27.02.2026

Scavare e ricordare fra le lastre d’ardesia. Intervista a Ruska Jorjoliani su Ardesia

Il terzo romanzo dell'autrice georgiana parla di radici, di identità, di luoghi e di come cambiano

L’ardesia è un tipo di roccia sedimentaria che, per la sua capacità di dividersi in lastre sottili, si può impiegare in diversi ambiti, fra cui l’arredamento. La si usa soprattutto per le tipiche lavagne scolastiche, quelle su cui un tempo – ormai si usano principalmente le LIM – si scrivevano e cancellavano gli appunti che gli studenti dovevano prendere. Le lavagne d’ardesia sono depositarie di una memoria scolastica che frappone ricordi su ricordi e fa in modo che gli studenti allenino la memoria richiamando alla mente quanto è stato cancellato, esercizio che la LIM, appoggiandosi ad applicazioni come Microsoft Teams o Google Classroom, al contrario inibisce sempre di più.

Il confronto tra lavagna di ardesia e LIM ci permette di collegarci a un romanzo che verte principalmente sul confronto con la memoria e le proprie origini in una fase storica dove il progresso sta rimpiazzando il passato arrivando a riscriverlo se non a cancellarlo del tutto. Stiamo parlando di Ardesia, terzo romanzo di Ruska Jorjoliani edito per la collana “Incursioni” di Italo Svevo Edizioni. Questo nuovo romanzo dell’autrice georgiana, ormai da anni trapiantata in Italia, racconta di un viaggio compiuto a Mestia, zona montuosa della Georgia in cui il rilievo maggiore è il Monte Ušba, nel Caucaso. La protagonista è una scrittrice originaria di Mestia che vive in Italia da anni e intraprende questo viaggio con due conoscenti, Martin e Francesca, per assistere alla riesumazione dei resti del suo bisnonno, morto negli anni Trenta in circostanze misteriose dopo essere scappato dal carcere di Metekhi durante il regime staliniano.

La riesumazione ha luogo perché Irakli, un cugino alla lontana della protagonista, ha ereditato il terreno dove il bisnonno è stato sepolto e intende costruire sul luogo della sepoltura un alloggio per turisti. Lo scavo, dunque, per i lavori di costruzione della nuova struttura dà inizio a un lavoro più metaforico di scavo e ricordo attraverso le lastre d’ardesia con cui è stato seppellito il bisnonno. Su queste lastre di pietra la storia di «una vita turbolenta, costellata di passioni, delitti, evasioni», vista in maniera eroica dalla protagonista da quando era bambina, verrà riscritta ancora una volta, non soltanto per conoscere la verità attorno a una storia famigliare, ma anche per scendere a patti con il passato. Nodale nella storia è il tema delle radici che il consumo turistico e soprattutto il progresso, tecnologico e non, rischiano di spazzare via per sempre, privando un luogo e una comunità della propria identità, fatta di tradizioni e di verità mai del tutto emerse. Di questo e di altri temi contenuti in Ardesia abbiamo parlato direttamente con l’autrice Ruska Jorjoliani in questa intervista.

ardesia

Quando penso a Ruska Jorjoliani e ad altri autori come Igiaba Scego, Ornela Vorpsi, Elvis Malaj, Elvira Mujčić, Adriàn Bravi o Saba Anglana, penso a un tipo di letteratura che gli accademici tedeschi – e non li cito a caso, perché la Germania è piena di questo tipo di autori, soprattutto premiati in patria e altrove, basti pensare al Premio Nobel Herta Müller – definiscono “letteratura dello straniero”, “letteratura interculturale” e “letteratura migrante o della migrazione”. In ogni caso parliamo di autori che hanno scelto di esprimersi in italiano, una seconda lingua per loro, nei loro libri. In quali di queste etichette ti riconosci? In confronto all’estero, com’è messa la nostra – per citare la critica accademica tedesca – “letteratura dello straniero”?
Tendo a non pensarmi dall’esterno, a non vedermi collocata in qualche sezione o casella letterario-sociale. Le etichette mi son sempre parse, se non proprio posticce, funzionali soltanto a una certa disposizione inventariale. Ho difficoltà quasi fisica, direi, a riconoscermi in qualcuna di queste etichette se non in modo molto provvisorio, pratico, ai fini delle ricerche statistico-accademiche, che in Germania, appunto, o nel mondo anglosassone, rispetto all’Italia – che comunque ha già fatto i suoi bei passi negli ultimi due decenni – sono ben rodate e cospicue.

Il tuo terzo romanzo, Ardesia, esce per la collana “Incursioni” della Italo Svevo Edizioni. Questa collana è nota per il lavoro che fa sulla lingua: pensiamo al siciliano di Orazio Labbate, al pugliese di Manuela Antonucci, al sardo di Mauro Tetti, al tedesco di Maddalena Fingerle e al rumeno di Andreea Simionel. Nel tuo caso, però, sebbene tu conosca l’italiano, il georgiano e il russo, troviamo una lingua italiana pulita e priva delle contaminazioni dei tuoi colleghi di collana. Come hai lavorato sulla lingua in fase di editing e in generale come hai lavorato sul testo?
Ho lavorato per sottrazione, stando attenta alla resistenza “ossea” della materia da narrare, tentando di incunearmi, scavare una profondità nel corpo stesso della lingua, lasciando i vuoti delle parole e tra le parole non riempiti, a far parlare le cavità, le fenditure, le pieghe o, meglio, a far risuonare l’eco al loro interno, con la speranza che, da qualche strato della lingua, si sprigionasse, spontanea, una fioca luce fossilizzata. E anche se non ci sono contaminazioni evidenti, alla superficie, andando più a fondo, nel cuore delle parole che aderiscono a ogni fibra del suolo, si potrebbe avvertire il sostrato, l’humus fatto di fusioni e confluenze.

Se penso al titolo del romanzo, non penso solo alla lastra usata per seppellire il bisnonno della protagonista, ma anche la tradizionale lavagna nera che si usa a scuola, che spesso diventa un palinsesto su cui si scrive e riscrive con il gessetto ciò che si spiega. Anche il tuo libro è in fondo una lavagna d’ardesia su cui si scrive e riscrive una determinata storia, quella del bisnonno e forse anche quella di Mestia, in Georgia. È così? Come definiresti il tuo libro?
Una lavagna d’ardesia, che avevo certamente in mente durante la scrittura e nella scelta del titolo, è una superficie che in effetti consente la riscrittura, l’andare avanti, il procedere, “contenendo” le tracce di iscrizioni passate. Cosa che, per esempio, le superfici e le diapositive digitali non permettono, cancellando i gesti precedenti senza lasciarne alcun segno o residuo. Sin da bambina sono stata affascinata, quasi commossa, dall’irrefrenabile desiderio umano di scalfire la superficie del mondo, marcare il proprio passaggio, interagire con i posteri, sforzarsi di non morire. Credo che incidere l’osso o scolpire una statua o scattare una fotografia abbiano lo stesso nucleo intenzionale – perpetuarsi creando uno spazio costellato di possibili incontri invisibili. L’ardesia, il palinsesto, il libro, sono la concrezione di queste possibilità d’incontro, di possibili piccole epifanie, si conservano e si trasformano al contempo, e, in modo transitivo, conservano e trasformano.

Veniamo alla protagonista. Il nome non lo sappiamo mai, ma da alcune coordinate si evince che possa essere tu: la protagonista ha studiato per anni a Palermo dove tuttora vive, fa la scrittrice e ha origini georgiane. Premesso che, anche facendo fiction pura, come direbbe Flaubert «Madame Bovary ç’est moi», e che quando si fanno racconti semiautobiografici come direbbe Paul Ricoeur si parla di sé come un altro, quanto di te c’è effettivamente in questo libro?
Credo che ogni personaggio più o meno rifletta i raggi differiti emanati dalla personalità dell’autore o dell’autrice. E ogni costruzione, anche o soprattutto quella delle figure letterarie, ritengo fatta di frantumi, schegge, pezzi messi assieme con la malta dell’intuizione e dello sforzo immaginativo. A parte questo, per quanto riguarda l’intensità di corrispondenza autobiografica, Ardesia è in effetti il mio libro più personale, il primo a essere stato scritto in prima persona e ambientato in Georgia. Il primo in cui ho abbassato le difese, affrontando finalmente il timore di un eccesso emotivo e della visuale appannata, senza l’ottica distanziante che avevo adottato nelle prove precedenti.

Figura tipica del folklore est-europeo è quella della nonna. Ci sono nonne simili a streghe dai poteri magici come la leggendaria Baba Jaga, la cui leggenda assomiglia – ma in negativo – alla Frau Holle tedesca, ma penso anche a Baba Dunja, la nonna del romanzo L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky o alla nonna di Saša Stanišić in Origini, figure che hanno il potere di plasmare il mondo con la propria memoria e i propri ricordi. “Baba” significa in russo anche nonno, e di conseguenza anche il nonno è una figura mitica e piena di mistero. Ardesia è guidato dalle stesse dinamiche di Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer: abbiamo due protagonisti sulle tracce dei nonni che vanno in Est Europa – rispettivamente Georgia e Ucraina – e una storia da riscoprire che spesso rilegge la Storia. Quanto è importante effettivamente la figura del nonno e della nonna nella cultura est-europea? Qual è il bagaglio storico e culturale che si portano dietro?
I nonni sono, nella catena genealogica, il topos del disinteresse e dell’inventiva, due aspetti che accomunano l’arte e il gioco. Guardiani del luogo d’infanzia, liberi dalle ansie genitoriali, erano voci a margine che intervenivano ogni volta che la vita stringeva la sua morsa e con i quali era possibile appartarsi in un giardino incantato e poi tornare rafforzati, un po’ meglio preparati ad affrontare l’ennesima prova della realtà. Sono figure transizionali, guide, che in effetti hanno il potere di plasmare il mondo quando il mondo è troppo ostile, per lo meno possono provocare dei piccoli sismi che, quando non danno inizio a una nuova costruzione della visione della vita, di sicuro rendono più duttili i materiali da maneggiare. Esattamente come l’arte.

Riprendo Saša Stanišić, autore bosniaco naturalizzato tedesco, per porti la seguente riflessione tratta da una sua citazione da Origini: «la finzione è un sistema aperto fatto di invenzione, percezione e ricordo, che scalfisce gli eventi realmente accaduti». Stanišić parla dell’artificiosità delle origini, un costrutto di cui anche noi facciamo parte diventando frammento di un inventario comune famigliare. Così succede anche al bisnonno di Ardesia: ne è infatti stata costruita un’esistenza mitica che ha a che fare anche con Stalin. La protagonista e narratrice ne parla inoltre come un eroe di guerra che ritorna dalla moglie affrontando ogni intemperia, ma la realtà si scopre essere un’altra. Come interagiscono secondo te memoria e scrittura nel racconto delle proprie radici, e come le modificano?
La scrittura è memoria trasfigurata. La memoria, a sua volta, è una lente trasfigurante, puntualmente costruita. Si tratta di una sorta di mise en abime di una realtà minima che, proiettata su sfondi sempre più ampi e falsati e trasfiguranti, emerge anziché rimpicciolita, paradossalmente, più definita e vivida. Artificio che centra il bersaglio meglio della realtà – per esempio, un vero cuore – color marrone smorto e informe – non fa lo stesso effetto sul palcoscenico di un cuore simbolico, “artificioso”, cucito con seta rosso porpora. Così come il vero teschio potrebbe non risultare altrettanto terrificante di uno descritto con certe parole, calato in un certo contesto immaginario. E sì, anche le radici sono trasfigurate dalla memoria e dalla scrittura. E più sono trasfigurate, lavorate, più sembrano affiorare nodose, prensili, invischianti dalla terra.

Tema importante in questo libro è lo scavo: non solo per riesumare la salma del bisnonno, ma anche per edificare sul terreno ereditato dal cugino Irakli. Questa questione è legata anche al turismo, rappresentato dal B&B degli zii della protagonista e da ciò che Irakli stesso dice quando afferma che tutti si arricchiscono con il turismo. Sotto certi aspetti, però, il turismo rischia di nascondere se non addirittura cancellare la vera identità di Mestia, quella di “terra che ha visto molte tragedie”. Non pensi che, rendendo fruibile e appetibile il territorio, il turismo rischi di cancellare la storia di un paese e del suo popolo?
La scrittura può in effetti, in qualche modo, fungere da vera carta del territorio, da legenda della sua cartografia, dal momento che lo sguardo ravvicinato non può da solo portare alla luce l’obiettiva configurazione di uno spazio. La scrittura impone una certa distanza e sguardo focalizzato: il turismo, nel particolare caso georgiano o in generale dei diversi angoli del mondo, livella le superfici, rende cose troppo intuibili, fruibili, non consente i tempi lunghi, lavori meticolosi e lenti, scavature pazienti, e, come riteneva Walter Benjamin, «gli emblemi ritornano come merci», le esperienze dei luoghi diventano calamite da attaccare sui frigoriferi. Persino la temperatura delle stanze, su qualsiasi latitudine, è la stessa, predefinita da un telecomando.

Collegato al tema del turismo c’è dunque quello del progresso, qui ben rappresentato dai conoscenti della protagonista, Martin e Francesca, con la loro smania di spettacolarizzare tutto a colpi di smartphone. La protagonista infatti parla ironicamente di loro come un’installazione d’arte contemporanea intitolata «coppia hi-tech incontra Rousseau nel Caucaso». Interessante è il confronto che hanno con dei signori anziani che maledicono il bisnonno e i suoi resti durante gli scavi e che «ingaggiano una lotta fra certe forze arcaiche» al punto che «neanche lo smartphone dallo schermo luminoso in mano a Martin» riesce a «marcare il presente». In che modo interagiscono fra loro il passato e il progresso? Riescono a coesistere oppure sono destinati a scontrarsi per sempre?
Il progresso, da un lato, allarga il raggio della qualità di vita decente, ma dall’altro fa sparire certe caratteristiche endemiche. Nel caso di Mestia e della cultura montanara georgiana ho visto sparire pian piano l’innocenza, una sorta di candore violento che caratterizzava i suoi abitanti. In realtà, alcuni “marcatori uniformanti” sono forti e tenaci, ma, per fortuna, accanto alle guide turistiche, persino sugli scaffali dei supermercati, qualche libro c’è ancora. Il passato e il progresso parrebbero dunque coesistere. Qualche volta prevale il progresso, dalle conseguenze ai limiti dell’omogeneo e del vuoto, e le volte che è il passato a tirare a é con maggiore forza si rischia di entrare in catalessi. Più in là, visto che il quadro d’insieme del presente è sempre sfocato, sarà la prospettiva letteraria, questa chimera con il viso e le spalle rivolti al contempo sia al passato che al futuro, a poter catturare, seppur in modo sfuggente, la sua immagine.

L’ultima domanda che pongo è rivolta sia a Ruska Jorjoliani autrice che a quella che probabilmente è anche Ruska Jorjoliani personaggio, ovvero la protagonista del romanzo, e lo faccio partendo da una considerazione che Aleksandar Hemon scrive nel suo libro double face – passami l’espressione – Tutto questo non mi appartiene/I miei genitori. Parlando di Robert Shields, un uomo che ha tenuto un diario sulla sua vita aggiornandolo ogni cinque minuti dal 1972 al 1997 e che, nel pieno della sua fede anglicana, dava senso a ciò che ha vissuto attraverso la scrittura, Hemon afferma che «ciò che veniva scritto era davvero accaduto». Per Hemon la scrittura gli ha permesso di dare una traiettoria esistenziale diversa alla vita della sua famiglia. È un po’ ciò che succede alla protagonista di Ardesia, che compie in primo luogo un viaggio nella “fede dell’immaginazione” che culmina secondo me con l’immagine finale della lastra d’ardesia trovata in un vecchio luogo di culto medievale che rappresenta «il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione», dunque la possibilità attraverso l’immaginazione di trasformare il mondo come vogliamo noi e come lo abbiamo vissuto o lo volevamo vivere. Dopo questo viaggio le due Ruska Jorjoliani credono ancora nell’immaginazione? Hanno fatto pace con le proprie origini, e soprattutto, hanno trovato un finale per la propria storia?
La mia fede nella forza trasformante dell’immaginazione, dell’arte, è inscalfibile. Ogni ricordo o immagine “creativi”, che investono l’oggetto e lo trasformano, sono delle schegge di un futuro cristallo attraverso il quale scorgere i contorni netti delle vicende personali e impersonali, che rinvia sempre ad altro da sé, che non rimane mai intransitivo, che fa passare la luce. Che è un fuoco acceso nel buio che attende ogni pellegrino intirizzito. La figura del mio bisnonno (sì, è esistito davvero), nella sua ambiguità, nei suoi chiaroscuri, è, ne sono sicura, colui che ha acceso e che alimenta un piccolo falò per me, per aiutarmi a ritrovare la strada di casa nell’oscurità che spesso avvolge ogni cammino. E ci sono altri, tanti, falò accesi nei dintorni, come una costellazione, per accoglierci nei luoghi ai quali apparteniamo.





Photo Credits
In copertina • Foto di Razvan Dumitrasconiu su Unsplash

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