16.09.2026

Se la morte ti raggiunge, raccontale una storia

Naufragi e splendori dell’umano nel romanzo “Quanto splende questo nero” di Marco Amerighi

Io l’altra notte mi stavo per schiantare con la macchina. S’è tutta sguanciata, poverina, e di sicuro tiene maldidenti. Mentre sentivo che sguanciava sulla strada mi sono sentito tanto offeso, perché io potevo morire pure – e mi dispiaceva – ma ho pensato che la mamma e qualche altra persona che mi vuole bene avrebbe tirato giù parecchie lacrime ed è veramente da cretini far piangere la mamma e qualche altro che ti vuole bene, così come da cretini è far venire dolore alla guancia della macchina. A me lo aveva detto, una voce, che mi sarebbe toccato presto, e allora ho pensato al Linchetto di Quanto splende questo nero di Marco Amerighi (Bollati Boringhieri) che se ti prende hai finito e che ti dice pure che fine devi fare. Per fortuna però sono qua, il Linchetto è stato buono: forse perché sapeva che avrei dovuto parlare di lui, di Enrico, del Viani e di un padre che se non stai accorto diventa vento.

Con Amerighi è sempre così, bontà sua: la questione diventa personale, perché Tappo lo tieni di fianco a scorrazzare, la televisione ti si riga di verde ed è meglio spegnerla e finisci in uno scantinato dove tieni chiuso tutto, così lo puoi controllare meglio. Fortuna che c’è Grazia a spiarti i fantasmi, a non giudicarti se la frutta nelle buste dal mercato è troppa, a sorvegliarti mentre decidi di incontrare quell’altro che ti cerca, dato che ti porti una storia in tasca, per quella storia ti sei ammalato e forse è il caso che la consegni a qualcuno per darle nuova vita, giacché se non lo fai «morto tu, morto lui». Sei la cerniera del Viani, Enrico, siete paralleli: toccherà aprirlo, il trogolo, farci uscire tutto, giacché uno pensa sempre ci sia tempo, ma poi quel tempo ti nevica sui baffi e la storia è bella che apparecchiata.

quanto splende questo nero

Andiamo a scoperchiare allora chi sia stato questo nascosto, troviamolo in una cosa così democratica da riuscire ad ammazzarci quasi tutti: quel padre che aveva lasciato la libera vita per farsi servo e per dare requie a te, ai tuoi e ad Emilia. Quel padre che stai andando ad incontrare con una «bella notizia in tasca», quel padre che per te non può avere tempo perché la regina ha pensato bene di morire e il pane agli ultimi va dato lo stesso, il pane e la frittella dolce che tenevi, ché quando la vita prende resto in tasca non ne lascia, anzi pensa bene a come preparare le cambiali: «ci hanno mandati via tutti» sono le ultime parole – il resto diventa acqua, con le lacrime rabbiose piante di notte, con Rinaldo ormai «sagoma» e con la mamma, «madonna dai denti sfinestrati» (pubblichiamo perdio gli autori di lingua, pubblichiamoli, altrimenti saremo già artificiali e poco intelligenti) che lo scialle nero lo rifiuta perché la fame fa male ma l’elemosina è peggio. Da allora è tutto mare, con te che rischi di «ingrossare il cimitero» a furia di cadere in acqueitrini o derivati e col «tiro di dadi» delle uscite paterne, ché quella sagoma ti tocca abbracciarla non per affetto ma per evitare che si lasci cadere. Col Linchetto che ha delle cose da dirti che fanno rima con le precedenti – «se il tuo destino è morire affogato, morirai affogato. Fosse anche a miglia di distanza dal mare» – e con Fortunato, abile lottatore (nel lotto) e imprecatore (nelle madonne), che ti insegna la vita e le bestemmie. Col mescolarsi di due o più vite che le disgrazie e i segni neri (li chiama così Rapino e ha ragione) saldano in maniera indissolubile.

Ad Amerighi ha fatto visita il Mangiabuchi di Giovanni Arpino, ne sono certo, uno dei pochi abili «a saltare da un affare all’altro» quando ci sono da sbrigare le questioni inevitabili: si sa, i personaggi bravi vanno dagli scrittori capaci. Il resto ce l’ha messo lui andando ad assecondare una storia che lo prendeva e andando a cucirla con la lingua che meritava, un toscanenglish (dio perdoni questa vergognosa espressione: non mi risparmierà al prossimo incidente, ora ne sono certo) che fa rivivere la Molly pascoliana, bimba dolcissima, di Italy – l’ammerica è la stessa, «bye bye americaine», la Garfagnana è a meno di cento chilometri. Tra tutto però, tra le fughe, i tentativi, gli avvitamenti e le paure, tra le ombre lunghe delle famiglie e le voci che ti sussurrano la fine c’è una cosa, una cosa così importante, che quasi ho capito perché sono stato risparmiato: Amerighi ha decifrato l’enigma, è uscito dalla stanza, ha dovuto rivelare a se stesso e a tutti che un punto esiste, uno solo, alla fuga – l’accettazione della provvisorietà, delle cose che sono finché possono essere. Si può essere randagi e cercare di svanire, ma prima bisogna esserci stati: «non ce ne andremo mai, disse», «tutti se ne vanno prima o poi» è la risposta.
Ciao Amerighi, ti sei risolto. E, macchina a parte, hai risolto anche me.

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