15.01.2026

Sciamani elettrici alla festa del sole. La prosa tellurica di Mónica Ojeda 

Dopo il successo dei tenebrosi “Mandibula”, “Nefando” e “Voladoras” la scrittrice ecuadorena torna con un romanzo che scava nel liminale e nell’archetipico

C’è un anno fuori dal tempo—il 5550 del calendario andino—e c’è un rave che si chiama Rumore Solare, alle pendici di un vulcano in eruzione. Da Guayaquil risale Noa con l’amica Nicole: fugge una città che negli ultimi anni è diventata emblema del narco-terrore latinoamericano e cerca un padre scomparso, «che da anni vive nel Bosco Alto»; troverà sciamani con chitarre elettriche, melomani, danzatori nudi dipinti come volte celesti, medium, yachak(sciamani che “sanno”), e soprattutto una lingua capace di far rivivere sulla pagina la sensazione di un’estasi primordiale.

Mónica Ojeda, nata in Ecuador nel 1988 e laureata in letteratura alla Universidad Católica de Santiago de Guayaquil, con un master in scrittura creativa alla Pompeu Fabra di Barcellona, oggi risiede a Madrid, dove porta avanti un dottorato incentrato sulla letteratura porno-erotica latinoamericana: un percorso che, come lei stessa ha confessato, nasce da “paura e desiderio”, da un’esplorazione senza tregua dell’abietto e del mitico.

I suoi lavori precedenti, pubblicati in Italia da Alessandro Polidoro Editore nella collana «I Selvaggi» diretta da Massimiliano Bonatto, hanno già tracciato questa mappa degli orrori: da Mandibula (2021) con il suo rapimento sadico tra alunne bullizzate e un’insegnante ossessionata dal sangue; a Nefando (2022), un videogioco immersivo che scava nelle perversioni dell’era digitale; fino a Voladoras (2023), racconti di creature volanti e allucinazioni andine che El País ha eletto tra i migliori libri dell’anno.

Ora, nel 2025, Sciamani elettrici alla festa del sole irrompe come il suo lavoro più ambizioso, in cui la trama rarefatta quasi scompare in un tessuto di epifanie. «Danzare è un’esperienza sentimentale. Danzando faccio sì che la mia carne pensi», proclama un personaggio, mentre un altro osserva: «Tutte le percussioni suonano come tuoni, disse Pam. Come tuoni, terremoti e come un cuore». Queste frasi evocano un mondo dove la musica è sortilegio, il corpo un tempio pagano e la natura un’entità viva che inghiotte e rigenera. Ojeda scava nel liminale e nell’archetipico: sogni condivisi, grotte che mappano costellazioni, balene che si sollevano dai laghi della cordigliera. «Un giorno trovai un frammento di meteorite con la stessa forma dell’isola di Giove. Ore dopo me lo misi in bocca e fu come se proteggessi una montagna sotto il palato. La montagna era fredda, sapeva d’erba e di sole». In queste pagine, il passato indigeno – ayahuasca, chakanas, vulcani fecondi – si ibrida con il moderno, mentre le differenze tra l’uomo e le altre forme di vita lentamente si dissolvono. È una narrazione che disordina i sensi, come il tamburo di pelle di scimmia che “apre altre porte”, riorganizzando la percezione in dimensioni plurime.

Con questo romanzo, Ojeda si innesta in un nuovo filone letterario in cui la prosa poetica non usa la natura come scenografia, ma come matrice d’energia. In Europa, un riferimento è Irene Solà con Io canto e la montagna balla (2020, Blackie Edizioni), dove il paesaggio dei Pirenei prende la parola—streghe, animali, funghi e rocce condividono lo stesso respiro narrativo. In Italia il pensiero corre a Valentina Maini con La mischia (2020, Bollati Boringhieri): una lingua densa, pulsante, che trasforma dolore e violenza in materia verbale, lavorando la frase come un colpo di piccone—secca, ritmica, vitale.

Ojeda, con la sua prosa che affoga come un annegamento volontario – «Scrivere è come annegare», ha detto in un’intervista – ci consegna un gioiello di spericolatezza, un testo che non è solo letteratura, è un rito che ci invita a contemplare l’immensità, sapendo che «Non so che farci della sua immensità». In un’epoca di narrazioni piane, Ojeda eleva il discorso a un mistero più alto, insondabile. Ci ricorda che la vera scrittura è un tuono, un terremoto, un cuore che batte nel profondo della terra. 

A noi lettori l’arduo compito di continuare a farla tremare.

«Bisogna lasciar respirare ciò che è vivo, lasciare che si dimeni, perfino se questo significa farlo andar via, non importa, ciò che se ne va è pure più bello di ciò che rimane. Impariamo ad amare ciò che se ne va, facciamoci spezzare il cuore dal bello: è l’unico dolore che vale la pena patire, l’unico che dovremmo proteggere».





Photo credits
Copertina – Foto di Marc Szeglat su Unsplash

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