Matt Haig
Comma 22

D’ascolto e depressione. Ragioni per continuare a vivere, di Matt Haig

«Nei momenti peggiori ti auguri con tutte le tue forze di avere qualunque altra malattia, qualunque altro dolore fisico, perché la mente non ha limiti e anche i suoi tormenti – quando ci sono – possono essere infiniti.»

Ci sono libri che sono più necessari di altri. E so quanto possa essere stancante la retorica della presunta necessità di un libro, il più delle volte abusata e trattata con disattenzione. Ma è davvero più necessario di altri un libro che, nella sua immediatezza e semplicità stilistica, riesce a essere veicolo di contenuti forti e a creare informazione senza appesantire anche i lettori meno attenti e meno predisposti all’ascolto. E non è cosa da poco coniugare l’evasione e la godibilità all’essere vettore di dialogo su argomenti che solitamente non ne sono oggetto. Ecco perché Ragioni per continuare a vivere di Matt Haig (Edizioni E/O, 2020) è un vero e proprio esercizio di empatia, oltre che una parola di conforto sussurrata sottovoce.

Esso tratta dell’esperienza reale dell’autore che, anni fa, ha sofferto di depressione e di ansia, con una storia che si apre direttamente sul suo sfiorato tentativo di suicidio. Non esiste una precisa etichetta di genere che definisce l’opera. Essa va valutata in quanto ibrido, intersezione tra diario, autobiografia e manuale di auto-aiuto. Sicuramente non ci si deve accostare a esso con orizzonte di aspettative di un racconto unitario, tutt’altro.

L’andamento della scrittura è estremamente episodico. Questo aspetto lo rende molto simile al precedentemente pubblicato, sempre per Edizioni E/O, Vita su un pianeta nervoso. Infatti la cifra stilistica è estremamente riconoscibile: in entrambi i libri viene lasciato ampio margine alle digressioni riflessive, a brevi excursus, talvolta di stampo anche scientifico divulgativo, ma soprattutto è consistente la presenza di elenchi. Quest’ultimo aspetto, del resto, è riscontrabile fin dal principio nel titolo, che li richiama inevitabilmente.

Matt Haig

La funzione di questi elenchi è da legare a una volontà di alleggerire ulteriormente il discorso, già di per sé per niente pesante, grazie allo stile semplice e basico. Infatti il periodare è breve ed essenziale, il lessico è tutt’altro che complesso, nonostante la materia potrebbe prestarsi all’utilizzo di tecnicismi scientifici. Vengono privilegiate le figure retoriche di significato, con largo uso di similitudini e metafore. Il tutto è sostanzialmente volto a ottenere una prosa sincera e immediatamente comprensibile, che crei nella testa del lettore delle immagini subito chiare e familiari. E anche quando l’autore cita i propri autori del cuore o quando rende oggetto di scrittura la componente scientifica delle malattie, non lo fa mai per puro sfoggio di erudizione.

È evidente come queste scelte siano strumento per raggiungere quanti più lettori possibili con la propria storia, storia che, del resto, egli temeva non avrebbe mai visto la luce perché aveva deciso di porre fine alla sua vita prima. Gli obiettivi manifestati della scrittura sono due: «attenuare lo stigma e – ambizione probabilmente più donchisciottesca – cercare di convincere i lettori, anzi riuscire davvero a convincerli, che da fondovalle non c’è mai la vista migliore». Quindi generare informazione per chi non ha mai avuto esperienza diretta di un disturbo mentale e dare un conforto a chi invece lo ha vissuto. Oltre che per aiutare se stesso in primis.

«La cosa più strana della mente è che dentro può succedere di tutto senza che all’esterno nessuno se ne accorga. Il mondo fa spallucce.»

Matt Haig comprende bene il meccanismo che si subisce nel vedere minimizzati i propri malesseri, nel vedere delegittimate le proprie sofferenze, come se una malattia mentale non fosse reale, soprattutto confrontata con altre patologie. In realtà, la depressione è una delle malattie più mortali che esistano «eppure la gente non pensa che sia davvero così grave. Se lo pensasse, non direbbe le cose che dice».

Per convincersene, basti pensare al fatto che nel già citato precedentemente Vita su un pianeta nervoso egli parla del “coraggio” che, nell’accezione comune, serve per parlare della propria depressione. L’autore sottolinea bene, invece, come è oltremodo improprio attribuire eroismo a chi semplicemente parla di un disturbo che non ha scelto. Piuttosto, il vero coraggio sta nell’accettare la propria condizione. Ed è impossibile qui non pensare a quanto Jonathan Bazzi afferma nel suo Febbre (Fandango, 2019): anche lui racconta di aver ricevuto numerosi elogi e manifestazioni di stima per aver raccontato pubblicamente della propria sieropositività. Il che, inevitabilmente, sottintende che queste stesse persone immaginino che in verità ci si debba vergognare di confessare la propria malattia. Figurarsi di scriverci su, di farne argomento di un libro intero.

Il punto è che alcune malattie trascinano dietro di sé uno stigma imponente. È emblematico come Matt Haig arrivi ad affermare che avrebbe preferito soffrire di una patologia altrettanto grave ma con una sintomatologia fisica molto più evidente, così che la sua sofferenza si potesse vedere, toccare. È come se la comprensione di qualcosa dovesse necessariamente essere veicolata sensorialmente: l’umanità è San Tommaso e non crede alle ferite prima di averle percepite con il tatto.

«Usiamo il termine “depresso” come sinonimo di “triste”, che va bene, considerato che diciamo «Sto morendo di fame» appena abbiamo un languorino. La differenza tra depressione e tristezza è la stessa che passa tra denutrizione e voglia di togliersi uno sfizio.»

La depressione è una malattia invisibile. Allora la grandezza di Matt Haig sta nel concretizzare qualcosa che sembra non esistere, nel rendere intelligibile quella che non è un’esperienza emotiva (come molti sembrano credere) ma una vera e propria disfunzione fisica.
Le sue parole non sono propriamente illuminanti: non sono lì con la funzione di declamare qualche verità universale precedentemente sconosciuta e impensata. L’autore ha semplicemente deciso di trascrivere la propria esperienza e donarla al pubblico affinché la sofferenza possa essere utile a qualcuno, possa fungere da carezza o da parola di conforto. Anche perché «ci piacciono le storie di guarigione. Ci piace la struttura narrativa in cui all’ascesa seguono la caduta e una nuova ascesa».