Gabriella Parca non è un nome da riscoprire: è stata l’avanguardia dell’inchiesta femminista italiana, la prima a indagare in modo sistematico la condizione delle donne e il privilegio maschile, da Le italiane si confessano (1959) a I sultani (1965). Quel suo primo libro pubblicato a fine anni Cinquanta raccoglieva oltre trecento lettere arrivate alla “piccola posta” di due settimanali, mai pubblicate perché ritenute troppo scabrose: un montaggio finissimo e audace di voci attraverso cui ascoltiamo ragazze infatuate dell’uomo sbagliato, donne che scoprono il sesso, aspiranti a una carriera, mogli che soffrono. Uscì e non decollò – un editore liquidò quelle pagine come «lettere delle serve», Pasolini bollò il libro come «divertente», aggettivo che Gabriella Parca non gli perdonò mai – salvo poi conoscere quindici edizioni e traduzioni in mezzo mondo. Nel 2023 nottetempo l’ha riportato in libreria con il titolo di sempre e una nuova prefazione di Chiara Tagliaferri, restituendolo a una generazione che lo legge come un oggetto trans-epocale.

È su questa eredità che si innesta Ti trovo cambiata. Italiane si raccontano, oggi di Francesca Calamita (Enciclopedia delle Donne Edizioni, 2026). E qui mi sembra giusto spendere una parola sulla casa editrice. L’Enciclopedia delle donne, nata a Milano nel 2010 come sito, rete di iniziative e appunto casa editrice (lo ripeto, al femminile), è un’impresa culturale collettiva e senza scopo di lucro che, nel panorama dell’editoria indipendente, svolge un lavoro tanto più necessario quanto più è raro: recuperare voci dimenticate, pubblicare ricerca femminista accessibile, tenere in vita un catalogo con saggi e volumi di valore, su molti argomenti che intersecano la scrittura e temi della storia delle donne. È proprio a partire da questo genere di editoria che Ti trovo cambiata rivendica uno spazio proprio e autentico. Francesca Calamita, Professoressa Associata, Direttrice dei programmi di laurea triennale in Italian Studies dell’Università della Virginia e Direttrice dei programmi UVa a Siena e Firenze, riprende il gesto di Parca e lo aggiorna. Stessa domanda di fondo – chi sono le italiane, oggi – con strumenti diversi: al posto delle lettere, un sondaggio anonimo che ha raccolto le voci di oltre quattrocento donne, una settantina di interviste a voce e una ventina di conversazioni con studiose, scrittrici e attiviste. Lo definisce un «progetto di femminismo collettivo», un sapere corale «che fa luce alle altre, come le altre hanno fatto a me». La sua particolarità sta esattamente qui: un libro a metà strada tra ricerca accademica e divulgazione, rigoroso nei dati e però scritto perché lo si legga davvero, con un montaggio di materiali che scardina le logiche della sola ricerca per farsi voce plurale della stessa.
Il filo che tiene insieme il volume è seguire le italiane negli ambiti in cui ogni vita si gioca: lo studio, il lavoro, le famiglie (sostantivo che Calamita declina al plurale), il sesso e la salute riproduttiva, la politica della visibilità (anche titolo di un precedente volume, Visibili e influenti, Biblion 2023), il tempo libero, la bellezza – «un campo di battaglia sul proprio corpo». A ciascun tema corrisponde una voce che lo illumina: Federica Di Sarcina, Adalgisa Giorgio e Roberta Trapè sull’istruzione. Sul lavoro: Vera Gheno, Debora Migliucci e Nogaye Ndiaye. Sulle famiglie: Cristina Carelli, Michela Marzano e Irene Soave. Sul sesso: Corinna De Cesare, Eleonora Cirant e Giorgia Fasoli. Sulla politica della visibilità: Ida Dominijanni, Alessandra Maiorino e Rula Jebreal. Sulla fruizione culturale: Francesca Giannone e Vanessa Roghi. Proprio Giannone che con il suo libro La portalettere strappa all’oblio la propria bisnonna, prima postina d’Italia. Sulla bellezza: Bernadette Luciano e Paola Pasquini.
È un coro, non una somma di monologhi, dove la multivocalità delle testimonianze e della narrazione trova uno spazio necessario:
E la domanda che attraversa tutto resta disarmante: quante delle lettere di Parca sarebbero ancora attuali? Non tutte, ma troppe. Una partecipante risponde che siamo “un Paese retrogrado, bigotto, […] che odia profondamente le donne” (p. 18); i dati confermano – l’Italia all’ottantacinquesimo posto su 148 del Gender Gap Report (p. 16) – e la cronaca pure, con il femminicidio diventato a fine 2025 reato autonomo punito con l’ergastolo.
È nel capitolo dedicato al sesso e alla salute riproduttiva che questa continuità tra le due epoche si fa più tagliente. Calamita rilegge le lettere che Parca raccoglieva – ragazze convinte di aver perduto la purezza per un gioco d’infanzia, o che raccontano, con il lessico della colpa e della vergogna, quello che oggi chiameremmo senza esitazione uno stupro – e le accosta alle voci del sondaggio, dove il marchio «vergine» e la paura del proprio corpo riaffiorano fino agli anni Ottanta e Novanta. Ne emerge una cronologia che dovrebbe continuare a inquietarci: di certo una cronologia che continua a interrogarci per la sua tardività nel Novecento. Il matrimonio “riparatore” abolito solo nel 1981, lo stupro divenuto reato contro la persona – e non più contro la morale – appena nel 1996, il monologo di Franca Rame portato in televisione nel 1987 e ancora oggi non solo attuale, ma «denuncia aperta contro il potere patriarcale». E quando pare che la distanza dagli anni Cinquanta sia incolmabile, è la cronaca a richiuderla: dal disegno di legge sulla violenza sessuale, ricorda Calamita, a fine gennaio 2026 è scomparsa la parola «consenso», e a volerlo è stata una donna. Non è solo passato che resiste: il capitolo dà nome anche a ciò che ancora oggi si tace, dalla violenza ostetrica alla menopausa, e raccoglie le richieste delle partecipanti – parole esatte al posto del “laggiù” di troppe visite mediche, dati attendibili, un’educazione sessuo-affettiva che entri davvero nelle scuole. Il corpo delle donne, allora come oggi, resta un territorio conteso – dalla famiglia, dalla Chiesa, dallo Stato, perfino da quella scienza che per secoli ne ha “dimostrato” l’inferiorità a colpi di trattati e fiumi d’inchiostro.

Calamita utilizza i fondamenti della ricerca ma anche lo storytelling, unisce saperi plurimi, si interroga, argomenta, mettendo tutte le carte sul tavolo, quasi seguendo una modalità seminariale, restituendoci domande e risposte nella loro laboriosità. Questo libro fa sistema, costruisce un anti-modello, «si fa pratica» e «diventa pratica» da apprendere.
Su due nodi vorrei soffermarmi, perché toccano da vicino chi questo mestiere a più livelli lo fa e per certi versi rimettono in discussione il sistema. Il primo è la divulgazione, e le critiche che le si rivolgono. Calamita non le elude: racconta la tempesta che a novembre 2025 ha investito il femminismo digitale e la frizione, mai risolta, tra un femminismo accademico che «parla con un gergo comprensibile solo a noi docenti» e un femminismo mainstream, talvolta imperfetto ma capace di arrivare alle persone. È la stessa tensione che attraversa l’editoria femminista: divulgare senza svendere né semplificare. In questo quadro si inserisce anche il lavoro de Le Plurali editrice, casa editrice femminista, indipendente, intersezionale, curiosa, che da qualche anno, grazie al lavoro della collega ricercatrice Clara Stella e di altre tra le fondatrici, tesse un dialogo straordinario con il presente internazionale. Tuttavia, accanto al femminismo che cambia le cose, c’è anche il suo rovescio commerciale – il pinkwashing, il marketing del femminismo. Calamita lo dice con Jennifer Guerra, Il femminismo non è un brand: ci sono donne arrivate ai vertici che hanno apportato «la ‘novità’ femminile, ma mantenendo lo status quo», convincendo il patriarcato che nulla sarebbe cambiato.
Il secondo nodo è la visibilità delle donne nei luoghi del sapere, discorso articolato e complesso. Roberta Trapè ci offre il punto di partenza migliore: la sotto-rappresentazione delle autrici nel canone scolastico non è una svista ma una scelta, e quando viene corretta lo è «come atto di militanza intellettuale» delle insegnanti, non per iniziativa del Ministero. Lo stesso vale un piano più su, all’università, dove la fatica non è solo arrivare in cattedra, ma arrivarci in una posizione che permetta davvero di cambiare i programmi. E in questo discorso si inseriscono anche gli interventi di Federica Di Sarcina e Adalgisa Giorgio, che Calamita intervista. La nostra, comunque, registra un meccanismo rivelatore: i cosiddetti «lavori domestici accademici», le mansioni che non fanno curriculum, ricadono sistematicamente sulle donne, mentre agli uomini toccano gli incarichi prestigiosi. È la versione colta di una disuguaglianza ben più antica: in Italia, ancora, l’81% delle donne svolge attività domestiche quotidiane contro il 20% degli uomini. Dentro e fuori l’università, il lavoro che non si vede è quello delle donne; e renderlo visibile è già, di per sé, un gesto politico.

C’è infine una parola che Calamita consegna alle giovani, e che del libro è quasi il lascito: «guastafeste». La mutua da Sara Ahmed, la feminist killjoy del Manifesto della femminista guastafeste, per nominare chi accetta di rendersi scomoda perché «il femminismo insiste sui problemi finché non vengono risolti». È la postura di chi, da Laura Boldrini a Silvia Salis fino a Francesca Albanese – apostrofata «strega» dal rappresentante israeliano all’Onu per aver denunciato il genocidio palestinese –, resta bersaglio di un repertorio sessista antichissimo: «puttane», «streghe», «isteriche», «pazze», etichette riservate a chi non si comporta come il patriarcato comanda. Contro questo armamentario Calamita non propone «gli strumenti del padrone» – richiama Audre Lorde, con cui quella casa non si smonterà mai – ma il loro esatto opposto: studio, ricerca, sapere condiviso e, soprattutto, coerenza tra ciò che si predica in pubblico e ciò che si pratica in privato. Ma anche una sorellanza che non può mai abbandonare il fare, anzi deve farsi continuamente per diventare presente, in primo piano, vero strumento. A una giovane lettrice, del resto, una partecipante consiglia esattamente questo – «studiate, viaggiate, fatevi valere», ma fuori dalla «logica della competizione» – come se la libertà passasse meno dal conquistare i posti che dal cambiarne le regole.
Per questo Ti trovo cambiata. Le italiane si raccontano, oggi è un libro prezioso: rilegge il passato di Parca per tracciare delle linee nel presente e, soprattutto, riunisce – fa sorellanza, restando unite nella differenza. Il personale, ci insegnava lo slogan, è politico; qui diventa corale, perché Francesca Calamita lo rende così, con intelligenza. Il titolo suona non come una constatazione affettuosa, ma un’affermazione a piena voce rivolta a tutte noi, il cui substrato è confermativo, senza rinunciare alla complessità e a continuare a lavorare verso nuove prospettive per tutte.
Immagine di copertina: Foto di shahin khalaji su Unsplash