22.02.2026

Scrivere le parti rosse. Maggie Nelson e l’indicibile fatica di stare sulla Terra

Tra memoir, true crime e saggio, il volume dell’autrice americana esplora il trauma attraverso la pagina letteraria

«Instead I feel a space growing between this man
and Jane, a space like a windy corridor.
This corridor exists to separate murder
from murderer. From here I see
it is Jane’s murder
that interests me.
His crimes do not.»


«The spirit of Jane/ lives on in you, / my mother says». «Lo spirito di Jane vive in te» è ciò che la madre della scrittrice Maggie Nelson, nonché sorella di Jane, dice alla figlia in uno dei testi poetici che compongono Jane: a murder, uscito nel 2005 e non ancora tradotto in italiano. Ha detto, o forse lo ha solo pensato. Non importa. Fatto sta che quella morte, insieme all’impossibile elaborazione del lutto da parte dei familiari, ha inciso profondamente sull’infanzia della scrittrice, e in generale sulla sua vita, come emerge in Jane e nel successivo The red parts. Autobiography of a trial, uscito nel 2007 e ora finalmente pubblicato dalla casa editrice nottetempo nell’accurata traduzione di Alessandra Castellazzi con il titolo Le parti rosse. Autobiografia di un processo.

Quando nel marzo 1969, a soli ventitré anni Jane viene trovata morta nel cimitero di Denton, in Michigan, uccisa con due colpi di pistola alla testa e poi strangolata con dei collant, la scrittrice Maggie Nelson non è ancora nata. Due anni dopo la morte della zia, nel 1971, nasce la sorella Emily, e a seguire, nel 1973, Maggie. Durante l’infanzia non sono tante le cose che Nelson sa della zia: due date di nascita e di morte, tra parentesi, che in una poesia definisce nude e crude («The bare brackets»); e un’unica foto, appesa nella camera da letto dei genitori, che ritrae Jane con indosso un lungo impermeabile. Soltanto più tardi Nelson scoprirà che Jane indossava un’impermeabile anche la notte in cui è stata uccisa, domandandosi legittimamente se si trattasse dello stesso e, se sì, quale effetto abbia potuto avere su di sé averlo guardato per così tanto tempo: «What if / it were the same coat / as in the picture,/ the one /I looked at all those years?».
Pochi indizi – come quelli lasciati dall’assassino sul luogo del delitto («Fresh tire tracks / and the heel print / of a man’s shoe, / the only clues») – ma significativi al punto da giustificare l’ossessione che accompagna l’autrice nell’indagare il delitto, nonché l’identificazione con la stessa zia, e la ricerca o semplicemente l’evidenza di stupefacenti coincidenze, come la pubblicazione di Jane il giorno del proprio compleanno; le bozze stesse del libro Nelson le invierà alla madre per il suo sessantesimo compleanno nel 2004, un anno prima della pubblicazione. La celebrazione della vita è indistricabile dalla commemorazione della morte. «La morte improvvisa è un modo – un modo terribile, immagino – di congelare i dettagli di una vita» e di trasformare «una sfilza di oggetti quotidiani – un impermeabile, un paio di collant, un libro in formato tascabile, un maglione di lana – in prove numerate, in talismani che minacciavano di assumere proporzioni allegoriche a ogni passo».

maggie nelson

Ma ancora più sorprendente, a proposito di coincidenze, è la telefonata di un investigatore della polizia del Michigan che, sempre nel 2004, annuncia alla madre che il caso di Jane, ufficialmente irrisolto per trentacinque anni, si sta avviando alla soluzione. Il detective-sergente Eric Schroeder ci sta lavorando da cinque anni, gli stessi che Maggie Nelson ha impiegato nello stesso periodo per scrivere Jane.
Due indagini parallele, molto più vicine di quanto si possa sospettare: è così che inizia Le parti rosse, un libro pazzesco per la capacità, ormai più che assodata, di Nelson di ibridare i generi fino a comporre un memoir in cui le vicende personali di una famiglia devastata da una morte orribile e imperscrutabile si mescolano alle ossessioni di una società violenta e malata, come le citazioni di libri e pellicole, disseminate abilmente nel testo, sottolineano; e come lo stesso processo accompagnato e commentato da giornali e trasmissioni televisive dimostra. Basti questo passo scritto da Nelson per raccontare i minuti precedenti un’intervista televisiva:

«Sono qui perché Jane Mixer possa unirsi a JonBenét Ramsey, Elizabeth Smart, Laci Peterson, Chandra Levy, Natalee Halloway nel club delle ragazze bianche morte della settimana? Ragazze la cui vita e la cui morte, a giudicare dall’orario della messa in onda, sono più importanti di tutte le persone non bianche uccise, disperse e sofferenti messe insieme?
Sono qui perché volevo – voglio ancora – che la vita di Jane “conti”. Ma non voglio che conti più delle altre.
Sono qui ora, mesi dopo, a Los Angeles, a scrivere tutto questo, perché voglio che la mia vita conti? Forse. Ma non voglio che conti più delle altre.
Voglio ricordare, o imparare, a vivere come se contasse, come se tutte contassero, anche se non è così.»

Nelson ha scritto un libro insieme intimo e politico, anzitutto necessario, in cui al racconto delle indagini e del processo, specchio implacabile dei nostri tempi, si aggiunge un’acuta e altrettanto necessaria riflessione sulla scrittura, sui suoi poteri ma anche sui suoi limiti. «All’uscita di Jane, nel marzo del 2005, Schroeder leggerà ogni poesia munito di evidenziatore». A Nelson confessa che è il primo libro di poesie che legge nella sua vita, e la scrittrice a sua volta gli risponde che è la prima volta che un suo testo viene evidenziato da un investigatore della Squadra Omicidi. Un incrocio stravagante, quasi umoristico, che potrebbe suggerire la sceneggiatura per nuove puntate della serie True Detective, ma che nel libro apre la pista a considerazioni importanti sul lavoro della scrittura. Che differenza c’è tra l’indagine dell’investigatore e quella della scrittrice? Ma soprattutto che cos’hanno in comune?
Innanzitutto entrambe possono portare a scovare l’assassino: ma se quella dell’investigatore mira consapevolmente a raggiungere l’obiettivo, quella della scrittrice, nonché nipote della vittima (particolare non trascurabile), teme e nel contempo spera di imbattersi nell’assassino, attratto dal libro e dalla sua foto in copertina. E tuttavia «le possibilità che entrasse in contatto con un libro di poesie erano praticamente pari a zero».
In realtà, secondo Nelson «qualsiasi strizzacervelli da due soldi, o collega scrittore» avrebbe visto in questo suo atteggiamento ambivalente «una metafora estrema e preconfezionata delle selvagge speranze che accompagnano l’atto della scrittura in sé, e in particolare della scrittura di storie di famiglia che la propria famiglia preferirebbe rimanessero intoccate, inudite». È un passo ineccepibile, questo, e particolarmente rilevante, in cui affiora un’altra questione legata ad entrambe le indagini, ovvero l’autorizzazione a scrivere della vita di una giovane donna che non c’è più, e che non può ribattere. Il non sentirsi in diritto a parlare è ciò che scatena il sentimento della vergogna, su cui Nelson ritorna più volte. È quello che proviamo anche noi, come lettori, quando l’autrice racconta ogni fase del processo e descrive meticolosamente le fotografie mostrate in aula. Di fronte a quel corpo esibito, alla sua vita messa in scena, non possiamo che vergognarci.

maggie nelson

È possibile indagare la morte di un corpo senza fare un torto alla memoria della sua giovane vita? Se l’indagine giudiziaria, al limite della pornografia, ci pone di fronte al sentimento della vergogna e conseguentemente al tabù della violenza, non è che la scrittura letteraria ci metta completamente al riparo da tali conseguenze. È la stessa Nelson a dirlo, quando osserva che lo stare seduta in tribunale ogni giorno, a prendere appunti e annotando tutti i particolari macabri, non la rende «né diversa né migliore degli altri». O quando parla della «licenza poetica» con cui ha ritagliato e montato i pezzetti della vita della zia per scrivere Jane. Il fatto che sia “poetica” forse l’autorizza più di altri?
«In ogni volontà di conoscenza c’è una goccia di crudeltà» afferma Nietzsche, riportato in esergo insieme a un versetto tratto dal Vangelo di Luca. Ed è proprio la crudeltà che Nelson attraversa in questo viaggio dentro la vita e la morte di Jane, che è insieme un viaggio dentro le vite e le morti della propria famiglia – in primis quella dell’amato padre, il cui lutto è stato faticosamente elaborato in seguito alla decisione della madre di non farla entrare insieme alla sorella nella camera dove è stato trovato morto. Del resto,

«la saggezza popolare vuole che rivanghiamo le nostre storie di famiglia per scoprire qualcosa di più su noi stessi, per perseguire l’importantissimo obiettivo della “conoscenza di sé”, per catapultarci, come Edipo, sulla strada che conduce alla rivelazione di un crimine originario, una verità originaria. Poi ci trafiggiamo gli occhi per la vergogna, corriamo gridando nella foresta e le piaghe smettono di martoriare il nostro popolo.»

Attraverso il racconto della vita e della morte di Jane, Nelson rivede il rapporto con i propri familiari, in particolare con la madre e con la sorella Emily. La madre e la sorella Jane, così come Maggie stessa e la sorella Emily, costituiscono un chiasmo doloroso e inestricabile, eppure vitale. La poesia Stacey and Tracey (sempre in Jane), lo dimostra in modo impeccabile trasferendo la sofferenza nelle bambole Stacey e Tracey, appartenute rispettivamente alla madre e a Jane e poi ereditate da Emily e Maggie: «I’d give anything to know/ where they are now».
Per chi conosce già Nelson, ne Le parti rosse l’autrice del magnifico Bluets cambia colore ma non il coraggio di affrontare l’indicibile fatica di stare sulla Terra. Di essere vivi in mezzo ai morti. Ognuno con le proprie red parts.

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