09.09.2025

Un’Apocalisse estetica e poetica. Il racconto catastrofico di Giuseppe Zucco

"Il signore delle acque" è un romanzo in cui la fine del mondo è raccontata attraverso lo sguardo infantile

Il diluvio universale biblico è una delle più antiche e popolari narrazioni catastrofiche di tutti i tempi. A differenza dell’Apocalisse, non è il racconto della fine del mondo, al massimo della fine di un mondo, perché l’eroe prescelto sa fin dall’inizio di potersi salvare. Noè è investito di una missione e riceve istruzioni precise: come e quando si scatenerà la calamità, qual è il suo compito, come deve svolgerlo, chi deve salvare, addirittura perché. Non si tratta di uno spegnimento, è un riavvio del sistema.
La pioggia cade dal cielo, violenta e copiosa, i mari si innalzano, i fiumi esondano, ogni cosa si allaga, la terra è sommersa, tutto si fa mare, ma per quanto immani e tempestose quelle acque si possono solcare, esiste un orizzonte di salvezza, una promessa divina, nella fede una ragione.

Non è così invece in Il signore delle acque, romanzo apocalittico di Giuseppe Zucco, uscito quest’anno nella collana di Nutrimenti Greenwich Extra. In questo libro il diluvio universale non si manifesta come una pioggia, un giorno al posto del cielo appare un mare, una massa d’acqua che incombe sulle teste dell’umanità. Per raccontare questa storia Zucco sceglie il punto di vista di un bambino. Questo protagonista «piccino» non è un salvato, ma un sommerso per eccellenza, il contrario di un Noè. Non riceve alcuna spiegazione, non dispone né di conoscenza né di potere, il suo mondo è piccolissimo: l’appartamento in cui vive, la madre e il padre con i loro problemi di soldi, a scuola i ragazzi più grandi che lo prendono di mira. Tutto è avvolto nell’indeterminatezza, non ci sono nomi propri, non quello del protagonista, non quelli dei genitori, non hanno nome né elementi distintivi la città in cui abita, la via di casa o la scuola. Si comprende da alcuni tratti di contesto che l’ambientazione è un recente passato: la famiglia vive in un appartamento di un palazzo in città, in casa ci sono il telefono e il televisore, ci sono aerei ed elicotteri, supermercati e automobili, ma non si menzionano mai computer o telefoni cellullari. È una fantascienza poco scientifica e poco tecnologica, il racconto di un’apocalisse estetica e poetica: del fenomeno anomalo non viene data alcuna spiegazione, il protagonista lo subisce, lo descrive in modo atmosferico, si declina nelle sue conseguenze più emotive, esistenziali e intime.

«Mio padre disse che se quell’acqua immane fosse crollata dal cielo, l’acqua ci avrebbe spezzati, l’acqua ci avrebbe divisi, e allora toccava a noi restare qui, chiusi in casa, l’uno accanto all’altro, così che, se mai fosse venuta la fine del mondo, la fine del mondo si sarebbe verificata alle nostre condizioni – io, mamma e papà così vicini da tenerci per mano. Niente sarebbe riuscito a sciogliere ciò che da sempre ci univa.»

Zucco mette in scena un elemento ricorrente delle narrazioni apocalittiche: la disgregazione sociale, che viene raccontata prima in interno e poi in esterno. La reazione dei genitori del protagonista è isolarsi, rinchiudersi nel microcosmo domestico, il ripiegamento nel nucleo familiare individuale, così come lo intende la borghesia urbana nel sistema capitalistico. Non compaiono né si fa mai riferimento a parenti, vicini o amici.
La prima parte del romanzo, tutta ambientata nell’interno di questo appartamento, ha una struttura molto teatrale, con il progressivo deteriorarsi della tenuta mentale dei genitori, tra illusione di controllo, regressione infantile, abbandono alle pulsioni, oscillazione tra depressione ed euforia.
La seconda parte è una sorta di discesa negli Inferi: il piccolo protagonista si perde nella città, tra incendi, saccheggi e varie manifestazioni di follia e sovvertimento dell’ordine precedente. Fa diversi incontri, si ritrova in situazioni picaresche, con scene estremamente cariche a livello simbolico, come il momento in cui dopo essere entrato fortunosamente in possesso di un mazzetto di banconote viene colto da un attacco di diarrea in mezzo alla strada e si ritrova accovacciato tra due auto senza altro che il contante per ripulirsi, con lacrime di vergogna di fronte al dilemma.

Quando incontra i temuti ragazzi delle medie la situazione richiama Il Signore delle mosche, il romanzo cult di William Golding in cui in uno scenario postapocalittico un gruppo di studenti preadolescenti di una scuola maschile si ritrovano soli, lontano dalla civiltà, e la vicenda culmina in violenza. Il “signore delle mosche” che dà il titolo al romanzo di Golding era la testa di un maiale ucciso impalata su una picca, il “signore delle acque” di Zucco è invece di segno opposto: un pesciolino miracolosamente recuperato da un negozio di animali abbandonato, che per il protagonista e la sua famiglia assurge a simbolo di una salvezza possibile, unico legame con l’elemento che sta per travolgerli, l’acqua.

Nel suo saggio del 2021, Raccontare la fine del mondo (nottetempo), lo scrittore e studioso Marco Malvestio spiega che il terrore per un evento catastrofico di origine naturale capace di cancellare l’umanità è radicato proprio nel costrutto, culturale e ideologico, di umanità come specie distinta, separata, rispetto alla quale la Natura è un Altro. Malvestio fa riferimento al concetto di ecofobia, teorizzato dal critico Simon C. Estok, che ha osservato come la storia umana si costituisca

«contro l’ambiente, attraverso miti che insegnano a temerlo o sforzi volti a dominarlo e neutralizzarlo; le immagini positive della natura che costellano la cultura umana, dal giardino dell’Eden alle fantasie pastorali, sono tentativi di raffigurare spazi in cui l’agentività della natura è placata o messa al servizio dell’uomo. Al contrario,
“immaginare il potere e il pericolo dell’agentività non-umana significa spesso immaginare minacce al controllo umano. Essendo parte di diverse narrazioni con potenti effetti materiali, l’ecofobia trasforma la natura in un oggetto temibile che necessita della nostra guida, una cosa pericolosa e odiata che, se lasciata al controllo, può solo produrre dolore e tragedia”».

Anche nel romanzo di Zucco, il perturbante è scatenato dall’agentività della materia non-umana:

«Le analisi più accurate non lasciarono dubbi. Quell’acqua era acqua, nient’altro la complicava. E ciò produsse ancora più sconcerto, poiché se quell’acqua fosse stata composta da particelle aliene, tutti noi avremmo potuto ricondurre quell’evento inspiegabile alla certezza di una causa».

È l’impossibilità di riconoscere e comprendere il non-umano senza antropomorfizzarlo a scatenare l’isteria collettiva. Infatti l’umanità raccontata nel Signore delle acque è completamente scissa dal resto della natura: l’interno dell’appartamento, lo spazio urbano, tutta l’esperienza di vita «piccina» della voce narrante è esclusivamente antropica.
È in questo scenario che un pesciolino può diventare un «signore delle acque», un gigante simbolico, perché unico segno di un rapporto possibile con il non-umano, con una Natura che risulta incomprensibile, immane e minacciosa.

Anche grazie alla scelta del punto di vista infantile, che offre una prospettiva fresca e curiosa su una civiltà che si disgrega agonizzante, con una lingua semplice e concreta, essenziale e tendente al lirismo, Zucco firma un romanzo apocalittico esistenziale e fuori dal tempo, creando un immaginario potente, che sarebbe molto interessante vedere portato in scena a teatro o adattato per il cinema.





Photo credits • In copertina: Foto di JOHN TOWNER su Unsplash

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