11.09.2025

Racconto di un noi. Scintille di Alice Zanotti

Tre sorelle e un paesino celato dalle montagne, tra incanto e spaesamento del linguaggio

C’è un grado di fatalità nelle parole: sono irreversibili. Nel momento in cui le pronunciamo o scriviamo il loro significato inizia a manifestarsi e imporsi. Magari si può, per tentativi, aumentarne il senso cercando di correggere, modificare, aggiungerne altre. Ma un dato è certo: la parola detta diventa esperienza, fatto, in alcuni casi corpo; soprattutto quando abbiamo chiaro il suo significato. E, ancor di più, può essere mistero, magia, incantamento quando il significato ci sfugge o non riusciamo a dominarlo.

Di parole, del loro utilizzo e del contesto in cui vengono calate, si compone Scintille di Alice Zanotti (nottetempo). Può apparire come un’ovvietà dire che un romanzo è composto di parole ma il dato, in questo caso, è che la vicenda narrativa si inneschi proprio per un presupposto linguistico: Alma, Anna e Buia vivono in un villaggio di montagna, Montefosca, al confine tra Italia e Jugoslavia. Le tre sorelle sono le uniche a conoscere la lingua italiana mentre tutti gli altri abitanti del posto parlano un dialetto dai tratti cantilenanti.

scintille

In Scintille il cortocircuito è causato dalla contrapposizione tra due linguaggi: alle orecchie delle sorelle genera una sorta di abisso tra la lingua materna, della loro comunità, e l’italiano, lingua di un altrove; un abisso formato di vuoti di senso. La più piccola delle tre, Buia, prende questo nome proprio perché in lei, più che in Alma e Anna, si sente l’esigenza di provare a dare significato a certe parole non presenti nella lingua cantilenante del loro popolo e dal contenuto impalpabile; parole come “amore”, “felicità”, “progresso” appaiono vuote. Alle orecchie della bambina sono tanto sfuggenti e misteriose da sembrare quasi entità spettrali, come gli Škrat, spiriti che è capace di evocare. Ed è doloroso per lei, violento si potrebbe dire, dover convivere con espressioni prive di riferimenti reali, quasi a incarnare quell’espressione di Wittgenstein per cui i limiti del linguaggio siano limiti del mondo che ci circonda. Di contro, in alternativa alle espressioni sfuggenti, c’è poi una lingua parlata e praticata, incarnata, che conferisce sostanza alla natura, una lingua che a tratti è anche corporea, e non solo mezzo di comunicazione: «le nostre voci sono rami»; «diventano foglie»; «bruciano e fanno paura». Linguaggio che agisce su chi racconta:

«Quando Pietro è tornato il sangue che gli usciva dalla tempia era un filo scuro. Sapevo che non si era ferito con un rovo, un rovo di mora. Mentre scappavo via mi ha detto che sono bella come una stella, zviezdà l’ha chiamata in dialetto, Pietro mischia italiano e dialetto. Io gli ho leccato le lacrime dallo spigolo dell’occhio. Sulla mia lingua e caduta una goccia di sangue. Ma alle mie sorelle dico soltanto, Il sangue di Pietro mi ha tolto via altre parole dalla lingua.»

Una terza dimensione linguistica, infine, quasi sacra è data dalla presenza della lingua delle montagne, che è parola che viene da dentro alla natura, parla direttamente dal ventre, dal cuore delle cose, come fosse un linguaggio mistico, primordiale. In questo movimento le tre sorelle sembrano così oscillare tra radicamento (dialetto), apertura al mondo (italiano) e dimensione cosmica (montagne, natura).

È insomma questa l’ossatura linguistica del romanzo su cui si innerva il racconto di un’intera comunità. Scintille è narrato dal noi: Anna, Alma e Buia non riescono a isolare una singola voce, non ci provano. L’incipitario «le nostre voci» introduce da subito alla lettura di qualcosa che assume, nelle pagine, le dimensioni del canto, di un coro che solo nell’espressione delle contraddizioni suggerisce la presenza dei singoli («Resteremo qui per sempre; andremo via per sempre»); e grazie alla rappresentazione comunitaria conferisce incanto e spaesamento alla narrazione.

«Per noi tutti quelli che non sono di qui sono stranieri. Ora, lo sentiamo, gli stranieri spianano il bosco per costruire la strada. Lavorano tutti i giorni, anche di domenica. Il chiasso che fanno si confonde con le campane e nell’aria c’è un odore forte di catrame. Molti vecchi, quelli più vecchi di tutti, vorrebbero dirgli solo di smetterla, dirgli che a noi, che a noi va bene così. Ma la strada è un pensiero che rimane attaccato alla lingua di tutti e non si stacca. È un pensiero che cuce la bocca. Poi i vecchi dicono a Buriankn di restare, perché andarsene per quella strada e come tradire. Come in guerra, gli dicono insieme, se te ne vai sarà come in guerra, tu il disertore e noi che verremo a cercarti per appenderti al ramo di un albero con una corda stretta al collo. Il pensiero della strada già ti soffoca nella gola, non ragioni più.»

Nel seguire il racconto delle tre sorelle assistiamo al loro passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Un passaggio di vita segnato da paura, desiderio, scoperta del corpo e del mondo. In questo Buia incarna la maggiore frattura: dialoga con gli spiriti del luogo, sente le tracce del passato, è in lotta con la parola “amore”; la sente ma non riesce a nominarla. Cioè non riesce a dirla trovando un preciso riscontro nel reale. Al rito di passaggio delle tre sorelle, poi, si accosta un’altra trasformazione, una che si porta dietro altre parole evanescenti, “progresso”, la costruzione di una strada: intervento urbano che appare come vero trauma collettivo con i suoi rumori, l’odore forte di catrame, il cemento colato sui sentieri. La strada, insomma, come diretta opposizione all’abbraccio sicuro delle montagne, ma anche come promessa di futuro, di progresso appunto, e di costante incontro con lo straniero. In questo, nel cemento che va a coprire brani di montagna, la comunità vede cancellazione della memoria, di un mondo arcaico e mitico, perdita della lingua madre, fuga ed emigrazione.

«Io penso che quando qualcosa finisce, qui, la gente comincia a cantare. Sono canti che arrivano dai ricordi, quelli scuri, che stanno da qualche parte nella memoria, ma che nessuno sa dove si trovano per davvero. Escono dalla bocca come soffi d’aria mista a parole, escono da chissà dove. I nostri canti sono diversi, i miei e quelli delle mie sorelle, i canti dei vecchi non escono dalla testa, penso io, ma dalle labbra che ne trattengono la memoria, e non arrivano nemmeno dal cuore. I nostri canti invece arrivano da dentro e dobbiamo sputarli fuori. I canti dei vecchi escono solo dalle loro labbra. I vecchi sanno dimenticare.»

Dall’iniziale «le nostre voci» fino all’ultima parola, Scintille di Alice Zanotti è un lungo canto, polifonico, stratificato, che si diffonde sulle vicende dell’intera Montefosca. «Sembra un canto», in queste pagine, ogni cosa che i personaggi non riescono a spiegarsi, diventa canto il dolore dei vecchi nel ricordo della guerra, suonano i momenti liturgici, sembra suono anche il silenzio, laddove la comunità tace. Il canto è surrogato di un vuoto. Si canta quando qualcosa finisce: cantava guardando il cielo Škierkac prima di emigrare; i vecchi cantano le parole non dette di giorno; Buia pensa che l’amore faccia nascere canti che scivolano come latte versato.
L’insieme di questi elementi dà vita a una sorta di realismo magico alpino. La lingua è materia viva, le montagne parlano, gli Škrat popolano la notte, i fuochi si accendono a partire dalle voci. Gli elementi magici raccolti da Zanotti non sono punto d’evasione ma strumenti per mettere a fondo le dita in traumi reali: oggetti, odori, canti in grado di fissarsi nella memoria del lettore.



In copertina: Keystone/Gaetan Bally

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