26.01.2026

Perché i cani scavano le ossa. Una lettura di Le occasioni di Giovanna

Claudio Morandini firma la storia del rispecchiamento tra una donna e una cagna, due esistenze che interrogano il senso della vita

C’è un’immagine che ricade nella galassia allegorica del cane, e che contraddice uno dei suoi attributi naturali. Per indole i cani seppelliscono il cibo, in particolare le ossa. Eppure, al contempo, vanno in cerca di quest’ultime, le disseppelliscono. Cacciatori di reliquie, i cani scovano corpi sepolti e li riportano alla luce, prefigurandone una sorta di laica resurrezione, la restituzione al tempo dei vivi. Tra tutti gli animali che hanno affiancato l’uomo nel suo percorso evolutivo, il cane è stato lo psicopompo per definizione, intermediario eletto tra il presente e la posterità sotterranea, tra la vita come la conosciamo e il postumo.
Il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le occasioni di Giovanna (nottetempo), parrebbe mostrare nella sua genesi proprio un simile spunto. La protagonista, un’insegnante di liceo in pensione, lega la sua esistenza a quella di alcuni cani custoditi all’interno di un canile. Al di là delle occorrenze minime che l’elegia di Morandini sa sempre esaltare in un’opacità monodica, fatta di gesti quotidiani e di innocenti illusioni, sono i rispecchiamenti tra donna e cane i battiti di una storia dal cuore antico. Giovanna ancora non ne ha preso coscienza, ma l’ordine delle cose che componeva la costellazione della sua vita è impercettibilmente mutato. Il solco della sua consuetudine ha svoltato verso un margine nuovo, oltre il quale c’è qualcosa di naturale e misterioso, che accomuna tutto il genere umano e che pure nessuno può raccontare, se non per inferenze, atti di fede, oppure – semplicemente – storie: la morte.

Il moto ineffabile degli eventi attrae a sé l’ex professoressa, che trova nella compagnia dei cani, e di una cagna in particolare, il viatico verso lo svelamento finale. Il personaggio di Serena, «un lupoide di cui nessuno in canile conosce l’età, comunque avanzata», è infatti il correlativo ermetico di un racconto di agnizione. Morandini ha cesellato una figura animale di memorabilità rara, interamente compresa nella sua lingua altra, fatta per lo più di silenzi e di messaggi intraducibili, costretti nella limitatezza dell’interpretazione umana. Giovanna e Serena compongono una coppia nella vita, ma anche una coppia letteraria, dove l’elemento animale si fa carico di un significato oscuro, la cui dimensione si svela solo attraverso gli atti e non le parole. In questo particolare paradigma può essere ridotta anche l’intera esistenza della protagonista: i suoi rimpianti senza più un oggetto compiuto, la quotidianità fatta di piccoli grandi soprusi condominiali, l’estinzione lenta e inesorabile del proprio mondo, e la prima comparsa di quei fantasmi, di quei morti che cominciano lentamente a chiedere il loro tributo di ascolto.

claudio morandini

Morandini conosce e pratica molto bene l’arte del contrappasso, solo che la sua costruzione allegorica non procede per immagini infernali, non cede nemmeno di un passo di fronte alla tentazione gotica, che pure il mondo da lui evocato potrebbe giustificare. È sottile, a tratti reticente, nel suo indicare senza fervore retorico lo spessore semantico delle cose minime, come quando descrive la camera da letto della sua protagonista, «ben chiusa e sempre al buio». Giovanna già vive in una tomba, e non le occorre un atto di interpretazione superiore per scorgere intorno a sé l’avanzare degli emissari del tempo dopo di lei: sono negli incubi che la tormentano, sono nelle cose, nello sguardo appannato della cagna con cui si accompagna in numerose passeggiate. La stessa cagna che Giovanna proverà a salvare, in un rovesciamento di intenti degno di un’allegoria medievale. La donna si cimenta nella salvazione della cagna, ma è la sua esistenza, il compimento di essa, quello che vorrebbe portare in salvo.

Giovanna è Serena, e Serena è Giovanna, come se una si fosse distaccata dall’altra, un giorno, per una sorta di partenogenesi contraria il cui ciclo si è di nuovo invertito. Chi è il messaggero di chi? Chi è la molecola morente di chi?, sembrerebbe domandare Morandini tra le righe del suo romanzo. Ma la domanda vale più della risposta, laddove una risposta fosse possibile, poiché Giovanna, la donna, e Serena, la cagna, coincidono.
La cagna Serena scava metaforicamente le ossa di Giovanna. I resti del corpo che riporta alla luce, tuttavia, non sono quelli di un essere umano. Sono invece gli attributi, le spoglie mortali di una vita trascorsa a interrogare il mondo, priva di una corresponsione, o più semplicemente di un senso. Le porte dell’inferno quotidiano si spalancano, ma il vestibolo non risuona del latrato gutturale di Cerbero, bensì del guaito mutilo di Serena, del mistero della sua età e della sua origine.

Con il suo sguardo e il suo destino la cagna ci conduce nel gorgo silenzioso nel quale tutto precipita e dal quale tutto riparte. Come accade nelle storie millenarie, quelle che affondano le loro radici nel bisogno stesso di essere raccontate, e che per questo si reiterano nelle epoche, nei segnali, nel languore dei ricordi senza più un profilo che sia umanamente riconoscibile. Cave canem.

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