25.07.2025

Senza la Terra siamo finiti. Orbital di Samantha Harvey

Booker Prize 2024, testo letterario e filosofico e poetico



Se dallo spazio osservassimo la Terra, cosa penseremmo? Ci sentiremmo sovrastati? Annichiliti? Oppure ebbri, colmi nel cuore e negli occhi della sua bellezza?
Sono poco più di seicento le persone che potrebbero – o avrebbero potuto – rispondere a queste domande. Una percentuale infinitesimale, certo. Se non considerassimo la letteratura. La letteratura ci conduce là dove non potremmo arrivare, finanche nello spazio.

Booker Prize 2024, Orbital di Samantha Harvey ha certamente segnato un prima e un dopo nella fiction contemporanea. Pubblicato in Italia dall’editore NN nella traduzione di Gioia Guerzoni, è il quinto romanzo della scrittrice inglese, che si è mostrata sorpresa della vittoria dedicandola a coloro che «parlano a favore e non contro la Terra, a favore e non contro la dignità degli altri esseri umani, delle altre vite, e a tutte le persone che parlano, chiedono e lavorano per la pace».

copertina orbital

Sei astronauti (quattro astronauti di nazionalità rispettivamente americana, italiana, inglese e giapponese; due cosmonauti di origine russa) percorrono a 28mila chilometri orari l’orbita terrestre per un totale di 16 albe e 16 tramonti nell’arco di ventiquattrore. A bordo della Stazione Spaziale Internazionale, definita dalla stessa Harvey «il simbolo di un’era che penso stia finendo, o sia già finita, un’era di riconciliazione e speranza post-guerra fredda», questi uomini e donne – «così uniti e così soli che ogni tanto persino pensieri e mitologie si fondono» – portano avanti la loro missione attraverso 16 giri intorno alla Terra – così come, nella simmetria del libro, sono 16 i capitoli nel romanzo. Tra esperimenti, necessario esercizio fisico e una routine fatta anche di chiacchiere goliardiche e silenzi dolorosi, gli astronauti fanno i conti con le proprie vite private, che osservano a distanza, impotenti. Ognuno nel proprio sacco a pelo, dividono il sonno in attesa che, ancora e ancora, l’universo si dispieghi davanti a loro. Come Chie, che apprende del lutto di sua madre proprio mentre è in orbita, o Roman, che continua a mettersi in contatto con perfetti sconosciuti via radio.

«Senza la Terra siamo finiti»: l’esistenza umana, rispetto all’immensità dell’universo, è praticamente impercettibile; viviamo su un pianeta collocato all’interno di una galassia, tra miliardi di altre galassie. Secondo la legge dei numeri, siamo insignificanti. Al bando, dunque, ogni visione antropocentrica! Ma Chie, Pietro, Anton, Roman, Shaun e Nell hanno la possibilità, proprio nell’immobilità di tale insignificanza, di riscoprirsi fortunati. Sono proprio le condizioni di questo viaggio che non ha le caratteristiche del vero viaggio – di fatto, non stanno andando da nessuna parte – a favorire, per ciascuno di loro, quello sguardo di contemplazione nudo e crudo. Messo da parte il futuro e tutti orientati a un presente che sembra continuo, è toccato loro in sorte di scoprire ciò che già conoscono ma che adesso si è fatto finalmente nitido.

«Prendi una creatura qualsiasi su questa Terra e vedrai che la sua storia è la storia della Terra, pensa all’improvviso. Da sola, quella creatura può raccontarti tutto. Tutta la storia del mondo, e persino tutto quello che potrebbe essere il futuro del mondo.»

In questa eccezionale sineddoche filosofica, Harvey ci racconta una verità universale: quanto più l’uomo è piccolo e insignificante, tanto più dovrà abitare la terra nel migliore dei modi possibili. A metà strada tra fantascienza, romanzo e speculazione filosofica, Orbital regala una delle immagini più straordinarie – e più semplici – possibili, e sfidando (superando) qualunque stereotipo ci dice ciò che già sappiamo: la Terra è l’unico pianeta che abbiamo, perché ostinarsi a distruggerla? Nella sua contemplazione più vera, quella di sei individui lontani. In questo sussurro, risiede la dichiarazione d’amore più autentica nei confronti di un pianeta che è madre, che è casa, che è tutto.

Descritto dal presidente della giuria del Booker Prize Edmund de Waal «un libro su un mondo ferito», sorprende invece che all’interno di queste pagine non sia presente alcuna recriminazione. Anche attraverso quello che a tutti gli effetti si rivela essere l’unico accadimento del libro – il tifone che sta per abbattersi sulla Terra, a cui gli astronauti assistono senza poter fare niente – declina ancora una volta al positivo ogni speculazione possibile sulle sorti della Terra.

Harvey

Harvey si è anzi spesso domandata se fosse il caso di proseguire con questa storia: chi avrebbe potuto interessarsi alle vicende di sei persone nello spazio da parte di una donna seduta alla sua scrivania nel Wiltshire? È probabile che la risposta, come spesso accade, si trovi proprio nelle sue pagine:

«Ovviamente l’universo non finisce allo scoccare della mezzanotte. Il tempo va avanti con il suo solito nichilismo, ci falcia tutti, straordinariamente insensibile al nostro desiderio di vivere. Ci abbatte. In un’altra frazione di secondo passeranno millenni e sulla Terra ci saranno post-esseri esoscheletrici-cibernetici-robotici-eterni che avranno imbrigliato l’energia di qualche stella sfortunata e la staranno consumando?»

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