Margaret Atwood era a Praga quando Il racconto dell’Ancella cominciò a prendere una forma precisa nella sua mente. Era il 1984 e si trattava della Praga comunista, nella quale erano proibiti perfino i libri di Kafka. Di recente, nella sua autobiografia (Le nostre vite, Ponte alle Grazie), Atwood ha osservato che la narrazione di Offred – la protagonista di Il racconto dell’Ancella – è accostabile agli scritti del samizdat, «che venivano portati di nascosto in Occidente durante la guerra fredda», o anche a Kaputt di Malaparte. Stiamo parlando quindi non soltanto di un romanzo avverso al potere, cioè un libro da combattimento, ma anche di un’opera proibita, da bandire. Un libro potente e pericoloso.

Nolite te bastardes carborundum è il celebre refrain latino del romanzo, ovvero pressappoco Che i bastardi non ti schiaccino, sebbene nel finale del suo diario “orale”, quando si crede ormai senza speranza, Offred scriva che ormai neanche questa frase significa più niente, come a dire che la vera rivolta non si fa a colpi di slogan o di frasi a effetto. La rivolta si fa con l’esempio, con il coraggio. La rivolta si può tentare di fare con la testimonianza.
Nel secondo Novecento non ci si aspettava che una donna scrivesse il Grande Romanzo del Suo Tempo, compito che, consapevolmente o meno e con qualche celebre eccezione, era assegnato piuttosto agli uomini; di conseguenza molte scrittrici di genio e di talento si rifugiavano nei vari rami del romanzo di genere. È il caso di Patricia Highsmith, o di Doris Lessing. È certamente il caso di Margaret Atwood.
Una lettrice straordinaria di Atwood, Michela Murgia, sosteneva che Il racconto dell’Ancella non fosse affatto una distopia. Lo dice nel sesto capitolo di Stai zitta (Einaudi), pamphlet che potrebbe essere definito una reazione artistica e intellettuale proprio al romanzo di Atwood, e la dichiarazione è opinabile ma in fondo non sbagliata, come l’accostamento fra il maschilismo e il nazismo che osa il professor James Darcy Pieixoto nelle pagine finali di Il racconto dell’Ancella, accostamento che, forzando un po’ le interpretazioni, può aver portato la stessa Murgia di Stai zitta a scrivere che «nascere in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli di un boss mafioso». Una frase molto forte, che tuttavia avrebbe potuto dire – se non la narratrice di Il racconto dell’Ancella – Moira, la sua amica più ribelle. O magari la madre di Offred, una femminista contemporanea a Atwood. Perché c’è molta letteratura femminista in Il racconto dell’Ancella.

«La mia stanza, dunque» scrive a un certo punto Atwood, cioè Offred, anche se, certo, Offred non è il suo vero nome bensì, come spiega Atwood in Le nostre vite, un nome preceduto dalla preposizione of, come a significare che nel mondo di Gilead nessuna donna appartiene davvero a se stessa ma è sempre “di” qualcuno, vale a dire di un uomo. Come gli schiavi afroamericani prima di Lincoln.
La stanza di Offred, dunque. E Offred prosegue, nella traduzione di Camillo Pennati (sempre per Ponte alle Grazie): «Ci deve essere qualche spazio, alla fine, da rivendicare come mio, anche in quest’epoca.» Il rimando a Virginia Woolf è evidente. E quando è sulla “Partomobile”, dopo un parto che è stato una mostruosa orgia di sangue, con i seni che le dolgono e perdono latte finto, nel terrore estenuante del proprio fallimento biologico, Offred si rivolge alla sua madre perduta:
«Mamma, ovunque tu possa essere, mi senti? Tu volevi una cultura delle donne. Bene, eccotene una. Non è ciò che intendevi, ma esiste. Accontentati di questa piccola gratificazione inattesa.»
Tuttavia – oltre che un romanzo contro il potere – Il racconto dell’Ancella è anche altro. È un grande libro sulla memoria, per esempio, perché Offred ricorda di continuo com’era la sua vita prima del disastro, rimembrando il suo amore per Luke e per la figlia che le è stata tolta. E se è un grande libro sulla memoria è conseguentemente un grande libro sul tempo, su cosa significa perdere ciò che si ha e agognare di ritrovarlo o viceversa rassegnarsi alla disperazione e al dolore che ci infligge il Male, cioè il Potere. (Si ritorna sempre al Potere, in Atwood).

Margaret Atwood ha scritto il libro a quasi cinquant’anni, quando di solito gli scrittori – anche molti grandi scrittori – sogliono riposarsi con strutture classiche, “sicure”. Lei no. Il racconto dell’Ancella è un romanzo ribelle scritto da un’autrice ribelle al meglio delle proprie forze. È un libro che osa molto e che perciò sorprende e sa catturare. Atwood cerca una forma nuova, a tratti, talvolta riuscendoci e talaltra no, ma sempre senza perdere di vista la narrazione e quindi la godibilità della lettura: perché le donne, a differenza degli uomini, di rado nel Novecento potevano contare sull’attenzione dei critici e dovevano dunque procacciarsi prima il pubblico e poi – eventualmente – il rispetto dei lettori di professione.
Atwood ha saputo procurarsi la stima sia del pubblico che della critica. Oggi è considerata – è – uno dei più grandi scrittori viventi di lingua inglese. Il secondo romanzo sulla dittatura di Gilead, I testamenti (Ponte alle Grazie, 2019), meno solido di Il racconto dell’Ancella ma comunque bello, qualche anno fa ha vinto il Booker Prize. Si è parlato spesso di Atwood per il premio Nobel, ma evidentemente a Stoccolma pensano che sia un’autrice troppo godibile, per non dire troppo brava. Quando un autore si legge con facilità la maggioranza dei critici si insospettiscono e gridano alla truffa. Peggio per loro. Intanto in Russia i libri di Atwood sono proibiti da anni. Chissà che prima o poi non li mettano al bando anche negli Stati Uniti di Trump, visti i tempi di tenebra che viviamo. Allora sì che la “distopia” diverrebbe reale.