A sette anni dall’acclamato Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera), Valeria Luiselli torna in libreria con Principio metà fine (Einaudi) – entrambe le opere tradotte in italiano da Tommaso Pincio – e in certo senso lo fa tradendo ogni orizzonte d’attesa, perché chi s’immaginava un’ideale continuazione del road novel americano rimarrà in parte spiazzato: la scrittrice messicana sposta il baricentro geografico ed emotivo nel Mediterraneo, precisamente in una Sicilia spazzata dai venti e turbata dai brontolii del vulcano, e mette in scena in un’indagine transgenerazionale che mescola narrativa pura, saggistica e lirismo.
C’è sempre una grande felicità nel ritrovarsi tra le mani un testo che sorprende e sfugge ai generi, che sperimenta con la struttura e i punti di vista, e Principio metà fine è davvero un oggetto narrativo insolito. La trama è di per sé semplice – una donna parte con la figlia dodicenne alla volta della Sicilia, terra d’origine della famiglia, alle spalle una ha un matrimonio fallito e l’altra la dolorosa separazione da un fratello, sull’isola sperano di ritrovare tempo e cura per sé stesse e uno slancio per il futuro; la donna, che è una scrittrice, nel frattempo sta lavorando a un romanzo nuovo e manda i capitoli alla madre, anziana e affetta da perdite di memoria, chiedendole di tradurli nella speranza di mantenerla vigile e presente – quasi un pretesto: è nella forma che Luiselli riversa il vero cuore del romanzo. I capitoli brevissimi, quasi dei frammenti, le permettendo di mettere a fuoco suoni, odori, paesaggi, riflessioni attraverso quadri che vibrano di corporeità e forza immaginifica, con titoli che a volte funzionano da chiavi di lettura, illuminando il senso delle righe che introducono, e a volte spalancano a nuove suggestioni: spesso viene voglia, terminata la lettura di un brano, di tornare al titolo e interrogarsi su eventuali indizi nascosti e sul significato sommerso di quelle tre o quattro parole, che si rifanno sempre al mondo naturale (Luoghi dove non piove, Colori dei pianeti, Eclissi solari, Protezioni contro i terremoti e così via). E la natura è di fatto l’altro grande personaggio del romanzo, marittima e fuligginosa, infuocata dentro un’estate siciliana, letale all’ombra di un’Etna sul punto di esplodere: e tutto si amalgama perfettamente, in ritmo errabondo e visionario.

La scrittrice, arrivata a Catania, ha con sé un antico mosaico cartaginese, raffigurante Proteo, dio mutaforma in grado di conoscere il futuro, che la sua famiglia si tramanda da generazioni: quest’oggetto, insieme alla testa di un pesce spada comprato al mercato della città, porteranno madre e figlia su una Panda rossa sgangherata, in viaggio per raggiungere il sito archeologico da cui il mosaico proviene. Ma questi, appunto, sono il principio e la fine: in mezzo c’è la metà, il percorso, l’arco narrativo delle personagge, i conflitti delle loro vite personali e quelli di una terra che minaccia catastrofi, una Sicilia di tombaroli e cartelli xenofobi ma anche di uomini e donne e ragazzini saggi e gentili. La metà è dove Luiselli rivela l’altra faccia di questo romanzo, che è quella che ragiona sulla scrittura. Un intento ambizioso, sorretto dalle lunghe digressioni su miti e testi classici che madre e figlia hanno, mentre a letto abbracciate leggono Esiodo, Virgilio e soprattutto Plinio Il Vecchio; la direzione metaletteraria è molto chiara, la voce narrante della scrittrice si sovrappone a quella di Luiselli, e allora ci sono capitoli in cui la questione centrale sembra diventare proprio questa: interrogare la struttura stessa del narrare.
Ho sottolineato, sentendoli bruciacchiare sotto le dita, molti passaggi illuminanti: in Natura della brina si parla di classici e dell’importanza di usurparli e farli propri, in Natura delle nuvole la scrittrice ammette che le narrazioni che la toccano più nel profondo sono quelle che cercano di capire come raccontare il tempo in modo diverso, «storie con orecchie capaci di percepire le cose che scompaiono o scompariranno tra poco, storie con occhi che seguono i fili invisibili che tengono tutto insieme»; in Mappe di montagne la scrittrice dice alla figlia che a volte le storie vedono il futuro poco prima che accada, perché la finzione è il luogo dove memoria e immaginazione si incontrano.
Intanto ragionare sulla scrittura è anche pensare al tempo materiale, quello dei genitori che invecchiano e perdono la memoria e allora temiamo che in questa dissolvenza si porteranno via pezzi della nostra stessa identità, ma anche quello dei figli, che a dodici anni già ci osservano e «ci leggono e ci scrivono»: così nella fine dell’opera il punto di vista cambia, una bambina raccoglie l’eredità di Plinio Il Vecchio e mentre il vulcano minaccia distruzione la narrazione diventa un intreccio di cartoline per raccontare a una nonna lontana il proprio viaggio.

Non c’è nulla di lineare, in queste pagine, e anzi a tratti si straborda, ci si perde, ci si ripete, ed è proprio per questo che Principio metà fine è un romanzo magico: perché è in fondo una grande domanda, una grande immensa domanda su come funzionano le relazioni, le famiglie, le storie, la memoria, i desideri e i luoghi millenari che noi, minuscoli e spazzabili via da un momento all’altro, abitiamo sognando di sapere cucinare una testa di pesce e di incontrare una divinità che conosce il futuro, un’immensa domanda che resta senza uno straccio di risposta, come succede nella buona letteratura.
È un romanzo magico, infine, perché è scritto in modo magnifico (e tradotto in modo altrettanto magnifico da Tommaso Pincio): arresi felicemente alla forma (quale sollievo), possiamo abbandonarci all’immagine di una donna e di una ragazzina che camminano in mezzo a raffiche di vento insieme a un gruppo di asini, e i grandi occhi neri di uno degli animali sono «torce, raggi, travi celesti, fenditure del cielo», e anche se asini e umani non si parlano sanno di partecipare tutti «a un altro tipo di mistero» e noi con loro.