25.09.2025

Storia personale dei lunari e di come Barbanera sia stato un pirata, prima ancora di diventare un celebre astronomo

Note su “Lunario di Braccia Rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune” curato da Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario

La casa dei miei nonni paterni era un continente di malinconia e di tesori. Come avrei scoperto più avanti negli anni, i reperti più ghiotti si celavano dietro l’ovvietà di certi spazi domestici, nascosti in bella vista. Tutta un’infanzia passata a sognare di esplorare un giorno il sottotetto di quella casa, dove raccontavano che un tempo erano stati seppelliti i giochi di mio padre e dei suoi molti fratelli (prototipi di trenini elettrici, cosacchi a figura intera la cui icona era stata incollata su sagome di compensato, e altre delizie), quando invece il tesoro dei tesori se ne stava accucciato sulla mensola del camino, appena sotto il catechismo e gli Atti degli Apostoli.
Fu quella una lezione precoce sul senso di ogni ricerca. Redarguito malamente dai guardiani della soffitta dove non sono mai riuscito a penetrare (e i cui preziosi, tutti, alla morte dei miei nonni sono stati sbriciolati sotto la pressa dell’ordine borghese), assaggiai le prime dosi di quella tristezza che mi sarebbe stata compagna per buona parte della vita. Eppure fu proprio quell’apparente sconfitta, quella sottrazione in fondo ideale, fatta di oggetti che avevo vagheggiato attraverso i racconti ma di cui ignoravo l’aspetto, a concedermi la libertà di guardare altrove, di lasciare l’aurea familiare delle storie altrui e principiare, come nuova larva, la mia.

E così il pellegrinaggio penitenziale dalla soffitta alla cucina di un’affaccendata e taciturna nonna, mi portò senza volerlo sulla soglia del mio primo Barbanera. Un tomo dalla copertina arcana, con al centro una testa – a me pareva – di corsaro (in realtà astronomo) incorniciata in un ovale, e la cui tipografia ai tempi faticavo a decifrare all’impronta. Non era un libro del tempo presente, ma un sopravvissuto del suo lontano anno di edizione (non ricordo più quale, ma ciascun anno equivale all’altro nell’impasto delle ipotesi), e per questo diventava più prezioso e, non so perché, vagamente proibito. Il sospetto che tra quelle pagine fossero svelati fenomeni adulti fu subito confermato, ritrovandovi dispiegato quel mondo di cose a cui assistevo senza prendervi mai parte. La cura dell’orto e del giardino, la cucina, la lettura della luna. Che poi significavano, nel mio desiderio, il maneggiare attrezzi a rischio mutilazione, dosare sostanze potenzialmente velenose, accendere un fuoco, dare sapore al cibo. Insomma: la vita vera oltre la gabbia dell’infanzia. E poi c’erano i segni zodiacali, gli oroscopi, quelli sì severamente proibiti dal cristianesimo pauperista della mia famiglia. Nella casa del Barbanera facevano invece da amena costellazione al volto del pirata astronomo, come isole giustapposte di una carta nautica.

Barbanera, 1861

Non è difficile da comprendere ancora oggi la ragione di tanta attrazione, cresciuta poi con l’adolescenza e l’età adulta. Credo fosse la genuina aspirazione enciclopedica del volumetto, il suo mettere insieme in modo semplice cielo e terra, bisogni e scadenze, saggezza esperienziale e paure ancestrali legate alla carestia, alla prevenzione delle malattie. Insomma, l’almanacco era un saggio del mondo, nella sua essenza. Una cellula-atlante che componeva un tessuto totale, dove la luna e il fiorire dei fiori erano la medesima storia. Un’opera universale, anche per la sua naturale comprensibilità, come lo era l’epica omerica, una preghiera o un ex-voto. Il lunario come opera-mondo ante litteram.

«Venditore di lunari», espressione figurata per indicare editori, tipografi, librai da strapazzo, così come «compilatore, manipolatore di lunari», sta a indicare scrittori di poco conto. Soluzioni linguistiche che oggi mi suonano spaiate, crudeli, rispetto agli eredi più meno metaforici di quel libro originario in cui da lettore – e da scrittore – mi sono specchiato tanto a lungo. Penso a Il malpensante di Bufalino, al Lunario dell’orfano sannita di Manganelli, persino la declinazione ennesima dell’odiata espressione «sbarcare il lunario», in una traduzione Einaudi di Hand to Mouth di Paul Auster, che del lunario ha ben poco. Tutti a loro modo testimoni, come i lunari di cui portano il nome, di quello strano evento da cui si genera la possibilità di raccontare, ovvero il contatto tra la realtà delle cose di tutti i giorni – il reale, si direbbe con un termine più difficile – e la scrittura.

C’è tempo nei nostri giorni disperati, anche per una nuova – ma allineata al modo antico – tipologia di lunario. Lo ha pubblicato l’editore nottetempo, si intitola Lunario di Braccia Rubate ed è un’opera caleidoscopica a cura di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario. Tredici mesi lunari, all’interno di ogni mese le fasi del satellite e perché no le loro caratteristiche. Pagine in continua espansione attraverso rilievi e utili consigli, comprendendo e assimilando anche risorse del contemporaneo digitale, a dimostrazione che il genere non teme la perpetua metamorfosi del contemporaneo, anzi lo fa suo, lo ‘comprende’.
Nel sincretismo fatto di spigolature, ricette, pratiche di orticoltura e giardinaggio, allo scoccare di ciascuna luna piena corrisponde una meditazione dello yoga kundalini, perseguendo così un’impronta speculativa e spirituale insieme, che è la cifra di ogni lunario.
L’evoluzione del genere procede dunque spedita, di mutazione in mutazione, e la sua estinzione parrebbe assai lontana. Che sia un buon auspicio anche per i suoi lettori, ne abbiamo molto bisogno.

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