12.02.2026

Stelle e ferite. I racconti spietati dello Stellario di Alessandra Minervini

La nuova raccolta dell’autrice barese che illumina le voci e le storie dei suoi personaggi

«Raccontava che quando la pioggia sta per cadere e il cielo si rabbuia e non ci sono nuvole piene e nemmeno la vera pioggia si chiama petricore. L’attesa sentimentale della pioggia.»

Un petricore di odori, suoni, dolori, aspettative. Un’attesa che risuona nel racconto, nelle occasioni della vita, negli attimi. Questo è Stellario di Alessandra Minervini (Revolver edizioni), un dolore acuto e sottile che si espande tra le pagine, un taglio netto nelle vite dei personaggi, nelle vite di tutti noi, una spietata crudezza che è piena di sincerità. Per chi conosce Alessandra Minervini da anni, per chi ha letto i suoi manuali di scrittura e il suo romanzo Overlove, immergersi in Stellario è come ritrovare qualcosa di famigliare. Minervini è nelle pagine, nel suo stile che esplode e fa emergere una perdita, una crepa, un’increspatura. Nelle voci dei suoi personaggi, tra le punte dello stellario. «A cosa serve scrivere se non a essere spietate?». Diciassette racconti, diciassette mondi spietati, dove le parole feriscono, mutano, solcano le vite dei personaggi. Diciassette racconti fatti di voci, storie, persone, e di verità eterne.

La raccolta di racconti si apre con una famiglia normale, benestante, accogliente. E si chiude con un testamento, con l’esortazione ad andare avanti, a percuotere l’arte, l’azione, la verità a tutti i costi. Ogni racconto è una stella, una preghiera dello stellario, una freccia che colpisce al cuore di una verità: «Sotto tutto questo sporco il pavimento è davvero pulitissimo», recita l’esergo, dalle parole di Lydia Davis. E Minervini ci invita fin da subito a non soffermarci solo sulla famiglia borghese e felice, o sul Gran Sasso, o sul calzino di Paul Auster, a non rimanere incollati ai soli nomi, Gina, Nina, Vita, ma a guardare sotto lo sporco, a entrare nel vero mondo che è sotto le storie, che è al di là delle parole. Del resto, il racconto Fish and Chips si apre con un messaggio: “Buonasera, sono qui perché ho bisogno che qualcuno mi dica la verità”. E Alessandra Minervini ce la racconta, dalla prima pagina all’ultima.

Stellario è una raccolta di donne. Donne come zia Vita che diventa zia Morte, nel racconto Il venerdì sono sempre innamorata, dove i The Cure e il punk fanno da contralto al femminicidio e alla possessione. Donne come Nina, che decidono di vivere senza pregiudizi, libere, dalla bellezza tragica e profonda, spigolose come le punte dello stellario che dà il nome al racconto.
«Nina è sparita il diciannove di dicembre, in una mattina poco illuminata con un vento di fame. I suoi stivali, neri di camoscio con i tacchi sporchi di fango, sollevano da terra odori sconosciuti che le si appiccicano sul viso arrossato dal sonno. Quel giorno passò in fretta. Sono stati i successivi a diventare infinito».
Donne poete come Antonia Pozzi, con il suo fischio che la atterra sottacqua e la ricerca perduta della maternità. Donne sole, donne che hanno amato, donne madri, che la maternità la odiano o la trovano, e provano a combatterci ogni giorno. Madri non perfette, madri asfittiche, madri che disegnano bolle di sapone e creano cuori storti sulle porte dei vicini (Si muore una sola volta nella vita), che sono scappate e tornate, che non scappano ma vorrebbero, che aspettano le loro bambine dall’altra parte del mare.
Donne che hanno subito violenza e si ribellano alla vita (Femminile Futuro), donne che aspettano gli allori per bere e ricucire l’assenza (Gli allori), donne che ridono alla morte del proprio figlio, perché ridere è arrendersi (Il Gran Sasso).

Stellario è una raccolta di uomini, genitori, figli dalle esistenze incompiute. «Ogni tanto guardo mio padre e penso: per favore muori. Ma se muore perdo la pensione di invalidità. Sono cresciuto con la puzza del lavoro addosso. Ce l’ho avuta sui capelli, sulla pelle, sui vestiti. Ce l’ho avuta sull’uccello. La puzza del lavoro la portavo in dote» (La puzza del lavoro). Uomini carichi di rabbia, di voci che non sono più le stesse, rovesciate dalla vita, dal lasciare andare, dalla follia. «Perché la follia non esiste senza saggezza» (Il calzino di Paul Auster). Uomini come Italo Svevo e Giuseppe Berto che porta i fiori alla Pozzi, e si setta sulla stessa frequenza del suo dolore. Uomini che sono scomparsi e hanno lasciato la famiglia e l’amante, uomini che sono figli e vorrebbero strapparsi via la pelle in cui sono nati.

Alessandra Minervini sceglie il numero diciassette (e non è un caso), Alessandra Minervini sceglie diciassette fotografie (e stelle) di vita e di morte. Nel suo stile crudo e decadente calibra parole, virgole e graffi da restituirci, con una prosa così giusta che l’unico modo per definirla è usare l’aggettivo più banale di tutti: bellissima. Una poetica di simboli e svelamenti che invita a rileggere Stellario più volte, per immergersi e riemergere dalle storie.

«Le parole a volte non vengono giù, se decidono di non farsi trovare non si può far niente. Quando le parole non arrivano, bisogna inventarle.»

Stellario è l’oggetto magico, è il cuore che racchiude le contraddizioni umane, le delusioni, i desideri, le evoluzioni. È amore e assenza. È corpo e incompiutezza. Stellario è lingua, è segreto. E come il petricore, resta nell’aria, nelle voci, nei lettori.

Immagine di copertina: foto di Navi su Unsplash

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