L’ultimo viaggio di Goffredo Parise, prima del suo ritiro a Salgareda, è quello in Giappone. Parte su invito dell’amico Boris Bianchieri – ambasciatore italiano a Tokyo – nel settembre 1980. È lui, rievocando un loro incontro, a raccontare che Parise aveva del Giappone l’idea di un «paese massificato, semplificato e profondamente influenzato da un consumismo americano di seconda qualità»1. Argomento centrale della conversazione diventa, a un certo punto, il suicidio dello scrittore Yukio Mishima, che aveva avuto una grande rilevanza giornalistica anche in Italia, venendo descritto ed erroneamente ridotto a un suicidio politico – come aveva pensato lo stesso Parise. È naturale immaginarsi allora la curiosità e lo stupore che nascono in lui quando Bianchieri gli spiega che «Non c’è niente di politico in questa morte. Il suicidio di Mishima ha unicamente ragioni estetiche»2. Le ragioni della sua partenza sono tutte in questa frase e in questa frase ci sono tutte le ragioni dietro la stesura del testo frutto della sua permanenza giapponese, L’eleganza è frigida, pubblicato nel novembre 1982 nella collana Le Palme della Mondadori (ora Adelphi). Parise, che era già stato definito da Alberto Ronchey lo «scrittore senza ideologia»3, riesce a effettuare quello che, in un articolo uscito nel «Corriere della Sera», Giovanni Mariotti definirà come «esempio (raro nella nostra epoca) di pellegrinaggio estetico»4.
Il testo di Parise arriva dopo un altro tentativo di raccontare il mondo giapponese: L’impero dei segni di Roland Barthes pubblicato nel 1970. Con il suo testo Barthes cerca di addomesticare il Giappone per gli occidentali e come spiega Fabrizio Patriarca: «Dà continuamente l’impressione che nelle cose guardate si scorga il riflesso della propria intelligenza: un talento strategico agisce nel levigare le increspature; nel discorso di Barthes esse vengono ridotte a qualcosa di anche inferiore a un incidente retorico, confinate in parentesi rivelatrici, incidenti grafici, indizi di una nevrosi del testo disposti tuttavia all’intrusione del senso»5. È per questo che nel 1984, Parise scrive Troppo Occidentale per l’enigma Giappone, la sua recensione al volume di Barthes, al quale suggerisce che per comprendere il paese nipponico è necessario predisporsi alle semplificazioni fulminanti e non ostentare l’analisi. Scrive nell’incipit della sua recensione che «il Giappone non si presta all’analisi ma quasi esclusivamente a una serie pressoché infinita di elettroshock, di fulminee intuizioni»6. È proprio su questi tratti che si baserà, invece, il testo di Parise: già il fatto che il viaggio in Giappone non sia premeditato, ma che la decisione e il desiderio di esplorarlo scattino all’improvviso, permette di tracciare una naturale analogia con una delle esperienze cardine della cultura zen, il satori7. È solo grazie alla sua sensibilità che Parise riesce a coglierlo e a misurare la distanza tra Giappone e Italia – che non viene mai nominata in maniera esplicita, ma sempre descritta con perifrasi del tipo «paese dell’assassinio» e «paese della politica».

In L’eleganza è frigida Parise porta a compimento quell’ibridazione tra giornalismo e letteratura che già si intravedeva in Cara Cina. Se il volume dedicato alla Cina si presentava come una serie di articoli giustapposti – che pur seguivano un ordine cronologico e quindi avevano senso narrativo – questa volta Parise fa un passo avanti sperimentando un modello diverso, che prevede la trasfigurazione romanzata dell’esperienza personale con la creazione di un alter-ego narrativo, Marco. La scelta del nome non è casuale: si tratta di un chiaro richiamo a Marco Polo, primo grande viaggiatore italiano ad aver esplorato l’Oriente, mosso dalla più genuina e candida curiosità. Lo sforzo qui, diversamente dagli altri reportage parisiani, consiste nel tentativo di raccontare non ciò che si è veduto – con approccio giornalistico – ma quanto è nascosto sotto la superficie – con approccio narrativo. Eppure, la sua prosa riesce sempre a essere precisa, chirurgica, anche nelle descrizioni dell’evanescente paesaggio giapponese.
La sua vicenda inizia con il risveglio dopo la prima notte passata a Tokyo, che gli appare come un «immenso villaggio, fatto di una quantità di minuscoli borghi uno attaccato all’altro»8, dove vie «non più grandi delle calli veneziane, casette di legno con minimi giardini dentro cui, infilati a dei pali, sventolano i kimoni appena lavati»9, si intrecciano alle «nuove costruzioni di cemento, vetro e acciaio»10. Iniziata l’esplorazione della città, si imbatte in una serie di ristoranti, decidendo così di provare il cibo esposto. Durante il pasto non può fare a meno che notare che anche il cibo qui è «frutto di estetismo»11. Non è solo il cibo a incuriosire Parise, ma qualsiasi dettaglio sul quale posi lo sguardo, come gli alberelli che fiancheggiano le vie di Tokyo, che sono circondati da «quattro paletti infissi nel terreno e incrociati ad altri quattro paletti trasversali»12. Nel punto in cui i paletti si incrociano nota una corda con un nodo fatto a mano, per la necessità di «rispettare al tempo stesso la tradizione, la materia dell’albero […], l’armonia tra materia e materia (il vegetale dell’albero e la cordicella) e l’apporto creativo dell’uomo»13. Anche in questo caso si tratta di ragioni legate all’estetica, piccole opere d’arte che rendono caratteristico il Giappone e che sono capaci di comunicare due sensazioni, cioè «l’inutilità e il piacere»14. Il popolo giapponese gli appare «produttore e consumatore di arte»15. Tutti gli abitanti sono artisti veri e propri, dai sarti che cuciono gli obi – le cinture del kimono – ai cuochi. L’aria appare a Marco pervasa di un «classicismo cellulare»16: «Tutto sembrava occidentale, dai vestiti delle signore a quelle corone di fiori allineate e funebri ma nulla lo era. Tutto aveva l’aspetto occidentale, sormontato da grandi palazzi di tipo moderno americaneggiante, ma gli occhi lunghi e misteriosi dei presenti e di tutta la folla mostravano a Marco ancora una volta che quella facciata nascondeva a malapena la grande forza di quell’educazione e di quel classicismo cellulare di cui era pervasa l’aria»17.
È grazie a quest’ultimo che il Giappone non si è piegato alla globalizzazione, bensì – proprio come quelle figure del teatro nō dal quale Parise resta notevolmente affascinato – usa l’Occidente come una maschera, per nascondere la sua vera indole «fragile e sottile come carta dipinta»18. Il paese ha incontrato la rivoluzione industriale e ne ha subito le conseguenze uniformandosi a essa, ma nonostante la mutazione esterna, l’animo dei suoi abitanti è rimasto invariato e quindi, come scrive nel testo, risulta «obbediente e gerarchico». Persino la loro lingua si basa sulla gerarchia, tanto che vi sono diverse strutture grammaticali per rivolgersi a persone differenti, quindi «conoscere e capire il giapponese»19 non è importante dal momento che il problema vero è riassunto nella domanda che Parise si pone: «come si fa a capire chi è il superiore e chi è l’inferiore senza i gradi gerarchici?»20 Non resta a Parise che abbandonarsi alla misteriosità nipponica senza porsi domande e senza aspettarsi risposte. Si tratta di un approccio che viene finalmente compreso durante la passeggiata ai giardini. Il silenzio dei laghetti di ninfee è interrotto solo dall’acqua che scorre da una cannula. È in questo clima che Parise scopre la vera felicità, che viene quando: «Accanto a lui stava un tracciato di ideogrammi che egli avrebbe dovuto imitare in qualche modo come poteva. Marco cominciò il suo lavoro come uno scolaro all’aperto e finì i duecento ideogrammi invaso o per meglio dire invasato di felicità. Felicità della vita, della perfezione di tutto, dal profumo che saliva dal tatami alla morbidezza del pennellino con cui egli tracciava felicemente gli ideogrammi di cui non capiva nulla»21.

Si tratta, come spiega Vito Santoro in un saggio dedicato al legame tra Parise e Giappone22, di una delle più importanti contemplazioni che capitano all’autore durante il suo viaggio, come la prova a Kyoto nel «giardino del vuoto o del niente»23, nei pressi del tempio di Ryoanji. È qui che legge un’iscrizione in inglese che fornisce l’indicazione di «una cripta dove “qualunque persona di qualunque religione avrebbe potuto far depositare le proprie ceneri”»24. La cripta, però, non esiste “fisicamente”, ma è rappresentata dall’intero luogo. È naturale quindi che si soffermi sulla differenza con «i condomini dei cimiteri nel paese della Politica, dove chissà perché quale religione illudeva nell’idea che acquistando un monolocale il corpo sarebbe sopravvissuto nel suo marciume murato al buio»25. Questo capitolo rappresenta l’elogio per eccellenza dell’estetismo architettonico giapponese, che opera su un doppio livello: prima visivo e poi spirituale, capace di creare in Parise «la più grande emozione estetica della sua vita»26.
Il romanzo si chiude con l’immagine della signorina Momoko Tokugawa, la taciturna e misteriosa guida di Parise durante il suo viaggio. La donna rappresenta quanto di tradizionale c’è ancora nel Giappone: lei è il simbolo di una cultura tanto diversa da risultare “algida” e di un’eleganza che Parise trova indecifrabile. Il titolo stesso del romanzo, infatti, fa riferimento all’atteggiamento dei giapponesi ed è un verso ripreso dal grande poeta giapponese Saito Ryokuu. A Parise il verso sembrò riassumere perfettamente tutto il Giappone e nel libro stesso scrive: «In quel senso gli abitanti di quel paese si mostravano appartenenti quasi ad un’altra specie forse ovipara, perché nulla mai introduceva Marco a un tal genere di pensieri, così diffusi in Occidente non si sa perché. Molta letteratura, pittura e perfino cinema giapponese si prestavano al gioco della sessualità ma c’era in giro e nell’aria troppa forma ed eleganza, dunque artificio, perché la sessualità e la sensualità prendessero molto spazio»27.
A ulteriore testimonianza dell’impronta narrativa che caratterizza L’eleganza è frigida è bene notare come la vicenda cominci e si concluda allo stesso modo. Il libro si apre con la prima notte passata a Tokyo, durante la quale Marco dorme un sonno che descrive come: «Al tempo stesso felice e lontano, simile a quello delle convalescenze e delle salvezze. Questa era infatti la speranza di Marco nel lasciare il paese della Politica, sconvolto per millenni da furti, ricatti e assassini, e questo il nuovo stato d’animo che lo accompagnò per tutto il tempo del suo soggiorno in Giappone»28.

Questa descrizione di un sonno profondo e «felice» ritorna anche nel finale, dal momento che il testo si chiude con il sonno dell’ultima notte trascorsa in Giappone. Come nota anche Raoul Bruni in Il viaggio in Giappone come esperienza estetica. Su “L’eleganza è frigida” di Goffredo Parise, è bene sottolineare che questa circolarità rimanda anche alla figura del cerchio (ensō), simbolo del Buddhismo zen29. Si assiste così a una perfetta sintesi tra forma e contenuto, che non si sarebbe realizzata se non grazie a questa esperienza. Il viaggio in Giappone, diversamente dagli altri, è un «allontanamento senza ritorno»30. Si è trattato, per Parise, «di un paese non soltanto molto lontano fisicamente e geograficamente dal paese della Politica ma da tutti quei paesi occidentali (cioè veramente quasi tutti) che credono nella materia e non più nello spirito»31.
Il suo viaggio in Giappone è, come suggerisce Fabrizio Patriarca in Parise in Giappone: «Una grande apnea e dall’apnea riprende il tratto stilistico un po’ allucinato: movenze trattenute, economia delle forze descrittive, distorsione acquatica delle forme. La pressione e persino l’euforia del fondale, messe in prosa nel linguaggio trasognato dell’osservazione infantile, quella capacità di sottomettersi continuamente al proprio stupore, con l’evanescenza e la leggerezza dei sogni o delle immagini cinematografiche, di Mizoguchi e Kurosawa, di quelle letterarie di Kawabata e Tanizaki»32.
Al bivio tra letteratura e giornalismo, leggendo L’eleganza è frigida, sembra davvero di stare per immergersi sott’acqua: i movimenti di Parise, pur di mimetizzarsi nell’ambiente nipponico, sono delicati, cauti, impercettibili. Le sue frasi si muovono come la corrente del mare: chi legge si lascia trasportare da subordinate ondivaghe, avvolgenti, mentre le immagini dipinte si manifestano con chiarezza, ma sono così inusuali per gli occidentali che non si può che restare a guardarle attoniti, mentre la loro figura scompare, venendo sostituita da nuove suggestioni. L’eleganza è frigida si presenta come un esempio di Non-fiction novel italiana in toto e in linea con il tentativo di decodificare una terra tanto lontana e misteriosa quanto il Giappone, che per Parise costituirà sempre l’unico posto nel quale si sia mai sentito veramente a casa.
Immagine di copertina: Foto di Su San Lee su Unsplash
- B. Biancheri, Parise nel giardino dei samurai, in R. Bruni, Venezia e le altre. Scrittori del mondo nel Veneto e scrittori veneti nel mondo. Atti del Convegno internazionale, Padova, 17-19 maggio 2007, Il notes magico, Padova 2009, p. 127 ↩︎
- Ivi, p. 131. ↩︎
- Alberto Ronchey, Lo scrittore senza ideologia in «Corriere della Sera», 25 febbraio 1976, https://archivio.corriere.it/Archivio/interface/view_preview.shtml#!/NDovZXMvaXQvcmNzZGF0aWRhY3MyL0AxMjAwNTI%3D, url consultato il 10/05/2023. ↩︎
- Giovanni Mariotti, E Parise fu stregato dal bello «assiderato» dello stile giapponese, «Corriere della Sera», 3 aprile 2008, https://archivio.corriere.it/Archivio/interface/view_preview.shtml#!/NTovZX MvaXQvcmNz ZGF0 aW1ldGhvZGUxL0A5NDc1NA%3D%3D, url consultato il 10/05/2023. ↩︎
- Fabrizio Patriarca, Parise in Giappone, in «Nuovi Argomenti» n. 55, Luglio-Settembre 2011. ↩︎
- Goffredo Parise, Troppo occidentale per l’enigma-Giappone in «Corriere della Sera», 16 aprile 1984, https://archivio.corriere.it/Archivio/interface/view_preview.shtml#!/NzovcGFnZXMvcmNzZGF0aWRhY3MxL0A0Nzk5Ng%3D%3D, url consultato il 10/05/2023. ↩︎
- Vito Santoro, Un «pianeta rotante nel silenzio e nella solitudine della volta celeste»: il Giappone di Goffredo Parise, in L’odore della vita. Studi su Goffredo Parise, Quodlibet, Macerata 2009 ↩︎
- Goffredo Parise, L’eleganza è frigida, CIT., p. 25 ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ivi, p. 22. ↩︎
- Ivi, p. 53. ↩︎
- Ivi, p. 55. ↩︎
- Ivi, p. 57. ↩︎
- Ivi, p. 58. ↩︎
- Ivi, p. 41. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ivi, p. 32. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ivi, p. 134. ↩︎
- Vito Santoro, Un «pianeta rotante nel silenzio e nella solitudine della volta celeste»: il Giappone di Goffredo Parise, CIT. ↩︎
- Ivi, p. 131. ↩︎
- Ivi, p. 132. ↩︎
- Ivi, p. 132. ↩︎
- Ivi, p. 131. ↩︎
- Ivi, p. 76. ↩︎
- Ivi, p. 10. ↩︎
- Raoul Bruni, Il viaggio in Giappone come esperienza estetica. Su “L’eleganza è frigida” di Goffredo Parise, in Italia e Giappone a confronto: cultura, psicologia, arti, a cura di Stefano U. Baldassarri, 13-14 dicembre 2016, p. 22. ↩︎
- Enza Del Tedesco, Goffredo Parise: il disimpegno militante, in Goffredo Parise a vent’anni dalla morte, a cura di F. Bandini, Accademia Olimpica, Vicenza 2006, p. 135. ↩︎
- Ivi, p. 14. ↩︎
- Fabrizio Patriarca, Parise in Giappone, in «Nuovi Argomenti» n. 55, Luglio-Settembre 2011. ↩︎