26.11.2025

Quando la realtà si frantuma. L’Outsider di Colin Wilson

L’inquieta ricerca di senso nel soggetto moderno

Quando Colin Wilson pubblicò L’Outsider (Blu Atlantide, 2020) nel 1956, la critica collocò l’autore subito all’interno del movimento degli angry young men, quegli scrittori inglesi che con rabbia e ironia denunciavano l’ipocrisia e la vacuità della società borghese. Tuttavia, Wilson non può essere confinato del tutto in questa etichetta. Se John Osborne e Kingsley Amis rappresentano soprattutto il gesto demolitorio, Wilson sembra incarnare, per usare un’espressione di Mario Praz, la figura del «legislatore»: lo scrittore che, accanto alla critica radicale del presente, tenta di indicare anche prospettive costruttive, proponendo soluzioni nuove e audaci.

Il cuore del suo libro è il problema dell’outsider, figura centrale della cultura moderna. L’outsider è l’uomo che si accorge dell’irrealtà della vita quotidiana: un senso di smarrimento e di perdita lo travolgono improvvisamente, come accade a un malato cronico che non trova più continuità tra un giorno e l’altro, o come se all’improvviso uno schermo cinematografico su cui si proiettavano speranze e desideri rimanesse senza immagini. L’outsider scopre di essere al cinema e si domanda: chi siamo? cosa stiamo facendo qui? A questo punto, spezzata l’illusione, si trova di fronte a una libertà assoluta e terrificante: per dirla con Sartre, è «condannato a essere libero».

Wilson utilizza immagini potenti per descrivere questo stato. Se lo schermo della sala cinematografica era il mondo illusorio in cui ogni problema trovava una risposta, il mondo reale appare inquietante e privo di garanzie. Ma se anche questo nuovo mondo si rivelasse irreale? L’outsider vive allora il paradosso di Chuang-Tzu, il filosofo cinese che ridestatosi dopo aver sognato di essere una farfalla, non era più certo di quale fosse la realtà, e si chiedeva se non fosse invece una farfalla a stare sognando di essere un uomo. È lo stesso spaesamento di Novalis, poeta tedesco precursore del movimento romantico, che scrive: «Quando sogniamo di sognare, siamo prossimi a destarci».

Questa esperienza di irrealtà è già stata descritta in figure letterarie precedenti: dall’eroe outsider di Barbusse al Roquentin di La nausea. Per Wilson, ogni volta che tali interrogativi riaffiorano, è segno della presenza di un outsider. Se li consideriamo come domande ultime e insolubili dell’esistenza, allora quest’ultimo non è che l’annunciatore di un problema senza risposta. Ma prima di concludere in questo modo, Wilson percorre un ampio ventaglio di tentativi, di voci e testimonianze che meritano di essere esaminate.

Un primo confronto significativo è quello con T.E. Lawrence. Egli incarna, secondo Wilson, una sintesi delle due già citate tradizioni dell’outsider (quella di Roquentin e quella di Barbusse). Come il protagonista sartriano, Lawrence percepisce l’irrealtà delle cose: «Ero come gli altri… Dicevo come loro ‘il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano, ma non sentivo che ciò esisteva». E come l’eroe di Barbusse, Lawrence non può essere felice in società, perché «vede troppo e troppo lontano». L’esperienza della guerra gli offre (come a Barbusse) uno spioncino spalancato sul dolore umano, una violenza che, dissipando le contraddizioni di una civiltà fondata sul compromesso, lo mette a nudo di fronte alla realtà. Lawrence, infatti, aborriva il compromesso più di ogni altra cosa, e in questo contesto, rappresenta un caso singolare. Non diviso in due come Haller, non odia solo una parte di sé, ma tutto se stesso: corpo, mente, emozioni. Questa sofferenza, ben nota ai mistici, non è stata ancora compresa appieno dai suoi biografi. Lawrence stesso, nei Sette pilastri della saggezza, aveva già intuito che l’uomo non è un’unità ma una pluralità, e che solo diventando una cosa sola la vita acquista senso. La guerra di Lawrence contro la personalità divisa era quindi anche una guerra contro la civiltà occidentale, colpevole di aver alimentato questa frammentazione.

In questo percorso Wilson dedica grande attenzione anche a Hemingway, che colloca in dialogo con la tradizione esistenzialista. Nel racconto Una storia naturale dei defunti emerge con chiarezza la posizione dell’autore americano: «gli uomini muoiono come bestie, non come uomini». È un rifiuto radicale della concezione umanistica della perfettibilità dell’uomo. Nei suoi scritti, l’unico valore è la vita stessa, mentre le idee risultano prive di sostanza. Ciò non significa che la vita sia priva di significato, ma che non possiede fondamenti assoluti. A prima vista, potrebbe sembrare che il contributo di Hemingway al tema dell’outsider sia puramente negativo. In realtà, nota Wilson, c’è molto di positivo nella sua opera: l’onestà, l’amore profondo per la natura, la freschezza corporea e sensitiva delle sue prime opere, che ricordano una personale ricerca del tempo perduto. Il lettore, trascinato dalla forza della scrittura, prova spesso la speranza che questa ricerca conduca a un esito costruttivo. Ma dopo il 1930, con il successo commerciale e la celebrità, Hemingway sembra perdere la strada: né come artista né come pensatore riesce più a proporre una filosofia di vita coerente.

Non è però soltanto colpa del successo: anche Sartre, con tutta la sua preparazione filosofica, non arriva a una risposta positiva più soddisfacente di quella che Hemingway già aveva intuito. La filosofia dell’engagement sartriano – scegliere una via qualsiasi e percorrerla fino in fondo, pur sapendo che non porta a nessuna verità ultima – era già stata anticipata da Hemingway, quando in Addio alle armi mostra come il protagonista Henry, gettandosi nel combattimento, riesca a dissipare il senso di irrealtà.

Tutto questo ci riporta a una questione cruciale: l’outsider non è soltanto un problema sociologico, ma soprattutto metafisico. Non si tratta solo di esclusione sociale, ma di un’inquietudine radicale riguardo al senso della vita e alla sua forma. Come Hemingway, anche Camus insiste proprio su questo aspetto pratico: che forma dare alla vita, quale scopo riconoscerle. L’outsider non può accettare la vita così com’è: non la ritiene necessaria, né la propria né quella altrui. Vede troppo, guarda troppo lontano, e questa lucidità diventa una maledizione. Per Wilson, l’outsider non è un malato, ma un uomo più sensibile, dotato di una percezione più elevata. È mosso da tensioni interne che l’uomo comune non conosce. Occorre invece trattare la sua condizione come un problema filosofico: come risolvere queste tensioni?

Il punto di partenza, suggerisce Wilson, è che l’outsider vuole essere libero. La sua condizione di schiavitù è l’irrealtà, perciò la via d’uscita deve consistere in una percezione più autentica di ciò che è reale e ciò che non lo è. La condizione dell’outsider è quella di chi, nato in un mondo senza valori, deve darsene di propri o sarà condannato a rimanere un reietto. È qui che Wilson introduce Nietzsche, che vede nell’outsider un profeta mascherato. La sua missione è scoprire il fine più profondo della propria vita e dedicarvisi con tutte le forze. Non basta, dunque, nemmeno l’engagement sartriano: serve una missione vera, capace di gridare all’umanità un risveglio, e per fare questo occorre conoscere a fondo la propria prigione interiore, altrimenti si rischia di scavare cunicoli, come l’abate del Conte di Montecristo, solo per ritrovarsi nella cella accanto.

Alla fine, per Wilson, l’outsider vuole cessare di esserlo: cerca equilibrio, intensità, autoespressione. Vorrebbe percepire il mondo con vividezza sensoriale, come Van Gogh o Hemingway, ma anche comprendere l’anima umana, come Barbusse o Dostoevskij. Vuole fuggire dalla trivialità e vivere una maggiore abbondanza di vita. Il suo problema è, in definitiva, quello di imparare a esprimersi: solo così può conoscersi davvero e scoprire le proprie potenzialità.

Dall’Outsider di Wilson emergono dunque due lezioni fondamentali: che la salvezza non sta nella moderazione ma negli estremi, e che l’uscita dall’irrealtà si presenta attraverso momenti di intensità, visioni improvvise, lampi che squarciano il velo delle illusioni. La condizione dell’outsider precede tanto l’arte quanto il misticismo: è lo stato di chi percepisce con forza il bisogno di un’esistenza diversa e attraversa la «notte oscura dell’anima» per cercare una vita autentica. Wilson interpreta questa esperienza come espressione di una crisi tipica del mondo moderno, acuita dal diffondersi del materialismo, e nota come le risposte più significative siano di natura religiosa. L’outsider è infatti un potenziale mistico, consapevole del disagio interiore che può aprire alla dimensione spirituale. Il rifiuto della società borghese materialista porta allora a due possibili vie: il ritorno illusorio alla natura o, come in Kierkegaard, la scelta religiosa, capace di integrare istinti e ragione in una vita più intensa e profonda.

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