Ellen Glasgow nacque a Richmond, Virginia nel 1873. I suoi genitori univano le qualità che le consentirono sia l’antebellum sia la riorganizzazione della Virginia, il suo romanticismo ostinato e le sue particolari qualità: l’amavano a patto che fosse donna della loro razza, le segnavano intorno confini perché si sapesse entro quelli salvaguardare. All’anima credevano, in buona fede, di poter provvedere più tardi.
Suo padre, proprietario di una fonderia nella Valley, era presbiteriano scozzese, metodico e severo in ogni inclinazione; dava ai figli tutto ciò di cui avevano bisogno eccetto l’amore, e per tutta la sua lunga vita, ottantasei anni, non si «concesse un solo piacere». La sua figlia preferita, Ellen, avrebbe potuto dire di lui che non aveva mai fatto male a nessuno col gusto di fare del male. Sua madre, al contrario, discendente di una ricca famiglia aristocratica, avrebbe condiviso sorridendo «la sua ultima crosta di pane con uno sconosciuto sofferente». Ellen attribuiva allo stato nervoso della madre, una malattia mai diagnosticata, le caratteristiche che poi avrebbe ereditato anche lei. «Nata senza pelle», diceva la balia della sua indole, scuotendo la testa. Troppo nervosa per andare regolarmente a scuola, si educò da sé leggendo tutti i libri della biblioteca di famiglia, di scienza e storia, come anche di narrativa e di poesia. Il marito di sua sorella maggiore, uno studioso, le fece studiare L’origine delle specie finché ne conobbe «ogni pagina». Secondo le sue memorie postume e, per natura per nulla modeste, Ellen inghiottiva la cultura come un dolce delizioso, e «vinceva tutta l’ammirazione e provava tutte le emozioni glorificate di una southern belle» mentre nello stesso tempo conosceva bene i bassifondi di Richmond come volontaria della City Mission. Sapeva di essere una scrittrice, a suo dire, dall’età di sette anni.

Quando sua madre morì, nel 1893, fu così prostrata dal lutto che strappò in pezzi il manoscritto incompiuto del suo primo romanzo e poi lo diede alle fiamme. Qualcosa di simile a questa paralizzante prostrazione sarebbe seguita anche negli anni successivi per le morti di sua sorella Cary, e dell’uomo che lei descrive nelle sue memorie col nome di «Gerald B», il grande amore della sua vita. Ellen si considerava sempre come una persona particolarmente sensibile e infelice. Rispondendo alla domanda su come avesse gradito fosse la sua vita, rispose «non un giorno, non un’ora, non un momento – o forse solo un’ora e un giorno». È vero che ai mal di testa e alle crisi nervose della sua giovinezza si aggiunse il peso del crescente deficit uditivo – ma lei fu ripagata dalla bellezza come alleata, dallo spirito, dal fascino, da una profondissima intesa e spirito d’osservazione del prossimo e da un talento che maturò esponenzialmente attraverso una lunga vita fino alla fine. Non si sposò mai, ma non fu per mancanza di opportunità. Ebbe due fidanzamenti, e accettò che l’istinto materno, sacro o profano, le mancasse completamente. Ellen Glasgow visse sospesa tra due mondi, il lato duro della Virginia, il senso del dovere del padre, e la generosità, la compassione, la malinconia dell’anima della madre, di cui lei fu sincera sintesi.
Linda Wagner, tra i massimi critici della narrativa americana, la descrisse vivere in un perenne esilio, mentre Ellen si definiva molto spesso un outsider. In cosa differisce l’esilio dalla condizione dell’outsider? Mentre l’esilio è la condizione ontologica di chi, avendo perduto il mondo, è costretto a cercare un fondamento più profondo della sua appartenenza, l’outsider è la figura sociale di chi rimane fuori da un gruppo, da una comunità, spesso per temperamento, scelta o incompatibilità. L’outsider resta ai margini della società, conserva una patria dalla quale si sente escluso, l’esiliato, invece, resta ai margini dell’essere stesso, e deve trasformare l’esilio nella propria patria interiore. Mentre l’uno è privato brutalmente della sua identità, l’outsider rivendica consapevolmente la sua diversa identità, e la sua non appartenenza. Inoltre, nel contesto artistico, la cosiddetta Outsider Art fa riferimento alle produzioni di artisti autodidatti: sono persone che operano completamente al di fuori dei canali e delle istituzioni ufficiali dell’arte.

Il libro più conosciuto di Ellen Glasgow in Italia, quello per cui vinse il Pulitzer nel 1942, è In questa nostra vita (pubblicato da Elliot nella traduzione di Massimo Ferraris), che racconta la disgregazione morale di una famiglia dell’alta borghesia della Virginia attraverso il contrasto tra due sorelle: Roy, riflessiva e capace di sacrificio, e Stanley, impulsiva, egoista e dominata dal desiderio. Quando Stanley distrugge progressivamente la vita della sorella e provoca indirettamente una tragedia, tutti i personaggi saranno costretti a confrontarsi con la verità su se stessi, in un mondo dove le antiche certezze morali sono ormai crollate.
La stessa Glasgow disse che il tema del romanzo era: che cosa permette a una persona di continuare a essere se stessa anche dopo aver fallito in tutto ciò che la società considera importante; e dunque cosa determina l’individuo, il suo carattere, la fine di un mondo conosciuto e il modo in cui il tempo storico entra nelle vite private di ognuno.
Ci accompagna nel passaggio letterario tra un mondo dominato da credenze, oramai in rovina, e un mondo di quelle che Ortega chiamava “idee vigenti” – le idee che possono diventare vive convinzioni nel cuore degli uomini, costellando una serie di eventi con i bagliori luminosi di idee attive della conoscenza, che nascono dal desiderio di penetrare nel cuore umano e si fanno carico di diffondere le idee fondamentali per utilizzarle come ispiratrici nella vita quotidiana dell’uomo comune. Mentre il mondo si disintegra, i personaggi si chiedono “perché”? E, che cos’è il mondo? E cos’è il tempo? Dove finiscono le illusioni? In un flusso riflessivo crescente, a tratti speculare, catartico, esprimendo il puro desiderio di alimentare la vita che ha bisogno del pensiero come guida della propria vita.
I personaggi, infatti, sfumano in due categorie – alcuni salgono sempre più in alto, tanto che gli altri proseguono a piedi; poi girano per una strada disseminata di ciottoli, dove, in silenzio, indicano un cespuglio tra le cui foglie rade si apre un fiore luminoso: dunque c’è chi ha la Filosofia – e ha il pensiero, chi vive secondo la Legge – e si fa pensato; chi si conduce eticamente da sé, e chi ha bisogno di una folla intera per capire cosa è sbagliato. Per Ellen Glasgow bisogna ipotizzare che, da autodidatta qual era, la Filosofia abbia assunto una forma meno pura e sistematica, ma non meno pervasiva ed essenziale, finendo per servire quella visione d’integrità e unità del mondo in cui si esplicita la sua morale.
L’esistenza del libro dipende interamente da ciò che si possono chiamare l’incarnazione delle idee: la coscienza dei personaggi, quando viene assimilata come conoscenza, altera la vita umana per come è, accettando un grado di verità trasformatrice operante in ognuno di essi.
Inoltre, per feroce che sia, il nucleo del romanzo si decifra scoprendo quanto nella scrittrice abbia insistito la lettura di Schopenhauer: nel mostrarci una volontà come negazione, in cui ogni volontà di sopravvivere contiene intrinsecamente una forma di violenza e di esclusione dell’altro. Tentare di dominare o distruggere l’alterità per affermare se stessi porta, in realtà, a un’angosciante contraddizione. I due poli opposti del romanzo fanno dialogare quest’ambizione: come si ottiene ciò che si vuole senza fare soffrire gli altri? Fino a cosa si è disposti a fare per sopravvivere ad ogni costo e inseguire la propria felicità?
L’unico personaggio che riesce ad andare oltre queste contraddizioni, ma con dolore, è la figlia maggiore Roy, la cui vera vita riesce alla fine a superare l’essenza mortifera della volontà, ma lasciando tutti gli altri in un profondo abbandono e smarrimento esistenziale. Ognuno di loro vive la propria sconfitta, ognuno, anche inconsapevolmente, è posto davanti a ciò che è veramente, ed ognuno è prigioniero di se stesso e delle proprie scelte. Il garbo con cui la Glasgow alterna satira e comprensione, poesia e un compassato senso morale, ma sempre impresso da una forza unificatrice amaramente atea, è delizioso. Il Buon Dio appare per tutto il romanzo solo in una forma vuota, in un «Grazie a Dio!», un «Lo sa solo Dio», «Che Dio vi maledica», pura retorica dell’abitudine e del gergo parlato, ma nel romanzo non c’è alcuna trascendenza se non quella che si trova in un paesaggio innevato o nella luce che spezza l’oscurità di una stanza da letto. Su Dio, l’unico che avrebbe potuto imprigionare e ostacolare le fiamme volanti ingabbiate dietro di loro, nessuno riflette.
Ma quindi, quello che emerge da questo incessante sviscerare il Logos dalle circostanze può essere la verità? A ogni movimento dell’esperienza si alza una voce amara che ne denuncia la vanità, mostrandoci qualcosa di più umile, persino sordido. I personaggi stanno davanti a noi sempre più nudi, dipinti da un certo cinismo, se il cinismo non fosse disperazione totale e sconfitta. La Glasgow sa che la vita ha bisogno della verità, e ha bisogno che la verità si incarni in una forma: è per questo che il logos, inteso non soltanto come ragione ma come principio ordinatore capace di dare forma all’esperienza, trova nella letteratura uno dei suoi luoghi privilegiati, perché il romanzo dà vita alle idee, trasformando la coscienza dei personaggi nel luogo in cui la verità, cessando di essere semplice enunciato, diviene esperienza capace di orientare la vita. E la verità di cui ha bisogno la vita è quella che può costantemente rivivere e rinascere tante volte quanto se ne ha bisogno, riaprendo le pagine. Quando la verità che ci appartiene trova dimora in noi e vi si radica, il tempo sembra perdere la propria vocazione a dissolversi inutilmente. Del suo incessante scorrere resta sempre un residuo, una traccia che non si lascia cancellare.

È per questo che anche la riflessione che la Glasgow fa sul tempo è essenziale. Il tempo diventa il tempo della coscienza, con le sue pause e le sue domande, che spesso non combaciano, creano attrito. Ma proprio perché la coscienza è legata al tempo, non può mai slegarsene completamente: infatti i pensieri dei personaggi di rado usano la forma enunciativa, di rado sono dichiarazioni complete: sono, invece, delle insinuazioni. Ma proprio perché i personaggi più toccanti sono slegati e resistono al tempo esteriore che passa e lo hanno abbandonato, pur solo come pretesa, essi cercano di distruggerlo, gli impediscono di essere e non essere, poiché ogni tentativo di evadere dalla temporalità, è il fondamento di ogni idealismo e forse di ogni idea. La filosofia e la mistica hanno infatti un’aspirazione comune: salvare dall’individualità, trascendere la prigione individualizzante.
Esistono verità, come quelle scientifiche, che possono accrescere senza modificare l’orientamento dell’esistenza. Altre, invece, appartengono propriamente alla vita: sono quelle che, penetrando nel suo tessuto, ne trasformano il movimento, le imprimono un ordine, la destano, la sospingono oltre sé stessa e la mantengono in una tensione che la trascende. Così la Glasgow ci vuole dimostrare che finché quella tensione muoverà i personaggi essi saranno purtuttavia vivi. È invece quando l’esistenza si disperde nella confusione che essa finisce per immobilizzarsi in una quiete senza slancio – è per questo che buona parte della famiglia non riesce a essere felice. Una vita autentica è invece quella che attraversa il proprio tempo senza lasciarsene trascinare, una vita che decide di esserci; che sa fare del tempo il luogo del proprio movimento felice, o almeno ci prova. Essa non rimane soggetta alle cose, né vegeta come le piante, né vive imprigionata nell’istinto come gli animali, ma conserva quella libertà che permette di comprare un delizioso cappellino rosso il giorno dopo che un compagno ci ha lasciato. Glasgow rende la memoria più importante della trama, ne fa compartecipe, e per questo si avvicina alla struttura più intima della vita stessa.
La frase più seducente del libro, pronunciata dalle labbra di Roy, il personaggio che più di tutti prova sulla sua pelle le pene dell’amore, e che dimostra la sua capacità di raziocinio, è: «Solo la passione può distruggere la passione». Solo l’amore può distruggere un amore. Non è forse verissimo? Non è la sola cosa che porta avanti un cuore spezzato? Quando allora ciò che il desiderio non ha mai cessato di inseguire ricompare in un’altra forma, e ci appare finalmente nella sua verità più limpida, perché il nuovo amore è sempre più travolgente, ci appartiene infatti soltanto ciò che nessun amore è stato capace di consumare o esaurire: il desiderio di vivere, di felicità.
Ci sarebbero tantissime osservazioni da fare sul libro e lo spazio che ha finora trovato in Italia – questo, è un tentativo piccino di ampliarlo. Il personaggio del padre, Asa, e il suo destino, meriterebbe una monografia a sé; così quello di Stanley e Roy. Ma anche il rapporto tra Virginia Woolf e Ellen Glasgow meriterebbe un attento raffronto, perché è innegabile che l’eleganza, la malinconia, l’ironia dell’una rimandino incessantemente all’altra. La curiosità con cui concludo questo ritratto è che nonostante fossero entrambe autrici acclamate, il loro rapporto non fu privo di attriti. Le lettere private della Woolf rivelano un atteggiamento talvolta sprezzante o scettico nei confronti della collega americana – la cui unica colpa era aver tentato di scrivere come un uomo prima di trovare la sua vera voce. Nel 1924, ad esempio, la Woolf accusò scherzosamente il romanziere britannico Walpole di aver aizzato la Glasgow contro di lei, e affermò persino di non conoscerla: «E chi è Ellen Glasgow?».