogni gioco da tavolo conservato con patologica maniacalità.
Basti pensare a Pierre, vero baricentro emotivo del volume, figura infantile esposta a una violenza ontologica che travalica l’iperbole grottesca, consegnandosi al fattore mutageno dell’allegoria goriana: il corpo che cede grandguignolescamente, vessato da ogni piaga possibile, è ricettacolo della realtà stessa che si sfibra, collassa, eccede i propri limiti di rappresentabilità. E la comicità non salva, non sublima, non protegge; tuttalpiù registra, con la mano salda di Gori, il traghettamento nell’irraccontabile, attraverso la proverbiale risata che ci seppellirà (detto che non a caso si associa, con filologia claudicante ma ironica, all’anarchismo di Bakunin).

alessandro gori

Ecco che così fioccano elementi di inusitata originalità, anche nell’ambito della cosiddetta bizarro fiction, che è un po’ la zona d’interesse non solo letteraria, bensì esistenziale di Gori (ponendosi nell’ideale crocevia fra, chessò, Heinrich Böll e Thomas Ligotti): il discorso stesso della piega, che con gusto per la “sprezzatura” l’Autore, anziché sottoporre al ferro da stiro dell’autocensura, esalta, è la cifra con cui il libro pagina per pagina si articola. L’antologia dunque è l’unica forma possibile dell’ontologia, assume le vesti di un concept album, costruito su un’intelaiatura di consapevole accettazione, che squaderna ogni luogo comune sul tristo mietitore, dal melisma cantautorale alla simulacrale disillusione del medio stand-up comedian contemporaneo. Così testi apparentemente eterogenei – dalle stoccate nonsensical delle 20 curiosità su Aldo Moro allo spleen iperoggettuale di Fantasia di Caffè, fino alle perle opalescenti del Canzoniere del danno catastrofale – smettono di funzionare come esercizi di stile sull’impianto di Raymond Queneau, e iniziano a vibrare per risonanza interna, come variazioni su un medesimo trauma di fondo.

Nulla sembra sfuggire allo sguardo decostruzionista dell’Intellettuale Gori, che attraverso Vendo tiroide causa doppio regalo sancisce uno specifico programma filosofico, ordinatamente esposto attraverso una pirotecnia immaginifica e lessicografica. E quale sarebbe? Una visione del mondo di fatto improntata a una inesauribile frugalità – e fragilità – fanciullina, inchiodata in un erubescente stadio puberale (del non essere più e allo stesso tempo non essere ancora), ma con la consapevolezza della persona adulta, che con l’orrida verità del tempo deve averci a che fare. Tornando allora alla perifrasi iniziale, viene da chiedersi se davvero l’opera di Alessandro Gori si presti alla violenza analitica dell’anatomo-patologo. Forse sì, ma a una condizione: accettare che, una volta inciso il corpo del testo, ciò che si offre allo sguardo non è un sistema ordinato di organi e funzioni, bensì una materia pulsante, refrattaria, che continua ostinatamente a rantolare anche sotto la lama. Non si tratti allora, per favore, il capodopera di Gori, come farebbe l’artificiere con un ordigno. Vendo tiroide causa doppio regalo non è un congegno pronto a esplodere, bensì una Wunderkammer, un cabinet of curiosities, da esplorare mentre fuori c’è la nebbia, lasciandosi ammaliare da quelle carabattole che nella giusta penombra assumono il fascino di tesori: un vecchio cranio con indicazioni frenologiche, la riproduzione dozzinale di un feto sotto formaldeide, un volume impolverato che a guardarlo da lontano potrebbe sembrare, putacaso, il Necronomicon.

Cosa c’è, allora e infine, di comico in questo mélange endocrinologico? Veramente nulla. E proprio per questo è il comico il mezzo più adatto non tanto a raccontare, quanto a testimoniare la convintissima Lebensform dell’autore, che nell’inzigare le frange (o, appunto, le pieghe) più squallide e retoriche dei nostri attaccamenti alla vita, quelle che senza soluzione di continuità mutuano dal fintamente alto – la “saggezza Lakota” – all’irrimediabilmente basso – la “neo-identità” sensibile di Rocco Siffredi o lo scandalo-fantoccio di Blanco e dei fiori di Sanremo – ci riporta all’amara verità, quella della metastasi di una madre che ci lascia per sempre, senza che possa aver addentato la sua prima brioche dell’eternità.
E allora grazie Gori, aretino gatto del Cheshire. Hai avuto il coraggio di portarmi ancora nei luoghi della tua viandanza, di mostrarmi l’abisso anche questa volta, e di farmi ridere mentre atterriti subiamo impotenti, assieme, quella raccapricciante danza macabra che alcuni chiamano “vita”.

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