Il più strambo e memorabile personaggio della letteratura israeliana e forse di tutta la letteratura ebraica è un cane. Un cane randagio, per la precisione, con «le orecchie corte e il muso appuntito, una misera coda e il pelo un po’ bianco e un po’ marrone e un po’ giallo». Si chiama Balac, dalla parola “cane” in ebraico, che letta all’incontrario fa per l’appunto balac, e dal nome di «un certo empio Balac», di cui si parla nella Bibbia. Compare nel quattordicesimo capitolo della seconda parte di Appena ieri (Einaudi, traduzione di Elena Loewenthal), il romanzo più importante di Shemuel Yosef Agnon, e ne stravolge la struttura e la trama.

La situazione è questa: Isacco Krumer, il goffo protagonista del romanzo, sta pitturando un’insegna per un lavoro che gli hanno commissionato, quando un cane randagio capita nei paraggi. Senza alcuna ragione particolare, Isacco vi scrive sul pelo la parola “cane”. Poi aggiunge: “matto”. Balac diventa così il Cane Matto. I due si separano subito dopo.
Il cane scappa. Gli uomini che incrocia fuggono terrorizzati, leggendo la scritta e credendo che sia malato di rabbia. Balac si spaventa e corre a sua volta, affamato, sporco, senza capire cosa abbiano tutti quanti: che sia la fine del mondo? È un cane che pensa, sogna, si commuove per i morti, vaga per le strade di Gerusalemme in cerca di cibo, e che quando cominciano a lanciargli delle pietre per scacciarlo si chiede cosa abbia fatto di sbagliato e perché ce l’abbiano tutti con lui. Intanto continua a fuggire, temendo per la sua vita, finché non cala la notte e i suoi aggressori scompaiono nelle case. Adesso la città è deserta. Tutto tace. Il cane si ritira nella sua tana e osserva le stelle.
«È bello il sogno della notte, soprattutto per chi di giorno è perseguitato» scrive Shemuel Yosef Agnon. Balac dorme e sogna e noi sogniamo con lui. Abbiamo abbandonato Isacco, la narrazione classica del romanzo, legando il nostro destino a un semplice cane, o meglio a un “cane matto” che però matto non è, sebbene sia stato marchiato come tale. Il lettore erra insieme alla bestia.
Qui è facile fare un passo indietro e leggere le avventure del cane con un occhio non soltanto narrativo ma anche simbolico. Appena ieri è stato pubblicato nel 1945, e Balac è un cane “marchiato” come lo furono tanti ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale. È un perseguitato, scrive testualmente Agnon. Tuttavia questa lettura à clef può essere pretestuosa e forse fallace, perché lo stesso Agnon sottolinea più volte che Balac è soltanto un cane. Di lui parlano molti giornali israeliani, fino a renderlo celebre: è il “cane matto” per antonomasia, un cane con la rabbia, pericoloso per l’uomo, da abbattere alla prima occasione. Non è il portatore del destino ebraico. È una bestia e nient’altro. Appena ieri infatti è un grande romanzo picaresco e comico (ma anche commovente) che racconta dell’immigrazione ebraica in Palestina a inizio Novecento, e leggerlo in chiave simbolico-politica sarebbe una forzatura. Balac non è uno degli animali della fattoria di George Orwell. È un cane.

Così le peripezie di Isacco Krumer, perfetto “idiota” ebraico, un sempliciotto con la fissa del sionismo emigrato in Terra Promessa (lo Stato di Israele ancora non è stato fondato, ma la Palestina è piena di ebrei che lavorano le terre), si alternano alle avventure del cane che lo stesso Isacco ha marchiato a vita come folle. Le loro strade si incrociano e si separano e poi tornano a unirsi; le malinconie del cane, i suoi latrati e i suoi sogni inquieti, accompagnano tutto il romanzo. Alla fine – dal momento che tutti lo additano come “matto” – Balac rischierà di impazzire davvero. E il destino della bestia è legato a quello dell’uomo, di Isacco.
Scrive Agnon nel capitolo Spiriti:
«Balac piegò le zampe. Chiuse gli occhi e si coricò, meditando su quella faccenda su cui tutti i filosofi si arrovellano: che cosa siamo? Che cos’è la nostra vita? Val la pena sopportare i tormenti, i dolori, le sofferenze e i guai che ci capitano, per un briciolo di effimero piacere? E io, che cosa dovrei dire? Io che non ho nemmeno quel poco di soddisfazione e non conosco altro che dolori, uno peggio dell’altro? Lo prese dunque un cupo malumore, voleva morire. Ma la morte viene sempre quando uno non la vuole, e non viene mai quando uno la chiama. Aveva tanti di quei pensieri, Balac, che a momenti andava fuori di testa.»
Appena ieri è stato pubblicato in Italia da Einaudi nel 2010, nella bella traduzione di Elena Loewenthal, con prefazione di Abraham B. Yehoshua. Il libro non ha avuto molto successo, tuttavia da un paio d’anni sono in lavorazione due Meridiani dedicati a Agnon e di conseguenza si spera che presto il pubblico italiano possa leggerlo come merita, con la stessa attenzione appassionata che dedica a Yehoshua o a David Grossman. Shemuel Yosef Agnon, premio Nobel nel 1966 con la poetessa Nelly Sachs, è uno dei più grandi scrittori ebrei del Novecento, e leggere oggi le avventure di Isacco e del Cane Matto può essere – oltre che entusiasmante – istruttivo.

«Gorishkin» scrive a un certo punto Agnon, «non era quel genere di persona convinta che tutto venga da sé, sapeva invece che se uno vuole diventare scrittore deve leggere molto, studiare molto e allargare lo spettro delle proprie conoscenze. Gorishkin aveva ormai accantonato tutti i suoi lambiccamenti e non chiedeva altro che di diventare il cantore della Terra d’Israele. Una vita nuova si va tessendo qui, e ha bisogno di un cantore. Non che abbia già cominciato a comporre, dal momento che non ha nemmeno un angolo tutto per sé, perché abita in una stanza con tre o quattro compagni, che è grande come un uovo e ha un tavolo minuscolo, dove non c’è spazio per spargere un po’ di carte. Ma soprattutto, perché non ha ancora del tutto deciso se scrivere le cose come stanno, cioè copiare dalla realtà, o dedicarsi ai romanzi. Per un verso propende per le cose come stanno, visto che non esiste verità pari a quella dei fatti, per l’altro la scrittura romanzesca è avvincente e conduce all’azione. Al momento legge tutto quel che gli capita a tiro perché i libri, oltre ad allargare la mente – per dirla come dice il poeta Bialik – sono concime per il talento e, parola di Simha Ben Sion, rugiada per i fiori.»
Gorishkin è un personaggio minore, una comparsa nel romanzo, tuttavia qui l’autore potrebbe star parlando di se stesso, perché cos’altro è Agnon se non il cantore della Terra d’Israele? E, in tempi in cui la parola “sionista” viene scagliata come un’accusa infamante, leggere un grande romanzo sulla storia – talora difficile ma occasionalmente anche nobile – del sionismo può essere necessario e di certo è istruttivo. Balac, questo cane matto, «un po’ bianco e un po’ marrone e un po’ giallo», dall’identità quindi non ben definita, ha molto da insegnarci. È un cane che ha sofferto. È una bestia che ci diverte e ci commuove.
Agnon scrive, ancora:
«Si credono dei gran sapientoni, filosofi e luminari, ansiosi di catturare nella loro rete tutti i figli d’Israele, prima di tutto i piccini ancora indenni dal peccato, e fanno le scuole moderne buone solo per rinnegare la fede, Dio ce ne scampi. Mentre il cane rabbioso, signori miei, è migliore di costoro, perché almeno lui dichiara di essere quello che è, come ben sappiamo da quell’esemplare che ha causato tanti guai a Gerusalemme, e che ha scritto sul pelo ‘cane matto’, per mettere in guardia la gente e tenerla lontana. È per questo che dico: questa generazione ha sembianze di un cane. E mica un cane qualunque, macché, un cane matto!»
Quali sono le sembianze della nostra generazione? In questi anni lo Stato di Israele si è macchiato di crimini contro l’umanità; pure non dobbiamo e non possiamo buttare a mare la cultura e la letteratura di un intero popolo, perché Israele non è soltanto Netanyahu ma anche Agnon e Yehoshua e David Grossman e Eshkol Nevo e tanti altri scrittori e artisti. «Hanno l’incredibile spudoratezza di spacciarsi per Germania!» scriveva Thomas Mann nel 1936 al rettore dell’università di Bonn, riferendosi ai saccentoni filonazisti che lo accusavano di prendere parte a «manifestazioni di associazioni internazionali, per lo più influenzate da componenti ebraiche», mentre per lui la Germania era Goethe, Kant, Hölderlin, di sicuro non Hitler o Goebbels!
Una delle più acute e combattive intellettuali italiane contemporanee, la compianta Michela Murgia, quando le chiesero cosa pensasse della “situazione” fra lo Stato di Israele e la Palestina – ossia dell’oppressione e dei massacri dell’esercito israeliano a Gaza ma anche del terrorismo di Hamas – rispose seccamente che la pensava come Hamas. E certe volte, a fronte degli innumerevoli eccidi in Palestina, la nostra mano trema al punto da farci sussurrare la stessa cosa. Ma sarebbe sbagliato; sarebbe un insulto ai morti e a chi ha sofferto e soffre le prepotenze dei vili e dei malvagi. Il sionismo non è soltanto la violenza dei coloni israeliani in Palestina. La resistenza palestinese non è soltanto il cieco odio di Hamas del sette ottobre 2023.
Hannah Arendt ci avverte, ne La responsabilità personale sotto la dittatura: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male». D’altra parte – in questi giorni neri – capire quale sia il male minore non è affatto evidente. Di certo smettere di leggere i grandi scrittori israeliani o arabi non aiuta; di certo tenere a mente la tenerezza del “cane matto” di Shemuel Yosef Agnon può essere utile, perché in tempi di guerre genocidarie le bestie ci sembrano purtroppo molto più sagge degli uomini, di noi uomini.
«E un bambino li condurrà» dice un verso del profeta Isaia. Visti i tempi, potrebbe guidarci anche una bestia.
Immagine copertina: Eleutha