23.11.2025

Raymond Roussel, l’enigma patafisico

Tra letteratura e vita, un ritratto dello scrittore francese e della sua scrittura labirintica

Silenziosamente e ScientiPatafisicamente, il Quaderno numero 16 del Collage de ’Pataphysique si dedica all’esame di colui che Michel Leiris per primo ebbe la lucidità di identificare come un genio: ovvero il grande Raymond Roussel, nato a Parigi nel 1877 e morto a Palermo nel 1933. Non si tratta, tuttavia, della consueta biografia, né di una mera ricognizione di aneddoti. L’ambizione di questo lavoro è quella di accedere alla Scienza delle Soluzioni Immaginarie attraverso il filtro di una documentazione di prim’ordine. Per l’allestimento di questo numero monografico, la metodologia ha privilegiato il confronto diretto con le fonti primarie, rappresentate dai “bottini” detenuti presso la Bibliothèque Nationale de France (BnF) e del Collegio di ’Patafisica e dei suoi Ottimati.

Si intende, in tal modo, superare la speculazione superficiale, ancorando ogni asserzione all’erudizione avvalorata dei maggiori esegeti del corpus rousseliano quali François Caradec, Jean-Claude Dinguirard, Jean Ferry o Michel Arrivé; figure comprovate che, diversamente da meri esperti “a digiuno” della Scienza, sono in grado di maneggiare la pâte à physique rousseliana con la dovuta consapevolezza. Già lo sanno i nostri affezionati lettori che la missione del Collage de ’Pataphysique è quella di porsi esclusivamente in ottica seriamente Patafisica[1]. Ma l’erudizione, per quanto rigorosa, non può né deve mai erigere barriere all’atto del vagheggiare e dell’oziare… Ed è proprio per produrre “ludicità” che è germinato un glossario in seno a questo numero. Roussel viene esplorato attraverso voci come “Dedica”, “Editore”, “Farmacia”, “Invenzione”, “Macchina”, “Morte”, “Musica”, “’Patafisica”, “Roulotte”, “RR”, “Stella” e “Teatro”: ogni singola voce può assurgere a ruolo di chiave ermeneutica, atta ad aprire dei piccoli scrigni di conoscenza ed è proprio in questo lusus solus che il lettore si troverà libero di tracciare i propri ponti tra un portagioie e l’altro.

raymond roussel

Prima voce in ordine alfabetico è “Dandismo”. Sebbene venga osservata in una declinazione che elude alla sbrigativa classificazione di “eccentrico” (un predicato la cui soggettività ne mina l’univocità critica), il dandismo rousseliano non si traduce negli sfarzi ostentati dei gandin o dei cocodès dell’epoca, ma in una disciplina piuttosto austera: un’eleganza che predilige la coerenza formale del completo giacca e cravatta, fornito da sarti di lusso londinesi come C. F. Johns & Pegg. Le fatture ritrovate per l’acquisto di cappotti e completi attestano un’attenzione al lusso priva di fronzoli. L’anomalia estetica di Roussel risiede piuttosto nei rituali domestici: l’uso unico dei falsi colletti e la consuetudine di indossare calzini nuovi ogni giorno per eliminarli la sera stessa. Le note di lavanderia del Ritz di Place Vendôme nel maggio 1928, che registrano un consumo elevato di 116 fazzoletti e 31 colletti, documentano questa igiene maniacale: uno spreco rituale che si conclude poi in una singolare economia domestica: la biancheria usata veniva spartita con i domestici.

Ma chi furono gli editori di RR? Le sue opere in vita furono pubblicate interamente a sue uniche spese, ma attenzione, nelle edizioni pregiate di Alphonse Lemerre. Fu inseguito l’eroico Jean-Jacques Pauvert a riabilitarle ristampandone postume un numero notevole a partire dagli anni Sessanta. Gli ultimi gesti, l’invio delle dediche e il testamento del gennaio 1933, furono per Roussel atti di tutela della propria immortalità. Esse volevano garantire l’invio dei suoi volumi a figure chiave dell’avanguardia (Breton, Dalí, Éluard, Desnos) e testimoniano la sua consapevolezza del proprio destino. Un destino che da un certo punto in poi è stato segnato dal declino fisico; quello di una discesa vertiginosa nel baratro farmacologico. Fu assistito da una corte di medici: lo psichiatra Pierre Janet, il neurologo Georges Guillain, lo psichiatra Benjamin-Joseph Logre (che lo indirizzò, nel 1932, allo psicanalista René Laforgue). Il suo ultimo pellegrinaggio, che avviene a Palermo, all’Hôtel et des Palmes, pare un vero e proprio atto performativo, emulando il soggiorno di Richard Wagner in un ultimo, disperato tentativo di allineare la sua vita alla profezia di gloria. Vi morì il 14 luglio 1933 per un abuso fatale di barbiturici e sedativi. Il diario della compagna, Charlotte Fredez, allegato agli atti del decesso[2], offre un resoconto clinico agghiacciante: una progressione di dosi (Sonéryl, Rutonal, Veriane, Phanadorme) tra il 25 giugno e il 13 luglio, alternando brevi sonni a stati di «formidable euphorie» indotta dai farmaci. La sua vita avrebbe dovuto concludersi nell’ultimo gesto di autodeterminazione nel quale la sua arte avrebbe trovato una consacrazione finale: Roussel aveva progettato di essere sepolto in una tomba in pietra scolpita, rappresentato in mezzo ai suoi libri. Una sublime pietrificazione della propria gloria. La sua tomba al Père Lachaise è invece più umile; la fortuna prosciugata fino all’osso ha permesso un semplice basalto alto-basso (o viceversa). Destino rousseliano!

raymond roussel
Raymond Roussel

Per lui l’ossessione per le invenzioni non si limitava alla sfera letteraria; fu un inventore a tutto tondo, depositando brevetti per l’isolamento edilizio (piastre metalliche cave contenenti il vuoto), ideando il suo famoso camping-car (la roulotte) e risolvendo persino un problema di scacchi (La Formula Raymond-Roussel: Re + Alfiere + Cavallo contro Re).
Il suo motto – «per me tutto è immaginazione» – andrebbe forse letto come “tutto è invenzione”? Anche le sue opere maggiori, come Locus Solus (del 1914, edito in Italia da Edizioni Grenelle nel 2017), sono pure costruzioni scientifiche. Il parco, visitato dallo scienziato Martial Cantarel, non è un luogo pittoresco, ma un’esposizione di macchinazioni complesse. Il lettore è introdotto nel parco (mai nella villa) attraverso una visita guidata che presenta una sequenza di invenzioni enigmatiche: dalla statua del Fédéral à semen-contra C, dalla hie o demoiselle (il pillo che pavimenta con denti umani) al diamante D contenente l’aqua-micans. Le storie in Locus Solus si intrecciano con una densità di dettagli che inizialmente resero l’opera incompresa. Il titolo stesso subì una trasformazione, da Quelques heures a Bougival a Locus Solus, con la villa che si trasferisce da Bougival a Montmorency, alimentando ipotesi legate a figure come Rousseau, Turgenev o Wagner. Roussel, consapevole della struttura logica del suo romanzo, suggerì anche al Dottor Michele Lombardo di cominciare la lettura da pagina 33, giudicando il resto «inutile», definendo così performativo l’atto di leggere.

raymond roussel
Locus Solus, prima edizione, 1914

La vita di Roussel fu polarizzata dalla madre. Marguerite Morreau-Chaslon (1847-1911), donna alto-borghese e morfinomane a causa di sedativi potenti (si pensi alle quattro iniezioni di eroina al giorno registrate) esercitava sul figlio, il suo «caro tesoro», un culto ossessivo, considerandolo il proprio «capolavoro fisico e morale». Alla sua morte nella villa di Biarritz, Roussel esigette che fosse praticata una finestra nella bara, un atto estremo che simbolizza il desiderio di mantenere intatta la contemplazione reciproca tra il creatore e l’opera. Il legame edipico, seppur traumatico, fu un motore psicologico cruciale.

Nonostante l’iniziale incomprensione e i clamorosi insuccessi teatrali, Roussel ha nutrito una fede assoluta e incrollabile nel valore incommensurabile della sua opera. Lo psichiatra Pierre Janet, che lo ebbe in cura e lo studiò nel suo saggio De l’angoisse à l’extase chiamandolo Martial, descrisse questa convinzione come un’esaltazione dell’orgoglio, ma senza giungere a una diagnosi di debolezza di giudizio, data la lucidità di Roussel su ogni altro argomento. La sua profezia di raggiungere «vette immense» e di superare in gloria Victor Hugo o Napoleone divenne il suo orizzonte esistenziale. A volere ben vedere, aveva visto giusto e sapeva quel che stava realizzando.

L’arte di Raymond Roussel è l’applicazione metodica di un metodo rivelato postumo nel volume Come ho scritto alcuni miei libri (Castelvecchi): il procédé. Questa tecnica di combinatoria linguistica, basata sull’omofonia e la paronimia, è anche essa una macchina generativa che, attraverso la scomposizione e la ricomposizione del linguaggio, produce narrazioni. Dunque, l’universo fantastico di Roussel non ha quindi niente a che vedere con il mero arbitrio. È il risultato di una logica che sfida il «grande decervellaggio mondano».



[1] Leonardo Sciascia si interessò particolarmente alla morte di Roussel in un contributo editoriale e documentale di grande importanza: Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, esce nel 1971, per Edizioni Esse di Palermo e successivamente per Adelphi. Si tratta di un’opera che raccoglie i documenti originali riguardanti la tragica fine dello scrittore francese a Palermo, presso l’Hôtel et des Palmes.
[2] «Al Collegio di Patafisica, piuttosto che prendere le cose serie con humor si prende lo humor seriamente», Michel Leiris in Giornale, 8/12/1965.

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