«Gli uomini hanno visto la natura, ma hanno comunque inventato Excel». È uno tra i tanti meme antilavoristi che spopolano tra la Gen Z, generazione del benessere e della salute mentale prima di tutto, prima del lavoro.
Mereyem El Mehdati è Millennial, ma il suo Supersaurio (Blackie Edizioni, 2025), romanzo di esordio semiautobiografico, parla a tutti coloro che sono nati dagli anni ’90 in poi e che odiano il proprio lavoro.

Meryem ha venticinque anni, un nome che tutti pronunciano in maniera sbagliata e una laurea in traduzione. Vorrebbe continuare a studiare, o a fare qualcosa – qualsiasi cosa – che abbia a che fare con il suo percorso formativo, ma viene assunta come stagista nell’ufficio commerciale di Supersaurio, la più grande catena di supermercati delle Canarie, proprio perché sa le lingue. La ragazza ha una capa insopportabile e scaricabarile, Yolanda, e si innamora di Omar, affascinante dirigente che proviene dal continente e che sembra ricambiarla, fino a sparire completamente e trasferirsi. Tutto ciò che sa del mondo, lo sa grazie a Internet e alle fanfiction che le hanno tenuto compagnia lungo l’adolescenza. Meryem si potrebbe benissimo definire come una “internet kid“, ragazza cresciuta sulla rete, i cui pensieri e le cui consapevolezze sono nati sul web in opposizione all’ambiente arido in cui è cresciuta.
E Supersaurio è un romanzo che sembra figlio della cultura digitale perché è scritto come se fosse un tweet di 300 pagine (o, meglio, un profilo Twitter — uso volutamente il nome del social quando non era ancora di proprietà di Elon Musk). La forma stilistica non emerge solamente nella concisione e brevitas dei capitoli e dei paragrafi, ma anche — e soprattutto — nel lessico e nelle costruzioni sintattiche adoperate. Enumerazioni senza punteggiatura, parole in inglese tipiche del registro linguistico del web, linguaggio volutamente enfatico e caricaturale: chiunque abbia mai usato il social del defunto uccellino sa riconoscersi in uno stile che è proprio della comunicazione digitale. È una regressione formale e stilistica? È la globalizzazione della lingua, che viene sempre più plasmata su un modello anglosassone e tecnologico?
La forma di Supersaurio risulta efficace per raccontare una generazione confusa, nevrotica e attorcigliata: Mereyem è la classica studentessa di studi umanistici che si ritrova a fare un lavoro che non le piace, che non c’entra nulla con il suo percorso di studi, che sente che la sta completamente alienando. Il suo ruolo di stagista, tuttavia, le permette di guardare con un certo distacco le dinamiche aziendali e di contestualizzare tutte le loro assurdità rituali. La domanda sorge immediatamente nel lettore: riuscirà a mantenere la sua integrità morale?
Lo stratagemma narrativo impiegato dall’autrice è efficacissimo: suddividere il romanzo in tre parti, ciascuna contraddistinta da un indirizzo mail aziendale diverso, che indica l’avanzamento di carriera della ragazza. Infatti, nonostante tutto, nonostante il suo continuo sminuirsi, Meryem è brava nel suo lavoro, e per quanto lo odi, non può in nessun modo lasciarlo perché lo riconosce come sua fonte di sostentamento. E così emerge una delle contraddizioni più grandi del nostro tempo: la necessità di un lavoro che ci permetta di affrontare la vita in un sistema capitalistico che ci invita alla performatività, e la critica al sistema stesso, che è difettoso e rotto ma di cui non possiamo fare a meno. La protagonista, quindi, ci appare a tutti gli effetti un membro della “classe disagiata“, come la chiama Raffaele Alberto Ventura, ovvero quel gruppo di persone altamente istruite che nel mercato del lavoro non riesce a incontrare le proprie ambizioni ed è destinata a una vita perennemente insoddisfatta.
L’ambientazione di Supersaurio, ai margini della Spagna, è ottimale per intrecciare a una narrazione personale anche elementi sociopolitici: c’è l’overtourism che sta danneggiando l’isola, ci sono gli europei che si trasferiscono alle Canarie per godere della cosiddetta “vita lenta”, ci sono differenze di classe in cui le gerarchie aziendali sono evidenti anche in virtù della provenienza dalla Spagna continentale dei vertici. Ma soprattutto c’è una componente di razzismo e pressione coloniale che Meryem subisce: la ragazza è canaria, ma i suoi genitori sono emigrati dal Marocco, e questo basta per mettere in discussione le sue origini. Subisce una serie costante di micro-aggressioni: le viene chiesto da dove viene, il suo nome è scritto e pronunciato in mille maniere, tutte sbagliate. E quindi l’unico modo per esorcizzare la sensazione di non appartenenza in una terra di confine è l’ironia.
Come scrive Joanna Walsh nel suo saggio Girl Online (Verso, 2022), internet ha permesso la creazione di spazi liminali in cui è possibile esprimersi liberamente: le donne riacquisiscono le loro identità di donne e «una ragazza online diventa un avatar per essere chiunque». Più nello specifico, Legacy Russell in Glitch Feminism (Perrone, 2021)esplicita la possibilità per le donne razzializzate e appartenenti alle minoranze di emergere online in virtù delle loro caratteristiche innate, che la società occidentale tende a filtrare sotto una lente misogina, omofoba e razzista. Non sorprende, dunque, che Meryem – autrice e protagonista – sia cresciuta online: Twitter, Tumblr e Fanfiction.net sono spazi in cui anche coloro che abitano in isole in mezzo all’Oceano, ormai distrutte dal turismo e dal capitalismo, possono emergere con le loro voci peculiari.
Meryem è l’emblema di una girlhood vissuta su Internet, che è universale e così personale nella connotazione del particolare: ci verrebbe da dire che “è la globalizzazione, bellezza”. Nell’universalità della rete ci si riconosce: è normale odiare il proprio lavoro. È normale sentirsi inadeguate e spaesate dopo la laurea: nessuno ci prepara al mondo degli adulti. Nessuno ci allena all’opportunismo, alla falsità, all’incompetenza. E quindi, le ragazze devono sempre farsi piccole e dire di sì: quando esplodono sono sempre esagerate, drammatiche, troppo esigenti. Le ragazze si sentono economicamente svantaggiate in un mondo in cui l’unica misura del valore sono i soldi. Le ragazze non potranno perseguire le loro passioni e il loro interesse per lo studio perché “non hanno il carattere” per poter affrontare la carriera accademica. Quello reale non è un mondo a misura di ragazza, e allora si fugge online.
Online si può essere esagerate, melodrammatiche, sfacciate. Online si possono scrivere le storie che non si sono mai vissute, con le parole che si vogliono: la censura del sé che si opera nel mondo del lavoro cessa di esistere. E così, anche la situationship con Omar – che non si può chiamare in nessun altro modo se non con questo anglicismo – quando finisce è descritta nella sua tragicità comica: quando ci innamoriamo e il nostro cuore viene ferito, tutto sembra essere la fine del mondo. Ma se lo si scrive, lo si rilegge e ci si pensa su NON è la fine del mondo, è solo un altro pezzo della nostra storia personale su cui memare. E questo Meryem El Mehdati lo sa fare benissimo, perché ciascuna di noi ragazze, tra le pagine di Supersaurio ride, si identifica e si commuove. Sentirsi inadeguate a venticinque anni è normale – ma a volte, per capirlo, dobbiamo leggerlo.
In copertina: dipinto di Michael Carson