Le cene frugali (tre olive nere e un fondo di Tocai) si accompagnano bene ai libri grossi. La sazietà, allora, è un’altra; si scopre che perdura, al di là della penuria di grassi. Tornare a casa (Robin Edizioni) ha passato serate così, di costa a briciole e lacrime per chi sente poca fame: lo sconquasso, qualcosa di furibondo che somiglia all’errare della coscienza. Quella dell’autore, sì, quella del leggitore – a voce alta, please! – empatico.
A me Tognoli ha fatto malissimo. Quattrocentoventitré pagine buttate nello stomaco e una campana (san Tommaso del Friuli, i capitelli dorici coi balocchi, i matrimoni e i funerali di nuvole e spighe) che assordando costringe al risveglio perpetuo. Cosa ne ho fatto del mio tornare a casa, alle decine di case che alle spalle continuano a bussarmi contro? Lui – edolese di stanza a Milano, scrittore di prose premiate quanto le poesie – ha tolto la pelle al fantasma, ha composto una trilogia in undici atti per sezionarne il vapore.

La «condizione di continua frastornante riconsiderazione di me stesso» diventa presto la brossura. Si sosta davanti a una radiografia in corso, perennemente sfocata, da rifare e rifare ancora, mentre le fratture da stanare migrano alle perifericità del corpo, espanso in percezione assoluta. Tornare è l’adattamento di un copione irrisolto e usa narrativa e lirica, il diario e il memoir. T. semina cose che poi al garrese vengono falciate (via, si ricomincia), tenendo il ritmo delle proprie suggestioni: una civiltà sonora, una coltura artistica, certa letteratura fertilizzata: Mogwai, Cézanne, Dickinson, Mozart, Bukowski, Dalla, Merini, Lanegan e gli haiku di Mahfouz.
Nel campo, aperto, su maggesi interiori, ritrovo l’episodicità petrolifera di Pasolini, l’ossido familiare di Susan Minot, gli inventari alla Schalansky, Pasina in versi bresciani, Proust del tempo perduto e del bacio non dato. «Ho scoperto con preoccupazione di essermi levato dal cranio un intero culmo con tanto di radici, foglioline e fiorellini dal colore bianco e azzurro chiaro. Mi sono sentito poi libero e mi domando cos’altro di così bizzarro, bello, pericoloso e particolare io abbia dentro da estrarre».
I sogni di T. sono il bilanciamento al senso del sacro, entrambi acuiti come impressioni extra veggenti, tiranti per l’anima che altrimenti scapperebbe, di nuovo, al chiuso della «memoria di un uomo albero/ vissuto nel futuro» i cui germogli fanno il nido a un cancro terapeutico che però stringe. Perché occorre invece restare centrati nel «flusso di compiutezza dell’incompiuto», estroflessi, versati addosso a una visione specifica allagata sul sistema «Città-Mondo-Universo», in cui i luoghi sono di tutti e di nessuno.
I muri raccontati – da Brescia a Edolo fino al randagismo extra-confine – sono umidi della melanconia di chi dopo scalata ci si appende sopra e finalmente risolve: «E io ripenso a tutto da qui». Le speculazioni, nitide e brumose, arrivano ovunque nel passo della storia personale, riattraversano vicende piccole e grandi traumi, una volta soltanto o a più riprese, tra capilettera, riff e strofe. Il curriculum di un apolide, capace di lavorare le pernici quanto il cemento. Il manifesto apolitico per chi crede più alle api che agli uomini di poltrona. Fotografie di paragone, su cui incidere un memento («a ogni costo a qualsiasi condizione, darmi una/ soluzione»). Dischi, bottiglie, fischi e fiaschi lanciati dai tetti. Lune-dessert, porzioni-spicchi à partager lontano da «chi/ non impazzisce o si stanca di tutto». Primissimi ricordi uguali a sforzi somatici, amniotici. Le cartoline, i miracoli. I nonni come acqua di fonte sulle sbucciature e sui silenzi operosi, di un’aia che cresce assieme alle cellule, ai femori, alle domeniche.
Lei. Lei. Urla che «devono ancora avere i loro spazi». Il bosco, tale e quale a un frusciante sollievo senza nome: il respiro balsamico e la resina, la risposta ultima al Tornare.
A casa. Dove gli indirizzi servono molto meno delle promesse nostalgiche fatte ai Giulio per merenda – polenta e zucchero e la serissima, struggente pietà di sé. «Casa è la prima di tutte le primavere». Casa è io sono – «una ferma/ instabilità». Anche il rimanere svegli a riposare, mescendo Oglio e Tagliamento nel calice sbeccato della notte, se «i rumori/ più sottili grattano/ dentro la testa». Casa è testamento buono di rimpianti e magoni. Ma, soprattutto, è una frase commossa di libertà, quel malissimo che poi alza il mento, asciuga, e vede là, laggiù in fondo, una potenza, una vecchia sconosciuta felicità da venire: «È l’ora di cena, nessuno mi sta aspettando».
Immagine di copertina: Paesaggio invernale, 1565, Bruegel