22.10.2025

Una storia messicana di alterità radicale. La Realidad di Neige Sinno

L’autrice di Triste Tigre ricostruisce l'identità attraverso l’esplorazione dell’altro



Dopo l’accoglienza internazionale ricevuta da Triste Tigre, Neige Sinno torna in libreria con La Realidad, pubblicato ancora una volta da Neri Pozza, nella traduzione dal francese di Luciana Cisbani. Un testo ibrido, che a partire dalla cronistoria dei viaggi della scrittrice nel Messico che sarebbe diventato anche la sua casa, presta il fianco all’indagine sociologica, al saggio di impronta post colonialista, alla dissertazione letteraria. Ma La Realidad è, innanzitutto, una storia vera. In quanto tale, è soggetta, proprio come lo è la vita, a continue interruzioni, interferenze, digressioni; approcciarsi a questo libro implica porsi davanti a molteplici piani di narrazione, assecondarne il ritmo e fermarsi alle soste forzate imposte dall’autrice. Tutto prende il via dall’amicizia tra Netcha (Sinno) e Maga, ragazza andalusa conosciuta all’Università del Michigan: dal loro incontro parte il progetto – visionario e coraggioso per certi versi – di avventurarsi in terra messicana con l’obiettivo di trovare il subcomandante zapatista Marcos e consegnargli due volumi relativi alla teoria marxista. Marcos, si dice, si trova nella Realidad, villaggio allocato tra le montagne del Chiapas. Se l’impresa sembra – e di fatto è – difficile, praticamente impossibile, il viaggio intrapreso racchiude un nucleo importante, che condizionerà Netcha/Neige per il resto della sua vita. Non solo gli incontri, come quello con un’attrice a San Cristóbal de las Casas, o i pericoli cui si espongono, alla mercé di uomini che non esiterebbero ad approfittare di due giovani donne; già da questo primo viaggio in Messico emerge il seme dell’interrogativo politico, che troverà ampio spazio nel resto del libro.

«Non osavo dire a Maga che ero stufa di quella nostra avventura in Chiapas, che se fosse dipeso solo da me, potevamo anche andarcene. Tutti i piccoli ostacoli che avevamo accumulato mi apparivano come un insieme di segni convergenti che davano ragione al mio intuito: perché mai insistere per andare a conoscere gli zapatisti se la loro lotta non ci apparteneva? Perché andare a crearsi problemi quando fin dall’inizio sapevamo che comunque non potevamo aiutarli in nessun modo? Noi non avevamo nulla che potesse essergli utile. Avremmo potuto noi imparare qualcosa da loro, certo, ma mi sembrava una mancanza di rispetto e di educazione andare a chiedere attenzione e tempo sapendo di non avere qualcosa da dare in cambio, a parte i due libri di teoria marxista, sapendo di arrivare senza un progetto, senza una proposta precisa. Non osavo esprimere ad alta voce i miei dubbi perché conoscevo già la risposta di Maga, i ragionamenti con cui avrebbe sollevato obiezioni, la sua ostinazione.»

L’interrogativo riguarda, sempre e comunque, la loro presenza, lì, in quei luoghi e, più in generale, la posizione della persona occidentale che viene dal “Primo Mondo” nei confronti degli autoctoni. Se a livello macro la dominazione occidentale è sempre stata mascherata da una promessa di civiltà (presupponendo ovviamente che l’unica civiltà ammissibile fosse quella dei dominatori), anche a livello individuale è lecito, anzi doveroso chiedersi con quale diritto si intraprenda un viaggio simile. Con quale pretesa? «Usted non entiended nada», ovvero «Non capite niente» sono le parole che le due si sentiranno rivolgere da Bàrbara, questa donna, attrice la cui presenza – nel bel mezzo di un paesaggio di case in rovina – mostrerà loro un cambio di sguardo necessario per proseguire, e sarà determinante per l’autrice anche più avanti.

Come porsi, allora? Verso quale posizione propendere? Verso un educato passo indietro come vorrebbe Netcha o un’idealista passo nel vuoto come Maga? Proseguire è possibile solo mettendo in discussione tutto, anche se stessi. È proprio la mancanza di punti di riferimento che può rivelarsi il primo passo verso una maggiore consapevolezza e la conoscenza. Un buon punto di partenza, in tal senso, è il linguaggio, che, usurpandole, ha di fatto ridefinito intere popolazioni sulla base di un errore (il termine indiani, a fronte dell’errore di Colombo convinto di sbarcare in India). La manipolazione dei significati a partire dall’uso improprio della lingua ha a tutti gli effetti ricostruito, anzi sovrascritto la storia di un’intera popolazione, «prendendo una decisione sulla sua identità».

«Dare un nome all’altro, sognare la cultura dell’altro è una violenza che l’Occidente esercita da secoli, e forse è perfino un elemento costitutivo del nostro rapporto con il mondo.»

In questa continua ridiscussione del sé che Sinno offre, lo strumento della scrittura è – ancora, come per Triste Tigre – determinante. Per quale motivo ha deciso di scrivere questo libro? Certamente non con la pretesa di spiegare, o giustificare la presenza occidentale in territori come il Messico, o di parlare dello zapatismo e degli zapatisti. «Mi chiedo allora se scrivere non sia piuttosto un tentativo di voler essere»: Sinno vuole reinventarsi, andare oltre. Per questo la scrittura è volutamente aperta, slabbrata nella forma, in cui ricorsività e ripetizione la fanno da padrone. Sinno non perde mai di vista, però, la propria posizione di privilegio: la scrittrice potrebbe avanzare con maggior sicurezza, se volesse, in queste riflessioni: d’altronde ha vissuto in Messico, nello stato di Michoacàn, insegnando Narrativa interculturale alla Escuela Nacional De Estudios Superiores di Morelia; sua figlia è nata in Messico, ad Arocutìn nel 2011; il primo canto che la piccola ha ascoltato da una persona è stato in lingua nahuatl, per voce di un vicino accorso la notte del parto per aiutare laddove fosse possibile; ha imparato la lingua, al punto da conservare (anche in Francia) quell’accento. Ma non è messicana. Sinno non perde mai di vista le condizioni di partenza, le sue e quelle delle persone che incontrerà nei viaggi in Messico, né tantomeno quali sono le battaglie che le appartengono, al di là di qualunque «trappola ideologica» in cui potrà incappare.

Sinno tornerà a parlare di altri due viaggi, in particolare. Il primo, dieci anni dopo quel primo tentativo con Maga, nel 2013, questa volta in compagnia della sua famiglia, su invito degli zapatisti del Messico sudorientale, che hanno deciso di ospitare un gruppo variegato di persone, aprendo i loro centri di resistenza. Il secondo, da sola, per unirsi agli Encuentros internacionales de mujeres en lucha, organizzati in Chiapas dalle donne zapatiste. Sono viaggi che cambiano, di fatto, il suo rapporto con l’azione politica. È nello spazio in cui si muovono queste collettività condivise che Sinno sente di avvicinarsi sempre di più al “reale”, intravede e riconosce quello «sforzo per coltivare la vita» che la contraddistingue, coglie quell’alterità radicale che farà propria. Conoscendo e riconoscendo la violenza subita dalle donne messicane, ma anche vivendo per la prima volta nella sua vita l’esperienza di trovarsi circondata da migliaia di persone, senza che un solo uomo fosse presente, imparando cosa vuol dire vivere senza paura.

«Non saprei dire con esattezza cosa ci è successo durante quell’incontro con le donne in lotta. Forse non è successo niente, niente che valga la pena di essere raccontato. Oppure, forse lì è iniziato qualcosa di immenso, un cambiamento futuro già presente dentro di noi, in gestazione, e che spetterà a noi mettere al mondo.»

Con La Realidad Sinno ha mostrato quali «armi» usare per dare vita a un mondo nuovo.



In copertina, donne zapatiste (DinamoPress)

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