23.07.2025

Un accoltellamento brucia più calorie di una lezione di pilates. Uccidi per amore di Laura Picklesimer

Un thriller di ambientazione losangelina con una protagonista serial killer

Le immagini di Los Angeles in fiamme hanno invaso gli schermi di tutto il mondo all’inizio di quest’anno, il 2025, ma prima che quegli incendi diventassero notizia erano già romanzo.

«Sognavo il fuoco ogni notte. Osservavo Santa Monica venire avvolta dalle fiamme: isolati interi di merchandising di lusso rasi al suolo, vetrine infrante e manichini sciolti sui loro piedistalli metallici. Ogni notte un disastro di epiche proporzioni.»

Comincia così Uccidi per amore, il thriller del 2023 con cui ha esordito l’autrice statunitense Laura Picklesimer, uscito in Italia a giugno nella traduzione di Federica Principi, tra i titoli di lancio di ubagu press, nuovo marchio cofondato da nottetempo e 66thand2nd per divertirsi e sporcarsi un po’ le dita con la narrativa di genere piena di ammazzamenti.
Nel 2023 è uscito anche L’età del fuoco. Una storia vera da un mondo sempre più caldo, poderoso reportage del giornalista canadese John Vaillant (edito in Italia da Iperborea, traduzione di Luca Fusari, 2024), selezionato tra i dieci libri più importanti dal New York Times e finalista al Pulitzer. Ricostruzioni avvincenti di evacuazioni di emergenza e salvataggi da film d’azione di pompieri eroici si alternano a excursus di storia dell’economia, inframmezzati da descrizioni di fenomeni naturali che sembrano fantascientifici e invece sono non solo reali, ma anche sempre più frequenti. (Se le informazioni circolassero in modo efficace, il pirocumolonembo avrebbe già affiancato il fungo atomico nel nostro immaginario apocalittico.) Il libro di Valliant unisce al reportage elementi di divulgazione scientifica e ricostruzione storica per produrre un potente j’accuse al ricco Occidente, che si ostina a negare le evidenze del cambiamento climatico e della correlazione con la sua smania estrattiva, mentre i grandi incendi hanno smesso di essere fenomeni stagionali e circoscritti per trasformarsi in qualcosa con cui convivere e questo è diventato impossibile da negare. In un momento storico in cui la politica e il giornalismo appaiono incapaci di stare al passo con la realtà, quando non la negano sfacciatamente, si crea il paradosso per cui arte e letteratura si rivelano più tempestivi nel raccontarla. 
L’intensificarsi degli incendi, la crescita esponenziale della loro estensione, e quindi della loro forza distruttiva, sono un fenomeno così enorme e la distruzione di Los Angeles era una catastrofe così annunciata, che questo aspetto del romanzo di Picklesimer non può nemmeno dirsi profetico: è fotografico, iperconnesso e simultaneo come la contemporaneità, espressione esatta dello Spirito del Tempo.

Le fiamme infestano gli incubi di Tiffany, bionda, ricchissima e stereotipicissima ventenne di Orange County, membro senior della Delta Gamma, esclusiva sorority di un prestigioso campus universitario losangelino.

«Da piccola volevo fare l’esploratrice, prima di mettermi in testa di diventare influencer o personal shopper o magari supermodella. Prima di realizzare, come avrei fatto col tempo, che non ero tenuta a diventare un bel niente, che i lavori erano roba per gente senza una lira e piena di debiti studenteschi la cui unica aspirazione era riuscire un giorno a permettersi un appartamento.»

Disinteressata allo studio, scocciatura delegabile a esponenti della classe lavoratrice, Tiffany può dedicarsi a «eventi della massima importanza, voci in agenda meritevoli» della sua «completa attenzione» come il servizio fotografico in bikini per il calendario della Delta Gamma (per cui deve perdere un chilo e mezzo) e fare da giudice alla «maratona di streap tease della confraternita maschile». Dopo una morning routine che comincia con una doccia fredda, seguita da una colazione «a base di cubetti di ghiaccio», spolverati di sale «per sentire un accenno di sapore prima di affrontare il phon», Tiffany trascorre le giornate contando calorie e cuori sui social e solcando le strade di Los Angeles in auto da un trattamento estetico a una sessione di allenamento a una di shopping compulsivo. La monotonia si spezza quando finalmente scopre un’attività che l’appassiona: l’omicidio.

«ero terrorizzata all’idea che in un modo o nell’altro mi scoprissero e mi spedissero in galera, al che mi sarei ritrovata costretta a prestarmi a sforbiciate lesbiche per rimediare assorbenti e spazzole di plastica. Avrei vissuto gli anni in cui ero più scopabile rinchiusa con un’orda di galeotte pelose. Peggio che alla confraternita. Sentivo però anche qualcos’altro. Fare a pezzi Tristan mi aveva dato la sensazione che la gente prova davanti ai video di unboxing, quell’adrenalina che ti prende alla sprovvista e ti fa sentire completa, intera. Viva.»

Tutto è in vendita e pagarsi la consulenza legale di un avvocato squalo per capire come evitare la galera si rivela semplice quanto pagare qualcuno per preparare tesine e sostenere esami a suo nome. Ma non è solo una questione di soldi:

«La polizia cercava tutt’altra persona, mica qualcuno che se ne andava in giro con abitini cipria e le ballerine ai piedi. Le ragazze con la pelle perfetta e i sorrisi impeccabili non erano capaci di uccidere un uomo, di tagliargli la gola da parte a parte e guardarlo morire dissanguato a letto. E di certo non conoscevano quel brivido.»

Questione di classe e questione di genere si intersecano in Tiffany in un felice concorso a delinquere. Per quanto riguarda il privilegio di classe è tutto molto lineare: il personaggio della bionda ereditiera californiana che fa del disturbo alimentare uno stile di vita e si compiace che categorie già marginalizzate e svantaggiate diventino il facile capro espiatorio per il suo hobby di ammazzare bei ragazzi rientra nello stereotipo della rappresentazione grottesca e sadica degli ultraricchi dilagante negli ultimi anni. A partire dal successo del capolavoro del cineasta sudcoreano Bong Joon-Ho Parasite (2019), passando per la Palma d’Oro a Cannes Triangle of Sadness (Roben Östlund, 2022), che mette in scena il degenerare di una crociera extralusso popolata da tipi umani mostruosi; ancora la popolarissima serie HBO White Lotus (Mike White, 2021- in corso), che evidenzia l’orrore del conflitto di classe e del post-colonialismo rendendo protagonisti di un giallo gli ospiti e lo staff di resort esclusivi, fino a thriller splatter come The Menu di Mark Mylod (2022), in cui a evolversi in massacro è una cena riservata a ricchissimi commensali nel ristorante su un’isola di uno chef stellato, o Blink Twice (2024), l’esordio alla regia di Zoë Kravitz, in cui un miliardario attira sulla sua isola privata giovani donne per festini che si rivelano poi qualcosa di molto più sinistro, solo per citarne alcuni. Anche la Tiffany di Uccidi per amore è figlia del contesto che ha partorito questo repertorio pop di ricchi mostri senza scrupoli.

Per quanto riguarda invece il genere la complessità è maggiore: se da un lato la femminilità stereotipica di Tiffany le fa gioco, rendendola insospettabile, dall’altro però la rende vulnerabile. Entra in scena l’ironico amore del titolo: Tiffany, con la sua ossessione per l’adesione ai canoni di bellezza e la desiderabilità sessuale come metro di giudizio del valore di una donna, è una campionessa di sguardo maschile interiorizzato, e quindi non può non aver assimilato anche l’altra grande aspettativa sociale che affligge la femminilità conforme allo standard, quella di farsi definire da un uomo stringendo una relazione. Tradotto nella lingua del padrone: il rischio di innamorarsi. La vulnerabilità non è solo emotiva, ma anche in termini di incolumità fisica. Nonostante Tiffany si compiaccia del fatto che assassinare persone è un esercizio fisico che la fortifica più delle lezioni di yoga o pilates, le sue vittime prescelte sono sempre uomini e in più di un’occasione da predatrice diventa preda ed è lei a rischiare di farsi male e a ritrovarsi a scappare. In questi ribaltamenti, che riaffermano gli equilibri di potere reali, si rivela la natura fittizia della serial killer donna.

Nel corso dei decenni, con il cambiare della condizione femminile, maggiori diritti, maggiori libertà, in quasi tutti i campi dell’attività umana il divario tra uomini e donne è diminuito. Per quanto riguarda il campo del crimine questo non è successo. Le donne continuano a delinquere meno degli uomini in maniera esponenziale e in proporzione ancora meno se consideriamo solo i crimini violenti1. A livello statistico le serial killer donne sono così poche che praticamente non esistono. Forse è per questa loro eccezionalità che suscitano fascinazione e sono sovrarappresentate nelle opere di finzione. Studiando i casi reali la criminologia ha osservato che i profili femminili di serial killer hanno in comune con quelli maschili la provenienza da contesti familiari problematici, l’aver subito abusi infantili, una tendenza a isolarsi sviluppata come reazione a un ambiente ostile. Tempistiche, modalità e rapporto con le vittime sono invece diverse nelle assassine seriali: tendono a compiere i primi delitti in una fase più adulta della vita rispetto agli uomini, preferiscono metodi più discreti e luoghi a loro familiari dove attirano le vittime, uccidono nella maggior parte dei casi persone a loro vicine o, quando si tratta di estranei, scelgono soggetti deboli2.

Ma questa è la realtà e le serial killer, come si è detto, la realtà la frequentano poco, esistono soprattutto nella finzione, che non si nutre di dati e cronaca, ma preferisce attingere al ricco immaginario dei serial killer uomini, per partorire creature di pura invenzione. La Tiffany di Picklesimer non è un’antieroina che si rifà alle assassine reali, ma una versione aggiornata agli anni Duemila del Patrick Bateman dell’American Psycho di Ellis, con cui condivide la noia e le ossessioni per la forma fisica, il controllo e lo status. Costantemente impegnata nello sforzo di mortificare il suo appetito, dirotta la fame nell’impulso omicida, che si confonde vampiristicamente con quello sessuale: uccide solo uomini, ne desidera la carne e il sangue, si sofferma con voluttà con lo sguardo su singole parti del loro corpo. La copertina dell’edizione originale enfatizza questo aspetto: una sequenza di torsi maschili rosa evidenziatore su sfondo nero. Tiffany colpisce sempre con armi bianche, con ampio spargimento di sangue.

Nel 2024 la casa editrice Mercurio ha inaugurato la sua attività pubblicando in Italia Maeve di CJ Leede, un altro romanzo d’esordio ambientato a Los Angeles che ha come protagonista una giovane assassina, ne ha scritto per Limina Jacopo Zonca. Le affinità sono vistose, i risvolti di copertina di entrambi i libri menzionano, a proposito, American Psycho, ma le due voci narranti sono diversissime. La Maeve di Leede è una prima persona carismatica, con una propria visione del mondo, dei legami forti con altri personaggi; nipote di un’attrice, lavora in un parco divertimenti e si muove nella Los Angeles iconica, che il soft power di Hollywood ha reso familiare al pubblico di tutto il mondo.
La Tiffany di Picklesimer invece è una prima persona claustrofobica, tutti i suoi pensieri sono dominati dal suo aspetto, verso le altre donne prova solo disprezzo o fastidio, le trova degne di considerazione solo se le percepisce come possibili rivali. Mossa solo da impulsi, è totalmente priva di interessi o di senso dell’umorismo, sono il suo cinismo e la superficialità caricaturali a creare l’effetto grottesco e satirico che caratterizza il romanzo. Vista attraverso i suoi occhi Los Angeles è un non-luogo: a caratterizzarla solo le palme e l’afa soffocante, un posto di centri-estetici, palestre, boutique, locali, vicoli e ville indistinguibili, da esplorare solo come terreno di caccia per nuovi articoli di lusso o nuove vittime.

I suoi omicidi non rimangono impuniti solo perché può permettersi di pagare un avvocato squalo, non solo perché nessuno sospetta di omicidio Barbie Orange County, non solo perché una comunità classista e razzista non aspetta niente di meglio che usare come capro-espiatorio gli ultimi e i disagiati, ma anche perché gli omicidi sono troppi, si moltiplicano, là fuori è pieno di altri come lei. Tiffany, con la sua solitudine radicale, la sua fame insaziabile, la sua smania di apparire perfetta e primeggiare, le risorse materiali infinite ma mai abbastanza per colmare un abisso senza fondo di miseria interiore, non è personaggio, è l’espressione del malessere degli Stati Uniti di oggi.
Con Uccidi per amore la narrativa di genere si conferma capace di intercettare, raccontare e rappresentare le ansie, le paure e i mali del suo tempo, di farsi specchio e di restituirci il riflesso più cupo e distorto di noi stessi.





  1. Fonte: Elena Ferrucci, La criminalità femminile in Italia, in Susanna Marietti (a cura di), Dalla parte di Antigone. Primo rapporto sulle donne detenute in Italia, Associazione Antigone, Roma 2023. ↩︎
  2. Fonte: Angela Ganci, Donne serial Killer: profilo psicologico e differenze di genere, in State of Mind, 7 ottobre 2016, Studi Cognitivi Spa, Milano. ↩︎

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