A cosa è dovuto il silenzio di Salinger? Il suo ultimo libro pubblicato, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour: presentazione (Einaudi) ha un’epigrafe che sembra non lasciare scampo: «Se in tutto il mondo è rimasto ancora un lettore che legga per il gusto di leggere – o che comunque dopo aver letto se ne vada per i fatti suoi – gli chiedo o le chiedo, con indicibile affetto e gratitudine, di dividere la dedica di questo libro in quattro parti con mia moglie e i miei figli.»
L’affetto e la gratitudine evidentemente non sono bastati, visto che dopo quel libro Salinger non ha pubblicato più nulla, credendo forse che nel mondo non esistessero lettori autentici, cioè coloro che leggono per il gusto di leggere o che perlomeno – appunto – poi se ne vadano per i fatti loro.
Un lettore straordinario di Salinger, Quentin Tarantino, che nella raccolta di interviste Perché è divertente (Minimum Fax, 2024) afferma di leggere lentamente le storie di Salinger perché vuole godersele per tutta la vita, anni fa, intervistato da Charlie Rose riguardo a Pulp Fiction, disse che nelle esistenze di alcuni artisti c’è spesso un’opera che rovina tutto, dopo la quale è difficile o impossibile riprendersi. La causa, spiegava, era di solito la cattiva ricezione da parte del pubblico e/o della critica per la suddetta opera. L’artista metteva tutto se stesso in un libro o in un film che non veniva capito e da quel momento in poi (Tarantino pensava probabilmente a Brian De Palma) si perdeva. Mi chiedo se ciò non possa valere anche per Salinger, visto che Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour: presentazione (1963) fu accolto in modo decisamente meno entusiastico rispetto a Il giovane Holden (1951), come peraltro era già avvenuto a Franny e Zooey (1961).

Che Salinger, reputandosi non o mal compreso in quanto artista, abbia deciso di voltare le spalle al proprio pubblico? La frase posta in esergo al suo ultimo libro si riferisce ai tanti e troppi lettori che gli scrivevano lettere deliranti riguardo a Holden, non leggendo quindi per il semplice “gusto di leggere” e soprattutto non andandosene poi per i fatti loro bensì rompendogli le scatole, come se Holden Caulfield fosse lui stesso? Insomma: Salinger amava o disprezzava i propri lettori? Si sentiva compreso? Oppure il boato de Il giovane Holden aveva acuito la sua mania di isolamento al punto di spingerlo alla non pubblicazione? Possibile che un artista come lui si riducesse al silenzio?
Nel giugno del 1965, a due anni da Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour: presentazione, Salinger decide di riprovarci. Sul New Yorker esce un suo lungo racconto, Hapworth 16, 1924. Inizialmente è destinato alla pubblicazione anche in volume, ma nel giro di poche ore Salinger ci ripensa e le copie del New Yorker vengono ritirate dalle edicole e dalle librerie. A tutt’oggi Hapworth 16, 1924 non è mai stato ristampato, se non, come vedremo, in una versione italiana anch’essa subito ritirata dal commercio. (Se ne trovano ancora alcune copie superstiti su eBay).
Hapworth 16, 1924 è una lunga lettera di un giovanissimo Seymour Glass alla famiglia. Potrebbe essere il prosieguo ideale di Seymour: presentazione, ossia un monologo pieno di divagazioni talora filosofiche e religiose e tour de force stilistici e narrativi. La cosa buffa è che Seymour – che come ben sanno i patiti di Salinger è stato un bambino prodigio – ha solo sette anni. È un bambino che scrive come un adulto cólto e che in effetti sembra lo stesso Salinger travestito da moccioso sapientone a uso e consumo dei suoi lettori più fedeli. John Paul Wenke al riguardo ha scritto: «Con ogni probabilità Hapworth 16, 1924 è la prova più noiosa e meno strutturata mai prodotta da uno scrittore importante.» (Traggo la citazione da Invito alla lettura, Salinger, di Ennio Ranaboldo, Mursia, 1999).
In ogni caso la lunga lettera – di oltre cento pagine – non è scritta propriamente da Seymour bensì ricopiata parola per parola da uno dei suoi fratelli minori, Buddy, lo “scrittore” della famiglia Glass, diversi anni dopo il suicidio di Seymour narrato in Un giorno perfetto per i pescibanana.

Buddy stravedeva per Seymour, come racconta in Alzate l’architrave, carpentieri, quando si trova a difenderlo dall’accusa di essere uno spiantato incapace di comportarsi normalmente. «Dissi» scrive Buddy (nella traduzione di Matteo Colombo), «che non una sola persona, tra tutti quei critici e giornalisti scarsi ma pretenziosi, aveva mai visto in lui quel che realmente era. Un poeta, Dio santo. E intendo un vero poeta. Anche se non aveva mai scritto un verso, poteva mostrarti ciò che voleva con la punta di un orecchio, se voleva.»
Salinger si riferiva a se stesso? Cos’altro può significare quel «tra tutti quei critici e giornalisti scarsi ma pretenziosi» che non avevano capito Seymour Glass per quel che «realmente» era? Salinger era – è – stato capito in quanto artista? Perciò sperava che nel mondo fosse rimasto almeno una persona che leggesse per il mero “gusto di leggere”?
In Hapworth 16, 1924, che è stato pubblicato e tradotto in italiano nel 1997 da Simona Magherini (della quale si sono poi perse le tracce: che fine ha fatto?) in una memorabile edizione pirata costellata di refusi, Seymour, o meglio Buddy adulto che trascrive ciò che Seymour aveva scritto da bambino, aggiunge: «Sono assolutamente convinto che la sola poesia di un certo interesse che abbia scritto quest’estate è una poesia che non ho scritto affatto.»
La frase è ambigua. Scrivere, non scrivere; pubblicare, non pubblicare: che nella vita di Salinger tutto si riduca a questo? È risaputo che esistono diversi manoscritti di Salinger destinati – forse – alla pubblicazione: di cosa si tratta? Quale direzione stilistica e narrativa ha preso la sua scrittura dopo Seymour: presentazione e Hapworth 16, 1924?
Prima o poi avremo la risposta, noi che crediamo di amare Salinger per il “gusto di leggere” e nient’altro, posto che ciò sia possibile. Intanto consoliamoci con i suoi quattro libri dati alle stampe, recentemente ritradotti da Matteo Colombo, e magari anche con il raro Hapworth 16, 1924, almeno quei pochi fortunati che – come me – sono riusciti o riusciranno a procurarsene una copia sopravvissuta al macero voluto dallo spietato Salinger.
Da ultimo: nel finale della lettera di Hapworth 16, 1924, Seymour, cioè Buddy che scrive in vece sua, chiede alla famiglia una serie di libri per lui fondamentali. La lista è lunga e potrebbe formare la biblioteca ideale dello stesso Salinger: Tolstoj, Dickens, George Eliot, Jane Austen, Proust, Flaubert, Maupassant, Arthur Conan Doyle… Scoprire ciò che ha da dire Seymour – e di conseguenza Salinger – riguardo a questi autori ci riempie di commozione e di rimpianto per ciò che ancora non possiamo leggere. Salinger mette l’acquolina in bocca.
Immagine copertina: da Repubblica