23.12.2025

Se il poeta muore a Gerusalemme

Torna in libreria “Il ritorno di Isaak de Vriendt” di Arnold Zweig, una storia che si oppone a ogni nazionalismo nel mondo a partire dal sionismo

Arnold Zweig, nato a Głogów, nell’attuale Polonia, nel 1887, e morto a Berlino Est nel 1968, è stato un ebreo tedesco che, in seguito all’esperienza come soldato e poi tenente nella Prima Guerra Mondiale, forte dei suoi variegati interessi per la germanistica, la filosofia, la sociologia, la storia dell’arte e l’economia e di una rinnovata attrazione per la sua religione d’origine dopo essere entrato in contatto, sotto le armi, con le tradizioni spirituali e intellettuali dell’ebraismo orientale, si è affermato come uno degli scrittori più importanti e originali della letteratura tedesca ai tempi dell’espressionismo.

Amico di Bertolt Brecht e Lion Feuchtwanger, corrispondente di Sigmund Freud da lui chiamato “padre” e per un periodo paziente dell’allora giovane psicoanalisi, all’avvento del nazismo in Germania nel 1933 si rifugiò in Palestina. Ritornò in madre patria quindici anni dopo, lo stesso anno della fondazione dello Stato d’Israele, stabilendosi nella DDR, a Berlino Est, dove divenne presidente dell’Accademia tedesca delle arti e ricevette il Premio Lenin per la pace nel 1958. Forse un po’ oscurato dalla fama del più celebre Stefen Zweig, che a differenza del suo omonimo non riuscì a sopportare il peso delle distruzioni al “mondo di ieri” portate dal nazismo e notoriamente si tolse la vita in Brasile nel 1942, Arnold Zweig rimane un autore cruciale per la cultura tedesca e la cultura ebraica della prima metà del secolo breve. Il suo romanzo più celebre, La questione del sergente Grischa, pubblicato nel 1927, si incentra su un episodio controverso del finire della Seconda Guerra Mondiale, ma nella sua prolificità Zweig produsse anche importanti saggi e interventi sul tema dell’ebraismo imponendosi poi, al termine del conflitto bellico, come una voce importante del fronte marxista e pacifista. L’Orma Editore riporta ora in Italia una sua opera sorprendente, Il ritorno di Isaak de Vriendt. Intrigo a Gerusalemme, per la traduzione e la cura di Eusebio Trabucchi, a più di sessant’anni dalla sua prima e finora unica edizione in italiano, con il titolo spurio di Ritorno ai patriarchi.

Arnold Zweig

Il ritorno di Isaak de Vriendt è un’opera che trascende la semplice narrazione storica per diventare un’indagine profonda sulla psiche individuale e collettiva, sulla fragilità delle istituzioni e sulla tensione tra moralità e violenza, tracciando inoltre un ritratto sorprendente e rivelatorio sulla complessità del dibattito interno all’ebraismo in materia di sionismo nel periodo antecedente l’Olocausto. Non per nulla questo fu l’ultimo romanzo scritto da Zweig prima di espatriare: pubblicato in Germania nel 1932, poco prima della caduta definitiva della Repubblica di Weimar e dell’ascesa del nazismo, Il ritorno di Isaak de Vriendt trae spunto da un fatto realmente accaduto nella Palestina mandataria, l’uccisione del poeta olandese Jacob Israël de Haan nel 1924, e lo trasforma in una parabola universale sulla vulnerabilità dell’individuo e della società. Isaak de Vriendt, poeta, giurista ed ebreo assimilato, viene assassinato per le sue posizioni critiche nei confronti di alcune correnti del sionismo e per il suo legame ambiguo con un giovane arabo. Intorno a questo episodio, Zweig costruisce un affresco complesso fatto di contraddizioni identitarie, tensioni religiose e politiche, sospetti, tradimenti e speranze di convivenza, tutte sistematicamente infrante dalla realtà storica e dalla narrazione polifonica che lo scrittore ne dà. Retrospettivamente Zweig dirà di aver scritto il primo romanzo storico sullo Stato di Israele.

La figura storica di de Haan viene liberamente trasfigurata da Zweig nel personaggio immaginario di Isaak de Vriendt, spostando anche l’ambientazione temporale dal 1924 al 1929; la storia di questo fosco omicidio, inizialmente e pregiudizievolmente attribuito al clima di conflitto tra ebrei e arabi sul possesso della Palestina durante il mandato di governo britannico, poi compreso come conseguenza dei conflitti interni alla politicamente e religiosamente variegata comunità di ebrei residente a Gerusalemme, è per lo scrittore un’opportunità straordinaria di tratteggiare la complessità del clima politico, storico e culturale di quegli anni in Palestina, già caratterizzati da una difficile convivenza tra ebrei da poco emigrati e arabi lì residenti da generazioni, e occasionali exploit di violenza. Non è insomma la verità storica e umana di Jacob de Haan a interessare Zweig, ma il nodo di problemi irrisolti su cui il suo omicidio permetteva di far luce. «Credo che si comprenderà facilmente quali elementi mi affascinassero: le contraddizioni e le fratture che segnavano la sua personalità, l’enormità del talento, i pregiudizi, gli slanci d’ardore e l’esito inevitabile che lo attendeva. I dettagli della sua vita privata non mi interessavano; davanti alla sua sfera personale mi fermai rispettosamente, anche là dove sembravano condurre negli abissi di un animo umano. Non cercai i suoi amici per interrogarli sulla sua persona», scrive Zweig nella sua postfazione all’edizione olandese del 1933. «Nella muta e irredenta realtà del suo destino, compiutosi otto anni fa a Gerusalemme, per me era contenuto un mandato. Con ogni evidenza, quel mandato significava: critica del nazionalismo moderno attraverso la critica del nazionalismo ebraico; critica del dopoguerra mondiale attraverso la critica del nostro dopoguerra ebraico; illuminare i conflitti d’idee della nostra epoca sconvolta attraverso le lotte dei personaggi del mio libro, nei quali prendono corpo quegli stessi principi che animano la nostra epoca ebraico-sionista e socialista».

Arnold Zweig
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Con un incipit folgorante Zweig introduce il protagonista Lolan B. Irmin: «L’uomo più importante dei servizi segreti dell’amministrazione della Giudea (Palestina meridionale) viveva quella mattina la sua ‘giornata europea’. Così chiamava uno stato d’animo che lo coglieva di tanto in tanto; allora il cuore gli pesava nel petto, soffriva di accessi di sudore e lo pervadeva un senso di pigra sonnolenza in cui si stupiva di tutto ciò che gli capitava o lo riguardava: della propria attività, della città di Gerusalemme, di quella terra, e perfino di sé stesso». Gerusalemme è descritta nel romanzo come «una città senz’acqua, senz’alberi, senza pace, dove cinquantadue diverse sette e nazioni covavano una segreta acredine l’una per l’altra»: è su questo sfondo che si svolgono le vicende di Lolan B. Irmin, di Isaak De Vriendt, del suo amato giovane arabo Saud e del suo omicida Mendel Glass. A più riprese, e soprattutto attraverso il personaggio di Irmin, Zweig sottolinea la difficoltà della politica in Oriente: «Per far politica in Oriente occorreva molta saggezza, e purtroppo non era sempre data a chi ne avrebbe avuto più bisogno. Proprio no», aggiungendo una riflessione sulle fragilità umane e istituzionali che spesso ostacolano la giustizia e la lungimiranza: «Gli arabi volevano un’Arabia libera sotto governanti propri. Pareva però che agli arabi mancasse l’astuzia degli ebrei dell’Europa occidentale, che costruivano il Paese con tutte le loro forze e, nella persona del professor Weizmann, portavano avanti la causa sionista con intelligenza e ostinazione, senza lasciarsi scoraggiare da rappresaglie, vessazioni e neppure da rivolte sanguinose. Destreggiarsi in quel garbuglio era un vero inferno».

Coinvolto anima e corpo nelle vicissitudini di Gerusalemme ben più di Irmin, una sorta di Pasolini ante litteram se vogliamo, il title character Isaak De Vriendt rappresenta il cuore morale e intellettuale del romanzo. La sua tensione interiore e la lucidità critica emergono attraverso riflessioni che esprimono il contrasto tra l’aspirazione all’ideale e le necessità pragmatiche della vita: «Se solo riuscissi una buona volta a dedicarmi alla mia grande opera, invece di sprecare il mio tempo con i nemici della Torah, gli ebrei pagani, quei cani che svendono il nostro immenso patrimonio spirituale per… la democrazia!». Non risparmia critiche nemmeno a figure emblematiche del pensiero politico di quegli anni, vicine pure all’ideologia a cui aderì lo stesso Zweig, prendendosela con «quel figlio battezzato di devoti rabbini, nato a Treviri, dove si adora la Sacra tunica, e che si chiama Karl Marx». Ben lontano dal disprezzare gli arabi di Gerusalemme per motivi razziali o religiosi, e anzi incline ad intrecciare relazioni amorose con i più giovani di loro, De Vriendt al contrario disprezza molto più degli islamici i sionisti che ai suoi occhi secolarizzano l’ebraismo e abbandonano le sue tradizioni per meri scopi territoriali, politici ed economici. A volgere lo sguardo sulla Gerusalemme del 1929, e sulla Terra Santa tutta, De Vriendt non può fare a meno di pensare che «quando il Messia sarebbe giunto e avrebbe radunato l’intero suo popolo dai quattro angoli della Terra, fra squilli di tromba e portenti, quel luogo sarebbe apparso ben diverso rispetto a oggi, afflitto dal lento stillicidio che ai sionisti piace chiamare ‘ritorno del popolo ebraico’».
De Vriendt si pone come custode della tradizione e come vigile critico nei confronti dei liberali e dei sionisti, tanto da ammettere anche la possibilità di andarsene da Gerusalemme, una volta appreso delle minacce provenienti nei suoi confronti dalla famiglia di Saud, e di andare a cercare proseliti e finanziamenti in Est Europa: «Lui, Isaak Josef de Vriendt, poteva proseguire la propria lotta ovunque i custodi della Torah fossero oppressi dalla presunzione degli ebrei pagani e dallo scarso fervore di quelli liberali che assumevano a concezione del mondo la vaghezza dei protestanti come la maniera più comoda per liberarsi di Dio». In vista di un possibile congresso a Vienna dei rabbini ortodossi, De Vriendt accetta obtorto collo un’alleanza con i liberali per provocare il collasso dei sionisti, arrivando persino a considerare una potenziale collaborazione con la sezione ebraica del Partito comunista dell’URSS, che pure evoca nella sua mente il fantasma paralizzante di una Palestina socialista. Il romanzo menziona anche l’ipotesi della colonizzazione ebraica dell’Uganda, proposta inizialmente da Herzl e poi rifiutata dagli ebrei russi, fedeli al progetto di Sion.

De Vriendt è anche poeta, e attraverso i suoi versi, dal forte sapore gnostico, Zweig esplora la tensione tra umano e divino, tra corpo e spirito: «Hai creato l’uomo con un progetto beffardo/la carne ci corrompe e ci svuota/ma in noi hai anche impresso/il marchio indelebile del Tuo spirito». La scena della morte di De Vriendt è particolarmente impressionante. Dopo essere stato accoltellato, egli sprofonda in un’incoscienza abitata da sogni dalle forti allegorie bibliche, lasciando sul cadavere un’aria di serenità tale da apparire «redento come il figliol prodigo, a cui era stato perdonato tutto» – serenità del rigor mortis che contrasta completamente con la sommossa che si scatena al momento del funerale del poeta, e della successiva scia di sollevazioni ed omicidi che si propagano per tutta la città.

Arnold Zweig

Già nei capitoli precedenti del romanzo erano emersi momenti di tensione tra ebrei e arabi: la questione del Muro del Pianto, in cui agli ebrei viene contestata dalle stesse autorità britanniche la presenza, su un territorio legalmente appartenente alla comunità islamica, di sedie, di un tavolo e di una parete di cartone per separare le donne dagli uomini, viene indicato come il “Giorno dell’espiazione più travagliato da secoli”. Particolare attualità riveste l’affermazione che – in una situazione di semi-occupazione e di convivenza forzata in cui «il terrore e la pace regnano fianco a fianco, un’oppressione brutale provoca una reazione altrettanto brutale». In uno dei passaggi più significativi de Il ritorno di Isaak De Vriendt, la riflessione di Zweig sulle tensioni sociali e sulle oppressioni si fa universale, quasi entomologico: «Gruppi, persone e perfino specie diverse di formiche, se provengono da due insiemi totalmente distinti che convivono senza aver ancora imparato a rispettare le reciproche forze, cadono facilmente preda delle tensioni accumulate»; quando queste forze si manifestano in un aperto conflitto, «a essere svelata è la natura più profonda dell’essere umano: entusiasmo per gli obiettivi sbagliati e cieca brama di morte, fervore per le tradizioni ancestrali e forte desiderio di arricchirsi senza sforzo, eliminazione della concorrenza economica e piacere infantile per la distruzione». La scoperta che dietro l’omicidio di De Vriendt ci sia non la famiglia di Saud, scandalizzata dai rapporti sessuali tra il poeta e il ragazzo, bensì l’ebreo Mendel Glass, fa allora luce su un ebraismo fuori di sesto coinvolto in una lotta innanzitutto endogena e fratricida per il controllo della Palestina e, ancora più in generale, del diritto di parlare a nome dell’ebraismo in quanto tale: un’intuizione potentissima, di inscalfibile attualità, che spiega da sola la scelta editoriale di ripubblicare Il ritorno di Isaak De Vriendt nella complessa congiuntura storica che stiamo vivendo.

L’edizione del romanzo pubblicata da L’Orma Editore presenta in appendice anche un estratto dal carteggio tra Arnold Zweig e Sigmund Freud a proposito de Il ritorno di Isaak De Vriendt, che il secondo lesse a ridosso dell’originaria pubblicazione in tedesco. Il padre della psicoanalisi mostra di apprezzare il romanzo, e rileva come la donna giochi a malapena un ruolo in questo «libro di lotte e conflitti tra uomini», che esplicita per giunta la tematica dell’omosessualità; dimostra apprezzamento anche per la figura del protagonista Irmin, pur annotando scherzosamente di dubitare «che vi siano molti inglesi nel Secret Service che somiglino tanto ad Arnold Zweig». Una lettera di Zweig a Freud del 30 novembre 1932 illumina anche i retroscena della composizione del romanzo, raccontandogli innanzitutto di quando aveva appreso la notizia della morte di Jacob de Hann: «Da tutto ciò avevo tratto il soggetto per una novella che volevo scrivere, e che poi dimenticai. In Palestina, questa primavera, la storia mi è tornata di colpo vivissima, e il 5 marzo la abbozzai su una terrazza di Gerusalemme. Il 6 marzo era già crollata: alla mia prima domanda sull’assassino di de Haan mi risposero che non era un arabo, ma un ebreo, e che il nome dell’omicida era ormai noto. Ma il 6 marzo già appariva chiaro che proprio grazie a quel crollo il progetto aveva raggiunto la sua vera dimensione».

Con Il ritorno di Isaak de Vriendt, Arnold Zweig ci consegna un’opera che non si limita a ricostruire un episodio controverso della storia del sionismo, ma che illumina le contraddizioni profonde di un’epoca e di una comunità sospesa tra conflitto e rinascita. Rileggere Zweig oggi significa ritornare a una scrittura che osa guardare negli abissi della storia senza arretrare, e che trova nella letteratura lo spazio per dire ciò che la cronaca non riesce a trattenere: il peso delle contraddizioni, la fragilità dei principi, l’ambiguità dei sentimenti. Il ritorno di Isaak de Vriendt è una tragedia intessuta di desideri e di paure, di slanci spirituali e mire politiche, un laboratorio narrativo in cui l’autore saggia i limiti dell’identità e della ragione politica per far luce sui chiaroscuri della Storia. Che un testo simile torni oggi a circolare è un invito a non dimenticare la complessità delle origini, dei conflitti e delle memorie che continuano a plasmare la nostra percezione della Terra Santa – e, insieme, a riconoscere in Zweig uno dei pochi scrittori capaci di restituire quella complessità nella sua forma più nuda e necessaria. Nel destino di Irmin, di De Vriendt e dei personaggi che li circondano si riflettono tensioni identitarie, politiche e spirituali tuttora aperte, che fanno di questa riscoperta editoriale non un semplice omaggio al passato, ma un incoraggiamento e una guida per comprendere la complessità del presente.

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